Legislazione e Giurisprudenza, Licenziamento -  Redazione P&D - 2015-03-17

LICENZIAMENTO: LE FINALITA GIOCOSE DEL LAVORATORE GLI COSTANO IL POSTO - Cass. Lav. sent. 2904/15 - Ilaria FORTINA

- violazione degli obblighi di diligenza e correttezza

- provvedimento disciplinare

- legittimità del licenziamento

Le finalità giocose di un prestatore di lavoro possono costargli il posto.

È quanto emerso dalla pronuncia n. 2904/2015 con cui la Suprema Corte ha ritenuto legittimo il licenziamento comminato ad un lavoratore in seguito alla sua condotta "scherzosa" consistente nell"apporre delle cartacce nei tubi dello schienale anteriore di una nota marca di automobile.

Dapprima il tribunale ordinario, nella veste di giudice del lavoro, respingeva le doglianze del lavoratore-ricorrente di dichiarazione di illegittimità del licenziamento in quanto difettante dei presupposti. Doglianze successivamente accolte dalla Corte d"Appello di Torino che, invece, riteneva il licenziamento in questione illegittimo, ordinando alla società resistente la reintegrazione nel posto di lavoro oltre al risarcimento del danno.

La questione giungeva sino in Cassazione e la Suprema Corte ribaltava quanto statuito dai giudici dell"appello.

In particolare ciò cui fa" riferimento la Corte per giustificare una tale decisione è la condotta tenuta dal lavoratore.

Invero, viene dato rilievo alla consapevolezza in capo al lavoratore di porre in essere comportamenti atti a danneggiare la società datrice di lavoro attraverso atti di per sé idonei a screditare l"immagine della stessa.

Ed infatti, pur se il lavoratore medesimo agiva con finalità scherzose (in quanto gli "scherzi" erano diretti all"addetta ai controlli) le sue condotte erano astrattamente e concretamente idonee ad arrecare un danno all"azienda in termine di immagine ma anche di qualità dei prodotti venduti.

A tal proposito precisa la Suprema Corte, richiamando l"art. 10 del CCNL applicato, che il danno da considerare non deve essere solo quello perpetrato nei confronti del materiale di lavorazione ma anche quello immateriale che consiste nella manipolazione e nello svilimento dello stesso, tale da renderlo inaccettabile ai clienti-destinatari.

Una condotta in tal senso sarebbe stata astrattamente idonea ad arrecare un grave danno all"immagine dell"azienda che avrebbe recapitato un prodotto difettoso.

Proprio per tali ragioni il comportamento posto in essere dal lavoratore è stato valutato come contrario ai doveri di correttezza e diligenza insiti nel rapporto tra prestatore e datore, atto a "concretare […] quel grave noncumento morale o materiale per l"azienda".

Per tali motivi la condotta in oggetto integra gli estremi per una giusta causa di licenziamento legittimamente comminato dal datore di lavoro.

*****

Corte di Cassazione, sez. lav., sentenza 13/02/2015, n. 2904

Presidente Stile – Relatore Balestrieri

Svolgimento del processo

Con ricorso al Tribunale di Torino in funzione di giudice del lavoro, O.F. evocava in giudizio l'ex datore di lavoro Proma s.r.l., chiedendo di dichiarare illegittimo, in quanto privo di giusta causa e comunque di giustificato motivo, il licenziamento disciplinare intimatogli il 19.1.10 (per avere, sulla linea di assemblaggio dello schienale anteriore dell'Alfa Mito, volutamente inserito nei tubi "Protech" carte ed altro materiale di risulta) e per l'effetto condannare la società convenuta a reintegrarlo nel proprio posto di lavoro, nonchè al versamento di un'indennità commisurata alla retribuzione globale di fatto (pari ad Euro 1.633,75 mensili) dal giorno dell'illegittimo licenziamento sino alla reintegrazione, oltre interessi e rivalutazione, ed altresì al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali; in via subordinata, nell'eventualità che il licenziamento fosse ritenuto legittimo, condannare la società al pagamento dell'indennità di mancato preavviso prevista dal CCNL Industria Metalmeccanica.

Si costituiva in giudizio la società convenuta, chiedendo il rigetto della domanda e proponendo riconvenzionale volta ad ottenere la condanna del ricorrente al versamento della somma di Euro 600,00 a titolo di risarcimento del danno derivato dalla sua condotta.

Il Tribunale, con sentenza del 29.10.10, respingeva la domanda principale, accoglieva la subordinata e convertiva il licenziamento per giusta causa in licenziamento per giustificato motivo soggettivo;

respingeva la domanda riconvenzionale.

Avverso la sentenza, interponeva appello l' O. chiedendone la riforma, con il favore delle spese dei due gradi. Resisteva la società, proponendo appello incidentale circa la conversione del licenziamento operata dal primo giudice.

Con sentenza depositata il 17 ottobre 2011, la Corte d'appello di Torino dichiarava l'illegittimità del licenziamento in questione, condannando la società alla reintegra dell'O. nel suo posto di lavoro ed al risarcimento del danno L. n. 300 del 1970, ex art. 18, così come richiesto in primo grado, oltre al pagamento delle spese del doppio grado.

