Legislazione e Giurisprudenza, Filiazione, potestà, tutela -  Rossi Stefano - 2013-07-03

L'INTERESSE DEL MINORE PREVALE SUL CRITTOTIPO - Cass. 27.6.2013, n. 16271 - Stefano ROSSI

I crittotipi sono tutti quegli elementi che concorrono a formare la mentalità del giurista, sono cioè quegli elementi che caratterizzano il contesto storico e l"ambiente culturale, sociale ed economico nel quale il giurista si è formato.

Tra i crittotipi che resistono, nonostante le riforme e l'evoluzione sociale, vi è quello che ritiene prevalente l'attribuzione al minore del cognome paterno, in omaggio ad una malintesa immagine patriarcale della nostra società.

La vicenda oggetto della pronuncia in commento si inserisce in quel percorso giurisprudenziale che tenta di scardinare questo moloch.

Tutto nasce da un decreto della Corte d"Appello di Venezia che si era pronunciata sul reclamo proposto dai genitori di una bambina contro il provvedimento con il quale era stata disposta l"aggiunta al cognome materno di quello del padre, che aveva successivamente effettuato il riconoscimento della figlia naturale dei coniugi appellanti. In particolare, la Corte territoriale aveva annullato il decreto reclamato, affermando che l"attribuzione del cognome materno, scelto concordemente dai genitori, corrispondesse all"interesse del minore, costituendo, per altro, già un segno distintivo della personalità della stessa.

Contro detta pronuncia della Corte veneziana proponeva ricorso il Procuratore Generale, in difesa del patronimico, lamentando la violazione dell"art. 262 c.c., in base al quale se la filiazione nei confronti del padre è stata accertata o riconosciuta successivamente al riconoscimento da parte della madre, il figlio naturale può assumere il cognome del padre aggiungendolo o sostituendolo a quello della madre; nel caso di minore età del figlio, il giudice decide circa l"assunzione del cognome del padre. Secondo la vetusta e polverosa tesi sostenuta dalla Procura Generale, tale disposizione imporrebbe di considerare tutte le opzioni possibili, avendo riguardo all"esclusivo interesse del minore, senza tener conto, come verificatosi nel caso, degli accordi dei genitori.

Con l"ordinanza n. 16271, depositata il 27 giugno 2013, La Corte di cassazione ha ritenuto infondata la censura, affermando che la Corte territoriale sulla base di una valutazione di merito insindacabile in sede di legittimità, supportata da esauriente motivazione – non fondata sulla manifestazione della volontà dei genitori, ma incentrata soprattutto sull"interesse del minore -, ha correttamente applicato un principio che si andato consolidando nella giurisprudenza di legittimità, secondo cui in tema di attribuzione giudiziale del cognome i criteri di individuazione del cognome del minore si pongono in funzione del suo interesse, che è quello di evitare un danno alla sua identità personale, intesa anche come proiezione della sua personalità sociale, pertanto la scelta del giudice non può essere condizionata dal "favor" per il patronimico.

Già in precedenza la Cassazione (Cass. civ., sez. I, 3 febbraio 2011, n. 2644) aveva asserito In tema di attribuzione giudiziale del cognome al figlio naturale riconosciuto non contestualmente dai genitori, il giudice è investito dall'art. 262, secondo e terzo comma, cod. civ. del potere-dovere di decidere su ognuna delle possibilità previste da detta disposizione avendo riguardo, quale criterio di riferimento, unicamente all'interesse del minore e con esclusione di qualsiasi automaticità, che non riguarda né la prima attribuzione (essendo inconfigurabile una regola di prevalenza del criterio del "prior in tempore"), né il patronimico (per il quale parimenti non sussiste alcun "favor" in sé). (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la decisione impugnata, che aveva ritenuto di sostituire il patronimico al cognome materno per primo attribuito, in considerazione dell"inesistente attitudine identificatrice di quel cognome, data la tenera età del minore, della implausibilità sociale del doppio cognome, e della sua irrilevanza ai fini di un rafforzamento del preteso legame con altri figli minori della stessa madre, recanti però un cognome paterno diverso, e, dunque, configurandosi una maggiore plausibilità sociale del solo patronimico, trattandosi di scelta oggettivamente integrativa di un fattore di normalità) [vedi anche Trib. Minorenni Milano, 10 gennaio 2011; Cass. civ., sez. I, 27 febbraio 2009, n. 4819].

In questo senso conserva tutt"ora un profilo controverso e non risolto la questione dell"attribuzione del cognome paterno ai figli. La Corte costituzionale, nella sentenza Corte cost., 16.2.2006, n. 61 (ribadita in Corte cost., ord. 27.4.2007, n. 145), ha decisamente preso posizione nel senso che «l"attuale sistema di attribuzione del cognome e retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, la quale affonda le proprie radici nel diritto di famiglia romanistico, e di una tramontata potestà maritale, non più coerente con i principi dell"ordinamento e con il valore costituzionale dell"uguaglianza tra uomo e donna». Ne è derivata però un inammissibilità della questione di legittimità costituzionale, il che significa che le norme così pesantemente censurate rimangono tuttora in vigore, in conseguenza del fatto che il vuoto che verrebbe prodotto dalla dichiarazione di incostituzionalità potrebbe essere colmato da più soluzioni tutte astrattamente compatibili con il quadro costituzionale, e perciò rimesse alla discrezionalità del legislatore

Il Giudice costituzionale (C. Cost., ord. 11.2.1988, n. 176) peraltro aveva già affermato «che sarebbe possibile e anche consentaneo all"evoluzione della coscienza sociale, sostituire la regola vigente in ordine alla determinazione del nome distintivo dei membri della famiglia costituita dal matrimonio con un criterio diverso, più rispettoso dell"autonomia dei coniugi, il quale concilii i due principi sanciti dall"art. 29 Cost., anzichè avvalersi dell"autorizzazione a limitare l"uno in funzione dell"altro») il che costituisce sicuramente un monito al legislatore

Da ultimo, con l"ordinanza interlocutoria n. 23934/2008 (C., Sez. I, ord. 22.9.2008, n. 23934), la Sezione I civile della Corte di Cassazione ha trasmesso gli atti al Presidente della Suprema Corte perchè ai fini della eventuale rimessione alle Sezioni Unite del compito di valutare «se, ai fini della presente controversia, possa essere adottata una interpretazione delle norme di sistema costituzionalmente orientata, ovvero se tale soluzione sia ritenuta esorbitante dai limiti dell"attività interpretativa, dovendo in questo caso essere rimessa nuovamente alla Corte costituzionale».



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