Legislazione e Giurisprudenza, Espropriazioni per pubblica utilità -  Redazione P&D - 2015-03-13

L'INNOVATIVA PRONUNCIA DEL CONSIGLIO DI STATO. LA SENTENZA PARZIALE N. 2942/2014 - S. ACCORDINO

L"innovativa pronuncia del Consiglio di Stato:

la sentenza parziale n. 2942/2014

Avv. Salvatore ACCORDINO

Funzionario con delega dirigenziale del Settore Espropri

Amministrazione provinciale di Catanzaro

Sommario: 1. La sentenza n. 2942/2014. -- 2. Il precedente giurisprudenziale. -- 3. La determinazione adottata ai fini della risoluzione della causa. – 4. Conclusioni.

1. La sentenza n. 2942/2014.

Con la sentenza parziale n. 2942/14, nel giudizio vertente in merito alla realizzazione di un elettrodotto di Enel s.p.a. in occupazione illegittima e quindi senza il provvedimento definitivo di ablazione o imposizione coattiva di elettrodotto, il Consiglio di Stato emetteva la seguente pronuncia nei confronti dell"Amministrazione provinciale titolare del potere coattivo, con la quale così statuiva: [1].

Siffatta determinazione scaturiva da un complesso e farraginoso processo intellettivo che i giudici di Palazzo Spada argomentavano in applicazione di principi consolidati ad una situazione del tutto nuova (o quasi visto il precedente citato), dando luogo ad uno scenario abbastanza inquietante ed incerto per l"Ente locale coinvolto.

La sentenza non definitiva del Consiglio di Stato specificata si iscriveva nel quadro di un complesso giudizio relativo ad un"occupazione, ritenuta illegittima, realizzata da Enel distribuzione s.p.a. sui suoli di proprietà privata a causa del mancato completamento della procedura espropriativa nei termini di legge.

In particolare, l"elettrodotto oggetto di causa veniva realizzato da Enel s.p.a. a seguito di regolare decreto di autorizzazione provvisoria emesso dall"autorità regionale e di un decreto di occupazione d"urgenza emesso dall"Autorità competente provinciale titolare del potere ablativo.

A scadenza del periodo di occupazione legittima non risultava concluso il procedimento amministrativo di autorizzazione definitiva dell"opera ed emesso il provvedimento finale di asservimento.

L"impianto in questione veniva comunque regolarmente esercito dal 1997.

Con atto d"impulso, le ditte proprietarie convenivano in giudizio l"Enel innanzi al giudice ordinario, per ivi sentire condannare la società elettrica al risarcimento del danno per equivalente.

Siffatto giudizio terminava con declaratoria di difetto di giurisdizione in favore del Giudice amministrativo.

Riassunto il giudizio innanzi al T.A.R. territorialmente competente, questi poneva Enel s.p.a. davanti ad alcune opzioni di condanna: 1) restituire l"area occupata; 2) raggiungere un accordo per il trasferimento dell"area in questione per atto negoziale mediante la pattuizione di un prezzo convenzionale; 3) provvedere all"acquisizione coattiva del bene nell"esercizio dei poteri di cui all"art. 42 bis T.U. sugli espropri con effetto ex nunc e con la corresponsione dell"indennizzo, oltre al risarcimento del danno per l"occupazione legittima, evidenziando come abbattimento del valore sull"intera proprietà residua dovesse essere calcolata equitativamente nella misura del 5% rispetto al valore del 2% stabilita nella consulenza tecnica di ufficio[2].

Avverso la suddetta pronuncia, Enel s.p.a. proponeva immediato gravame censurando in particolare la statuizione in merito alla propria legittimazione ad emettere un provvedimento di cui all"art. 42 bis del d.P.R. 327/2001, e di come il provvedimento ex art. 42 bis ipotizzabile nella fattispecie non fosse quello di acquisizione della proprietà dell"area occupata ma, nel caso, solo di acquisizione del diritto di servitù sulla stessa[3].

Il Consiglio di Stato parzialmente accettando le argomentazioni di Enel statuiva come in premesse indicato, non ritenendo Enel s.p.a. ente pubblico, ma "semplice" esercente attività d"impresa, e coinvolgendo così come già affermato l"Ente provinciale[4].

Alla luce dei fatti narrati, preme considerare che scopo principale di questo elaborato è proprio quello di offrire un concreto contributo di risoluzione per ricostruire eventuali casi similari, che ad oggi costituiscono una "perla rara" del Giudice amministrativo, ma che in un futuro più che prossimo si crede possano diventare una prassi "di alleggerimento del lavoro" dell"organo giudicante.