Riteneva la Corte di merito che, pur essendo emersa la prova dei fatti contestati all' O., la sanzione del licenziamento risultava sproporzionata rispetto a questi ultimi.

Per la cassazione propone ricorso la società …. s.p.a. (già …. s.r.l.), affidato a tre motivi. Resiste l' O. con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria.

Motivi della decisione

Deve pregiudizialmente respingersi l'eccezione di inammissibilità del ricorso ex art. 360 bis c.p.c., sollevata dal controricorrente, posto che, come di seguito chiarito, la sentenza impugnata non risulta affatto aver deciso la causa in conformità alla giurisprudenza di questa Corte.

1.- Con il primo motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione dell'art. 2119 c.c., in relazione agliartt. 2094, 2104, 1175, 1176, 1375 e 2106 c.c. (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3).

Lamenta che la sentenza impugnata, in contrasto con le norme citate e la giurisprudenza su di esse formatasi, pur accertati i fatti contestati, nonchè la loro reiterazione, ritenne tuttavia insussistente un - non necessario - animus nocendi, quanto piuttosto un (pur non encomiabile) animus iocandi, stante l'evidenza delle carte di risulta inserite nei tubi, ben visibili ed estraibili dall'addetta ai controlli.

Il motivo è fondato.

1.1- La sentenza impugnata, infatti, non solo ha accertato la sussistenza dei fatti e la commissione di essi ad opera del lavoratore, ma ha anzi accertato che fatti identici a quelli contestati (peraltro non solo l'inserimento di carte ma anche di rifiuti, pag. 13) fossero stati più volte commessi da questi in passato (quasi tutti i giorni per più di sei mesi, secondo la testimonianza T., pag. 12 sentenza impugnata), ritenendo tuttavia difettare la proporzione tra i fatti contestati e la massima sanzione, opinando che essi fossero da imputare a "scherzi" compiuti sovrattutto nei confronti dell'addetta ai controlli ( T.), evidenziando inoltre che tale comportamento non rientrava in alcuna delle ipotesi previste dal c.c.n.l. quali causa di licenziamento.

2.2- La motivazione della sentenza risulta erronea e contraddittoria.

Ed invero essa per un verso ha accertato quello che, anche per il suo notevole prolungarsi della condotta, non può che qualificarsi come un grave inadempimento degli obblighi di diligenza e correttezza gravanti sul lavoratore subordinato; d'altro canto ha escluso la legittimità della massima sanzione qualificando i fatti come un presunto gioco o scherzo perpetrato nei confronti dell'addetta ai controlli, che comunque tale, stante l'intollerabile reiterazione nel tempo, non poteva ritenersi, tanto più che la stessa Corte di merito ha accertato che ad un certo punto la T. decise di portare l' O. dal direttore e riferire quanto accadeva da tempo.

Deve ancora considerarsi che nella lettera di contestazione venne imputato all' O. anche un grave atto di insubordinazione, consistente nel fatto che il lavoratore, allorquando gli venne prospettato dalla T. di portare a conoscenza dei fatti il Direttore (ciò che risulta in aperto contrasto col presunto animus iocandi), rispose "tanto il Direttore non può farmi niente...oggi parto per le Filippine".

2.3- D'altro canto la sentenza impugnata non ha adeguatamente considerato che nell'ipotesi di danneggiamento volontario al materiale dell'azienda o al materiale di lavorazione, legittimante il licenziamento ai sensi della lettera b) dell'art. 10 del c.c.n.l. di categoria, richiamato dall'azienda, non può rientrare solo il fatto illecito di provocare consapevolmente un danno permanente al materiale di lavorazione (la sentenza impugnata esclude infatti che vi sia stata una modificazione strutturale della cosa o un deterioramento di sufficiente consistenza, pag. 14), ma anche un danno immateriale, consistente nella manipolazione e svilimento del materiale aziendale, tanto più grave in quanto, ripetuto per lunghissimo tempo, era idoneo a rendere quel materiale inaccettabile dai clienti dell'azienda, esponendola ad una seria lesione della propria immagine presso la clientela "qualora l'addetta al controllo non si fosse accorta della manipolazione ed i sedili fossero stati in conseguenza recapitati all'ordinante riempiti di cartacce", così come osservato dal Tribunale (pag. 8 sentenza impugnata).

Tale comportamento risulta dunque poter concretare anche quel grave nocumento morale o materiale per l'azienda, pacificamente previsto dall'art. 10 del c.c.n.l. quale giusta causa di licenziamento.

Il ricorso deve pertanto accogliersi, restando assorbiti gli ulteriori motivi (il secondo esplicitamente subordinato, ed il terzo inerente il vizio di motivazione già esaminato). La sentenza impugnata deve dunque cassarsi con rinvio ad altro giudice, in dispositivo indicato, per un nuovo esame della controversia, oltre che per la regolamentazione delle spese, ivi compreso il presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte d'appello di Torino in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 10 dicembre 2014.

Depositato in Cancelleria il 13 febbraio 2015



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