Articoli, saggi, Generalità, varie -  Fedeli Giuseppe - 2014-09-17

L'INFINITO - G.FEDELI

"Le silence éternel de ces espaces infinis m'effraie" (Pascal, Pensées).

Categoria dello Spirito, insonne aspirazione dell'uomo incatenato alla sua finitudine, è la Visione oltre lo spazio e il tempo, l'annullarsi nel baratro del nulla, in fondo al quale lo specchio rovesciato riverbera un'alba che sorge a Occidente, o il soccombere al bagliore accecante del Tutto. Davanti a Giacomo, e davanti al lettore, si spalancano le porte dell'Inconnu, si scardinano i serrami del cosmo, fiammeggia il dardo vellutato della poesia. Il "guardo" è escluso "da tanta parte dell'ultimo orizzonte", e l'anima si apre all'immaginazione infinita, nella quale annega. Fanno paura quegli spazi senza fine, associati ai sovrumani silenzi e alla profondissima quiete, nella quale il poeta ama rifugiarsi. Nell'idillio si respira il senso (o il non-senso) dell'esistenza, il tacito infinito andar del tempo, che tutto cancella nella sua inarrestabile corsa. Al caduco si contrappone l'Eterno, alla stagione presente e viva l'oblio dei secoli. Annotava il Leopardi nello Zibaldone (28 luglio 1820): L'anima immagina quello che non vede, che quell'albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista si estendesse da per tutto, perché il reale escluderebbe l'immaginario. E ancora: "Tutti i desiderii e le speranze umane, anche dei beni ossia piaceri i più determinati, ed anche già sperimentati altre volte, non sono mai assolutamente chiari e distinti e precisi, ma contengono sempre un"idea confusa, si riferiscono sempre ad un oggetto che si concepisce confusamente. E perciò e non per altro, la speranza è meglio del piacere, contenendo quell"indefinito, che la realtà non può contenere" (6 maggio 1821). L'essenza della poetica del Leopardi è focalizzata sulla novità e sulla modernità, nell'avere egli aperto lo spazio poetico (e poietico) all'infinito della negazione, all'"estremo albor della recente luna". L'"Infinito" contiene, come ha scritto Luigi Blasucci, "segnali dell'infinito" dilatati tutti nell'indefinito dell'enjambement, nel vuoto della silente pausa di fine verso, nel bianco preludio dell'ascolto. Ma anche il farsi remoto di ciò che è nominato presente -eppure non può conoscere nominazione- (come osserverà con la consueta fine sagacia Ungaretti, "concetto" che già aveva leopardianamente lasciato vibrare d'indeterminato nel Porto Sepolto: "Di questa poesia/ mi resta/ quel nulla/ di inesauribile segreto"), la disperante riflessione sull'inanità del vivere, squarciata dall'irruzione del numinoso: "Accovacciato contro la siepe, segregato dal lontano mare e dai monti azzurri, aveva un solo spazio dove i suoi occhi potessero perdersi: la sommità del cielo(…).egli adorava gli spettacoli che l"indefinito prepara alla nostra fantasia: un filare o un viale d"alberi di cui non arriviamo a scoprire la fine: una torre, che paia innalzarsi sola sopra l"orizzonte invisibile: una fuga di camere: una strada lunghissima e dirittissima: la luce del sole o della luna veduta dove essi non si scorgano e non si scopra la sorgente della luce: il penetrare della luce in luoghi dove divenga incerta, come attraverso un canneto, una selva, i balconi socchiusi; tutti i punti nei quali la luce si confonda con le ombre(…): luce che diventava ombra, ombra che diventava luce. Ma…i suoi occhi non guardavano né verso l"alto, né verso le foglie della siepe(…) egli guardava con occhi vuoti e ciechi(…), con occhi che stavano per voltarsi verso il di dentro, ad accogliere la pura visione interiore(…) Egli si sforzò di cogliere una goccia di infinito puro, senza che nulla di estraneo lo contaminasse(…). Con una sovrumana tensione, abolì dalla sua mente il pensiero delle stelle, il flusso del movimento, ogni idea dell"eterno e del tempo. Per cogliere una goccia pura d"infinito – la cosa più remota, più estrema, più rarefatta che l"uomo possa foggiare- doveva immaginarlo vuoto, immobile, sovranamente silenzioso. C"era qualcosa di tremendo, in questo. Era come se uno di noi tentasse d"immaginare Dio al di fuori di ogni parola, di ogni tempo, di ogni eternità, di ogni numero: simile a un punto fermo e invisibile nel cielo(…). Egli chiuse nella mente quella goccia d"infinito per un istante; e poi avrebbe abbandonato quel culmine, lasciandosi alle spalle spazi interminati e sovrumani silenzi, anche se il fruscio del vento non l"avesse risvegliato(…)…l"eterno evocava la sua potenza illimitata, il passato suscitava tutti i pensieri indefiniti e la piacevole malinconia che l"avvolge, il presente offriva lo splendore squillante ed effimero della sua vita; e mentre il pensiero mobilissimo continuava a paragonare silenzio e voce, ecco che l"eterno ondeggiava e scivolava sul tempo, il passato sul presente, finché tutte le dimensioni della rêverie confluivano in una dimensione unica, in un solo "mare"(…). E" la dolcezza: l"estasi; una gioia che colma la mente sino all"orlo, davanti alla ricchissima molteplicità delle sensazioni e alla felice morte dell"io. Il pensiero, che aveva voluto attingere l"infinito, ha conosciuto un brevissimo trionfo; e subito l"amarezza della paura": poi l"approdo alla beatitudine, che consiste "nell"abbandono passivo alle immagini, che qualcosa lieve come una ragnatela – appena uno stormire del vento tra le foglie- risveglia dal nulla e manda a invadere dolcemente la nostra anima inquieta"(P. Citati, La luce della notte).

Di fronte a uno dei canti più alti della produzione lirica di ogni tempo, ogni chiosa, nondimeno, suona di troppo: qui parla solo il silenzio che ama farsi ascoltare, ovvero la poesia, che ri-torna alla sua scaturigine, il silenzio:

Sempre caro mi fu quest"ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell"ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e rimirando, interminati

Spazi di là da quella, e sovrumani

Silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo, ove per poco

Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce

Vo comparando: e mi sovvien l"eterno,

E le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s"annega il pensier mio:

E il naufragar m"è dolce in questo mare.



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