2. Il precedente giurisprudenziale.

Di indubbia importanza per la comprensione del provvedimento del massimo organo giudicante amministrativo è l"unico precedente nello stesso citato.

La sentenza parziale n. 5813 del 2011, conclusa nella statuizione definitiva n. 1438/2012, è la "chiave di volta" per scrivere l"esito del procedimento amministrativo che ha visto impegnato l"Ente provinciale.

Ut supra, tuttavia, non si ritiene né proprio né comprensivo del casus belli che ha agito l"Enel s.p.a.

Difatti, il caso di cui si discute ora afferisce ad un"opera di RFI s.p.a., la quale si vede impugnare e, conseguentemente, annullare innanzi al G.A. un decreto di acquisizione sanante emesso dalla Direzione Compartimentale infrastruttura di Reggio Calabria di una fascia di terreno privata posta tra la spiaggia di Amantea ed un tratto della rete ferroviaria Battipaglia-Reggio Calabria.

Tale ultima pronuncia, riconoscente altresì il risarcimento del danno, veniva impugnata dalla parte privata con la condanna di RFI alla restituzione dei terreni occupati ed alla restitutio in integrum.

Su tali basi, il Collegio di appello emetteva la sentenza parziale n. 5813 con la quale revocava <<la statuizione di esclusione della restituzione dei beni senza limiti di tempo (così come quella conseguente di condanna della società al risarcimento dei danni), in quanto basata sull"art. 43, comma 3, del d.P.R. n. 327 del 2001, nel frattempo dichiarato incostituzionale con sentenza della Corte Costituzionale n. 293 del 2010>>.

In itinere, nasceva il nuovo art. 42 bis, dal quale ne scaturiva il problema della obbligatoria applicazione per RFI s.p.a. all"occupazione sine titulo, ciò in quanto bisognava comunque adeguare la situazione di fatto a quella di diritto.

In tale contesto, veniva ordinato alla società RFI s.p.a. la produzione di una relazione, alla fine di un ben delineato procedimento amministrativo ristretto in termini ordinativi, dalla quale ne scaturisse il provvedimento definitivo adottato per la risoluzione della controversia nell"ambito di una scelta contemperante gli interessi in gioco[5].

Il precedente è improprio e fuorviante.

Due le principali perplessità che fanno dedurre il difetto di motivazione del giudice amministrativo e l"errore intellettivo che compie operando, senza alcuna consapevolezza, un netto distacco tra la norma e la realtà operativa degli Enti pubblici.

Al riguardo è bene citare l"art. 42 bis del T.U.Es., ed in particolare il comma 6, richiamato nella sentenza 2942/14, il quale così recita: <<Le disposizioni di cui al presente articolo si applicano, in quanto compatibili, anche quando è imposta una servitù e il bene continua a essere utilizzato dal proprietario o dal titolare di un altro diritto reale; in tal caso l'autorità amministrativa, con oneri a carico dei soggetti beneficiari, può procedere all'eventuale acquisizione del diritto di servitù al patrimonio dei soggetti, privati o pubblici, titolari di concessioni, autorizzazioni o licenze o che svolgono servizi di interesse pubblico nei settori dei trasporti, telecomunicazioni, acqua o energia>>[6].

Ciò evidenzia il potere amministrativo, ma anche quello discretivo, dell"Ente pubblico nel far acquisire un diritto reale al patrimonio di soggetti privati titolari di concessioni, autorizzazioni o licenze, trovando apparentemente una perfetta applicazione alla fattispecie trattata.

Così non è, o almeno soltanto in teoria potrebbe essere.

Invero, nel caso di RFI s.p.a. abbiamo un soggetto titolare del potere autoritario nonché portatore degli interessi alla realizzazione dell"opera che coincide.

Nel nostro, invece, l"Amministrazione provinciale ha si il potere coattivo, ma di sicuro non l"interesse alla realizzazione dell"opera, e soprattutto neanche quello delegato di legge per la realizzazione di opere simili.

L"art. 42 bis esordisce determinando quale presupposto fondamentale per la sua stessa esecuzione una valutazione degli interessi in conflitto da parte dell"autorità che utilizza un bene immobile per scopi di interesse pubblico al fine di acquisirlo al proprio patrimonio indisponibile.

