Legislazione e Giurisprudenza, Danni non patrimoniali, disciplina -  Fabbricatore Alfonso - 2016-03-16

LIQUIDAZIONE EQUITATIVA DEL D.N.P.: IL GIUDICE DEVE MOTIVARE LA PROPRIA VALUTAZIONE - Cass. 4377/16 - di A.F.

Cassazione, sez. III Civile, 7 marzo 2016, n. 4377, Pres. Berruti – Rel. Rossetti

La liquidazione equitativa del danno non patrimoniale ex art. 1226 c.c. deve essere motivata dal giudice, tenuto ad indicare l"iter logico adottato per la valutazione dei fatti e per la successiva quantificazione in termini economici del danno, avendo cura di garantire adeguata considerazione alle specificità del caso concreto, attraverso la variazione in più od in meno dei parametri standard. Pertanto la liquidazione del danno effettuata secondo equità può ritenersi sufficientemente motivata, ed è pertanto insuscettibile di sindacato in sede di legittimità, allorquando il giudice dia l'indicazione di congrue ragioni del processo logico seguito; tale valutazione è invece censurabile se sia stato liquidato un importo manifestamente simbolico o non correlato alla effettiva natura od entità del danno o quando nella sentenza di merito non si dia conto del criterio utilizzato, o la relativa valutazione risulti incongrua rispetto al caso concreto, o la determinazione del danno sia palesemente sproporzionata per difetto o per eccesso.

Equità non vuol dire arbitrio, perché quest' ultimo, non scaturendo da un processo logico deduttivo, non potrebbe mai essere sorretto da adeguata motivazione. Affermare allora che la liquidazione equitativa è insindacabile a condizione che risulti congruamente motivata equivale ad ammettere che dell'equità possa darsi una giustificazione razionale a posteriori.

I principi sopra esposti vengono ribaditi dalla S.C. con la sentenza in epigrafe, secondo cui la liquidazione equitativa ai sensi dell"art. 1226 c.c. non può sbiadirsi in un responso oracolare, né svilirsi al livello di un frettoloso calcolo ragionieristico del tutto sganciato dalle specificità del caso concreto.

A seguito di un sinistro occorso al conducente di un automezzo, travolto da un treno mentre, a bordo del veicolo, attraversava uno svincolo ferroviario, la Corte d"Appello, riformando la sentenza di primo grado, riconosceva ai parenti della vittima un importo a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale subito dalla vittima ed a loro spettante iure hereditario, con motivazione particolarmente succinta, stabilendo infatti che "tenuto conto della giovane età della vittima, della lunghezza del ricovero e dell"esito fatale dell"incidente, il complessivo danno (...) può essere liquidato in via equitativa (...) in Euro 100.000".

A seguito del ricorso in Cassazione presentato dalla società proprietaria del convoglio, i parenti della vittima resistono con controricorso argomentato in tre motivi.

Con il terzo motivo, che viene ritenuto fondato, lamentano che la sentenza impugnata sarebbe affetta da un vizio di motivazione, ai sensi dell"art. 360, n. 5, c.p.c.: deducono, al riguardo, che la Corte d"appello non avrebbe motivato adeguatamente la stima del danno non patrimoniale acquisito dai congiunti della vittima iure haereditario (ovvero patito dalla vittima tra le lesioni e la morte), né quella del danno non patrimoniale iure proprio da uccisione del congiunto.

Secondo i Giudici di legittimità, Il danno non patrimoniale patito da chi, dopo essere stato ferito, sopravviva quodam tempore per poi venire a mancare, può in tesi consistere sia nel danno biologico temporaneo (invalidità temporanea), da liquidare in via equitativa de die in diem, a prescindere dalla circostanza che la vittima sia stata cosciente o meno, sia nell"ansia, nell"angoscia o nella paura provata da chi, lucidamente, si avveda di stare per morire e ne provi il conseguente e comprensibile tormento, da liquidare ovviamente soltanto a chi, nel periodo di sopravvivenza, abbia avuto consapevolezza della propria sorte.

Tanto l"uno, quanto l"altro danno, vanno ovviamente liquidati in via equitativa: ma la liquidazione equitativa ai sensi dell"art. 1226 c.c. non può sbiadirsi in un responso oracolare, né svilirsi al livello di un frettoloso calcolo ragionieristico del tutto sganciato dalle specificità del caso concreto.

È, infatti, principio pacifico e risalente nella giurisprudenza di questa legittimità (a partire almeno da Sez. 3, Sentenza n. 357 del 13/01/1993, Rv. 480259, in motivazione) quello secondo cui il giudice chiamato a liquidare il danno non patrimoniale derivante da una lesione della salute deve adottare un criterio in grado di garantire due principi:
(a) da un lato, assicurare la parità di trattamento a parità di danno, attraverso l"adozione di un criterio standard uniforme;

(b) dall"altro, garantire adeguata considerazione alle specificità del caso concreto, attraverso la variazione in più od in meno del parametro standard. Nel motivare le ragioni della propria decisione, pertanto, il giudice di merito deve:
(a) indicare quale sia il parametro standard adottato; come sia stato individuato e quali ne siano i criteri ispiratori e le modalità di calcolo;

(b) indicare se nel caso di specie, per quanto dedotto e provato dalle parti, sussista la necessità di variare in più od in meno il criterio standard.
La motivazione con la quale il giudice di merito giustifica la liquidazione del danno non patrimoniale alla salute deve dunque essere tale da rendere comprensibile l"iter logico, giuridico e matematico seguito dal giudice (ex permultis, Sez. 3, Sentenza n. 6088 del 20/03/2006, Rv. 590613).

Nel caso di specie, invece, non uno di questi pacifici precetti è stato rispettato dalla Corte d"appello de L"Aquila. La motivazione da questa adottata, infatti, non ha spiegato:
(a) se la vittima sia stata cosciente o meno nel lasso di tempo tra l"infortunio e la morte;
(b) quale criterio abbia inteso adottare per liquidare il danno da invalidità biologica temporanea;
(c) quale criterio abbia inteso adottare per liquidare (l"eventuale) danno da lucida agonia;
(d) se nel caso di specie sussistevano o meno peculiarità tali da variare in aumento o in diminuzione la misura standard del risarcimento.          
Identico a quello appena censurato è il vizio motivazionale che la sentenza impugnata presenta, nella parte in cui ha inteso liquidare il danno non patrimoniale patito in via diretta dagli attori, in conseguenza della morte del loro parente.      
Sul punto, infatti, la sentenza così motiva:        
"il complessivo danno non patrimoniale subito dal coniuge e dai due figli (che convivevano col defunto, che avevano 40, 15 e 11 anni rispettivamente, che hanno con lui condiviso la pena del ricovero e la sofferenza del decesso, e poi subito la perdita del rapporto parentale) può essere liquidato (...) in Euro 50.000 ciascuno, ed il danno subito dai genitori e dalla sorella del D.R. in Euro 30.000 ciascuno".  
Anche in questo caso la Corte d"appello non ha indicato quale sarebbe la misura standard posta a base del calcolo; come sia stata individuata; e se e come sia stata variata per tenere conto delle specificità del caso concreto.



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