La valutazione degli interessi in gioco nella realizzazione di un"infrastruttura energetica è alquanto complessa e niente affatto risibile, spaziando dall"impatto sull"ambiente all"analisi più meramente economica, comunque sia estranea ai normali poteri di un Ente locale.

In secondo luogo, se una delle possibili risoluzioni è l"applicazione dell"art. 42 bis, occorre obbligatoriamente concentrarsi sul metodo di calcolo dell"indennità: <<Salvi i casi in cui la legge disponga altrimenti, l"indennizzo per il pregiudizio patrimoniale di cui al comma 1 è determinato in misura corrispondente al valore venale del bene utilizzato per scopi di pubblica utilità e, se l"occupazione riguarda un terreno edificabile, sulla base delle disposizioni dell"articolo 37, commi 3, 4, 5, 6 e 7. Per il periodo di occupazione senza titolo è computato a titolo risarcitorio, se dagli atti del procedimento non risulta la prova di una diversa entità del danno, l"interesse del cinque per cento annuo sul valore determinato ai sensi del presente comma>>[7].

A parte le difficoltà di calcolo che tale disposizione determina, tali da imporre necessariamente un"attività peritale a proprie cure e spese, i giudici autori della pronuncia parziale interessata dimenticano o fanno finta di dimenticare che alla base dell"iter giudiziario seguito, oggetto di aspra contestazione tra le parti, è stato proprio il criterio di computo dell"indennità che ha animato diverse consulenze tecniche d"ufficio e di parte succedutesi nel tempo.

Ciò vorrebbe semplicemente dire che, attraverso la nomina di un tecnico e delle sue concludenti valutazioni, la Provincia coinvolta potrebbe porre quale fondamento del provvedimento di acquisizione sanante un"indennità che sia anche considerevolmente diversa, sia in melius quam in pejus, dall"attività peritale svolta in due diversi gradi di giudizio innanzi a diverse giurisdizioni.

Indubbia sarebbe l"apertura empirica verso una possibile arbitrarietà dell"Ente locale nel fare questa operazione e, considerando i rimedi di impugnazione innanzi al giudice ordinario che proprio l"art. 42 bis nel suo aspetto indennitario offre, fortemente aleatoria diverrebbe l"apertura del contenzioso verso l"Ente autore della determinazione di "questa nuova" indennità, che muterebbe la sua posizione da autorevole soggetto pubblico super partes a mera parte processuale.

Di tal che, le parti in causa impugnerebbero innanzi all"Autorità ordinaria l"indennità stabilita in seno all"atto emesso ai sensi dell"art. 42 bis T.U.Es. dall"Amministrazione provinciale, convenendo direttamente quest"ultima quale legittimata in giudizio, e prolungando sine die la fine dell"odissea espropriativa.

3. La determinazione adottata ai fini della risoluzione della causa.

La sentenza in analisi emarginata comporta rilevanti e complessi problemi soprattutto in ordine ai rimedi normativi applicabili ed alla operatività della stessa sul procedimento in corso.

Analiticamente mette conto lumeggiare sui seguenti istituti quali possibili risoluzioni del caso: l"accordo negoziale transattivo; la restitutio in integrum; il provvedimento di acquisizione sanante nella novella di cui all"art. 42 bis del T.U.Es.[8]

Viene quindi in rilievo la prima concreta soluzione riferita all"accordo negoziale.

Di qualsiasi fonte sia, quest"ultimo si dimostra utile alla definizione totale della pratica, essendo pacificamente sempre salva la autonoma volontà transattiva delle parti[9].

La totale efficacia di questa "via d"uscita" si realizza allorchè cessano le pretese economiche delle parti contrapposte e, contestualmente, viene traslato il diritto di servitù nel negozio giuridico iure privatorum contratto.

In tale contesto però trova luogo l"immediata bocciatura, infatti, secondo quanto si può leggere nei verbali assunti in corso di istruttoria procedimentale svolta dalla Provincia, emerge chiaramente il fallimento della proposta transattiva avanzata da Enel s.p.a. nei confronti della parte espropriata ai fini di una deflazione della controversia in corso.

Viene ora in evidenza l"ipotesi della "restitutio in integrum".

Quest"ultima comporta la demolizione dell"opera pubblica edificata ove siano cessate le ragioni di pubblico interesse che avevano connotato l"occupazione, con consequenziale corresponsione dell"indennità per il periodo di occupazione legittima comprensiva di rivalutazione monetaria ed interessi legali, nonché del risarcimento del danno per illecita occupazione[10].

E" notorio che in caso di occupazione divenuta illegittima di un"area e relativa trasformazione, in presenza di una domanda del proprietario di "restitutio in integrum", al g.a. è precluso operare autonome valutazioni circa l"eventuale eccessiva onerosità del risarcimento in forma specifica ex art. 2058, comma 2, c.c., atteso che il legislatore, con la norma speciale ex art. 42 bis t.u. espropri, ha chiaramente manifestato la volontà di assicurare di norma, al proprietario inciso, la restituzione in pristino dello stato dei fondi abusivamente occupati dalla p.a., fatto salvo il ricorso eccezionale di quest"ultima a provvedimenti acquisitivi sulla base di rigorose valutazioni di prevalente interesse pubblico; in difetto di qualsiasi iniziativa sanante della p.a[11].

La valutazione della cessazione delle ragioni di pubblico interesse che hanno comportato l"occupazione delle aree comporta l"apertura dell"affannoso problema già delineato nel precedente punto dell"odierno documento.

Demolire un"opera di cui non si ha alcuna paternità, ne potere di legge delegato per la sua edificazione, comporterebbe per una diversa autorità pubblica, quale è l"Ente provinciale, un"arbitraria determinazione, considerando in base alla documentazione acquisita che l"opera in questione esplica la sua funzionalità di assicurare alla collettività l"indispensabile servizio energetico da più di un ventennio, ed è quindi ormai ampiamente radicata sul territorio.

Non resta che esaminare l"ultima ipotesi.

Di carattere sussidiario ed assorbente rispetto all"esclusione delle altre soluzioni descritte, la motivazione sull"applicazione di cui all"art. 42 bis, che al VI comma così recita: <<Le disposizioni di cui al presente articolo si applicano, in quanto compatibili, anche quando è imposta una servitù e il bene continua a essere utilizzato dal proprietario o dal titolare di un altro diritto reale; in tal caso l'autorità amministrativa, con oneri a carico dei soggetti beneficiari, può procedere all'eventuale acquisizione del diritto di servitù al patrimonio dei soggetti, privati o pubblici, titolari di concessioni, autorizzazioni o licenze o che svolgono servizi di interesse pubblico nei settori dei trasporti, telecomunicazioni, acqua o energia>>.

Valutati gli aspetti interessati circa l"utilizzo attuale dell"immobile a fini pubblici, lo spessore degli interessi privati contrapposti e l"assenza di ragionevoli alternative, si ritiene correttamente di dovere applicare l"istituto suddetto, ciò anche in vista della recente giurisprudenza dell"On.le Giudice adito in materia[12].

Il decreto legislativo n. 302 del 2002, riproducendo il contenuto dell"art. 3, comma 3, della l.n. 166 del 2002, ha pertanto inserito nell"art. 43 comma 6 bis, trasfuso nell"art. 42 bis vigente, per il quale può essere disposta l"acquisizione del diritto di servitù al patrimonio dei soggetti, pubblici o privati, titolari di concessioni, autorizzazioni o licenze o che svolgono, anche in base alla legge, servizi di interesse pubblico nei settori dei trasporti, telecomunicazioni acqua, energia.

La norma va interpretata nel senso che la costituzione in sanatoria di servitù può avere luogo ogni volta che un impianto sia stato realizzato sulla base di atti illegittimi o di condotte senza titolo, nei settori ivi determinati.

In tal guisa, diventa preminente la complessa valutazione degli interessi in conflitto, tra cui non hanno certo carattere secondario quelli di tutela ambientale e della salute.

In letteratura è pacifico che nel sistema di distribuzione di energia elettrica la media tensione è utilizzata nei tratti intermedi compresi tra le stazioni ricevitrici di alta tensione dagli elettrodotti e le cabine di trasformazione finale per la consegna in bassa tensione.

Secondo una norma CEI EN 62271 – 200, gli impianti di media tensione devono essere realizzati secondo dei criteri più rigidi al fine di rispettare e garantire la sicurezza delle persone, la continuità del servizio elettrico degli impianti e la salvaguardia dell"ambiente.

Il corollario che ne segue è che la linea di media tensione realizzata rispetta maggiormente quelli che sono gli interessi pubblici coinvolti.

Rebus sic stantibus, si conferma dunque l"adozione del provvedimento di cui all"art. 42 bis, quale unica soluzione imposta dallo status quo interessato, al fine di equilibrare la situazione di fatto a quella di diritto e sanare la divergenza delineatasi nel notevole lasso di tempo intercorso.

4. Conclusioni.

La disamina del lavoro svolto fa emergere con assoluta chiarezza che la risoluzione applicata per la definizione del casus creato "ad arte" dal Consiglio di Stato non può che essere l"art. 42 bis del T.U.Es.

Un po" come la risoluzione di un problema matematico che introduceva la parte dispositiva con un perentorio "C.V.D.", ovverossia "come volevasi dimostrare".

Quello che si vuol dire è che il giudice amministrativo "impone senza alcun comando" l"applicazione del disposto normativo citato, non lasciando alcuna "via di fuga" alla povera Amministrazione provinciale, quasi come fosse una soluzione "pilotata".

L"Ente pubblico non può non arrivare a questa conclusione attraverso una valutazione che deve dare conto dei due elementi indispensabili quali gli scopi di interesse pubblico perseguiti e la valutazione degli interessi in conflitto, preceduti da un "obbligatorio" avviso di avvio del procedimento.

In tal senso, l"art. 42 bis purga le coscienze dell"organo giudicante in quanto permette di iniziare un procedimento completamente nuovo azzerando, si ripete, ben due gradi di giudizio di fronte a diverse giurisdizioni, e rimettendo le sorti dell"affannosa ricerca di giustizia sulle già deboli "spalle" della pubblica autorità locale.

Nulla quaestio in merito alle procedure da svolgere, l"ostacolo principale è però in ordine alla paternità dell"opera che non rientra in quelle fisiologiche di un Ente locale come la Provincia.

Non si può di certo travisare che l"Ente pubblico agito ha soltanto la mera potestà amministrativa dell"emissione degli atti ablatori da porre in essere per Enel s.p.a., vieppiù che alcuna facoltà di legge o di discernimento operativo tecnico è da imputarsi alla sua struttura.

Presupposti indefettibili in questa materia quali mantenimento o spostamento dell"opera, sussistenza della pubblica utilità, studi di settore, fattori ambientali, perdite economiche, si ripete con forza, non appartengono alla pubblica amministrazione.

Pur tuttavia, come un circolo vizioso di un teorema matematico l"unica soluzione adottabile rimane sempre l"acquisizione sanante.



[1] Cfr. Cons. Stato, Sez. VI, 31 ottobre 2011, n. 5813; Id., sez. IV, ord. 30 luglio 2012, n. 4288.

[2] Vedi TAR Calabria, sentenza n. 774/2013. Precisava poi che: <ex nunc della proprietà del fondo con provvedimento ex art. 42 bis contenente l"indicazione dell"indennizzo (detratte le somme già corrisposte in precedenza), del risarcimento del danno determinato in conformità al disposto del terzo comma dell"art. 42 bis e degli interessi legali previsti dalla stessa norma quale risarcimento per il periodo di occupazione illegittima>>.

[3] Possibilità prevista ex art. 42 bis punto 6 con provvedimento della competente Autorità amministrativa a beneficio del Titolare delle concessioni o autorizzazioni del settore dell"energia.

[4] Cfr. Cons. Stato, Sentenza n. 2942/2014: <<Ritiene il Collegio che l""autorità" evocata dall"art. 42 bis citato non possa non essere se non quella che, titolare del potere ablatorio, sia in grado – di fatto e di diritto – di valutare le "attuali ed eccezionali ragioni di interesse pubblico" che giustificano l"applicazione del provvedimento acquisitivo alla luce della comparazione con gli interessi privati coinvolti nella vicenda (cfr. comma 4). D"altronde, la scissione tra il soggetto pubblico titolare del potere ablatorio e il soggetto destinato ad avvalersi concretamente del provvedimento adottato è evenienza non rara nell"ambito delle espropriazioni, come anzi prevede espressamente lo stesso art. 42 bis, al comma 6. Segue da ciò che l"ellittica formulazione del comma 1 dell"articolo non può non essere di ostacolo a quelle conclusioni di cui ora si è detto, che sono imposte dalla logica complessiva del sistema, nel quadro dei poteri, degli oneri e degli obblighi di cui sono investite le figure soggettive pubbliche […]. Il che, peraltro, vale nei confronti del soggetto destinatario del provvedimento ablatorio; e ciò non incide affatto sul tema del riparto degli oneri, attinente al rapporto interno tra autorità espropriante od occupante e soggetto beneficiario del provvedimento, che pure il comma 6 dell"art. 42 bis richiama>>.

[5] In buona sostanza, le vie percorribili suggerite erano tre: 1) restituire i terreni ai suoi titolari; 2) acquisirli con la stipula di un contratto avente funzione transattiva; 3) acquisirli coattivamente con il provvedimento delineato nella nuova formulazione di cui all"art. 42 bis T.U.Es.

[6] Sentenza n. 2942/14 p. 11: <<D"altronde, la scissione tra soggetto pubblico titolare del potere ablatorio e il soggetto destinato ad avvalersi concretamente del provvedimento adottato è evenienza non rara nell"ambito delle espropriazioni, come anzi prevede espressamente lo stesso art. 42 bis, al comma 6>>.

[7] Art. 42 bis, comma 3, d.P.R. n. 327/2001.

[8] Si ritiene di dovere chiarire che non trova alcuna possibilità l"applicazione della "retrocessione", la cui disciplina di riferimento è contenuta negli artt. 46-47 e 48 del T.U.E., figli della più ampia norma contenuta negli artt. 60 ss della "Legge fondamentale", che regola i casi nei quali il fondo espropriato può o deve essere restituito all"originario proprietario. Emesso il decreto definitivo, tale evenienza si verifica allorché l"area espropriata non sia stata utilizzata, in tutto o in parte, per la realizzazione dell"intervento pubblico a suo tempo programmato. Parlare di "retrocessione" è inopportuno in presenza di una considerevole occupazione sine titulo, ma comunque lo si ritiene esaustivo per completare il quadro di tutela. All"uopo tra i molti Cfr. Caringella F., L"espropriazione per pubblica utilità, Giuffrè editore, Milano, 2007, pp. 1007 ss.

[9] Ex multis Cons. St., sez. VI, 13 giugno 2011 n. 3561; Cons. St., sez. IV, 1 giugno 2011 n. 3331.

[10] Secondo notori principi estimatori si dovrebbe calcolare il valore venale del bene al momento dell"emanazione del provvedimento di ripristino, aumentato del 10% a titolo di ristoro del pregiudizio arrecato nonché il 5% del valore che l"immobile aveva in ogni anno successivo allo scadere della dichiarazione di pubblica utilità come occupazione sine titulo.

[11] Vedi soprattutto TAR Piemonte, sez. I, sentenza 10/01/2014 n. 43.

[12] Consiglio di Stato, sez. IV, n. 4490 del 03/09/2014: <<In particolare non condivisibile è la tesi secondo la quale l"acquisizione ex art. 42 bis costituirebbe esercizio di un potere amministrativo affrancato dalle esigenze partecipative a motivo del carattere potestativo della scelta rimessa all"amministrazione, salva la possibilità di contestare unicamente il quantum in sede giurisdizionale ordinaria. Invero, il potere di acquisizione, citato, non deborda dai consueti e tradizionali canoni della discrezionalità amministrativa, rinvenibili nell"apprezzamento ed individuazione dell"interesse pubblico in conflitto con quello dei privati. Anche quando costituisce – come nel caso di specie – l"appendice amministrativa di una vicenda giudiziaria conclusasi con l"annullamento del titolo espropriativo o con l"accertamento della sua inesistenza, l"amministrazione deve, infatti, comunque agire "valutati gli interessi in conflitto", (art. 42 bis comma 1) e motivare specificatamente circa le "attuali ed eccezionali ragioni di interesse pubblico che ne giustificano l"emanazione, valutate comparativamente con i contrapposti interessi privati ed evidenziando l"assenza di ragionevoli alternative alla sua adozione". Trattasi di aspetti (l"utilizzo attuale dell"immobile a fini pubblici, l"eccezionalità delle ragioni che ne giustificano all"attualità il trattenimento, lo spessore degli interessi privati contrapposti, l"assenza di ragionevoli alternative) connotati da valutazioni tipicamente discrezionali che impattano su posizioni giuridiche di diritto soggettivo assoluto (qual è appunto il diritto di proprietà rimasto in capo al privato) come tali, necessitanti di una inderogabile tutela procedimentale in fase di avvio del procedimento, secondo lo schema dei cd interessi oppositivi. Solo il corretto adempimento di tale onere comunicativo può consentire al privato di rappresentare i propri interessi e di collaborare, al contempo, alla migliore configurazione dell"interesse pubblico>>.



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