Legislazione e Giurisprudenza, Generalità, varie -  Gasparre Annalisa - 2015-03-11

LITE IN FAMIGLIA: NESSUNA LEGITTIMA DIFESA - Cass. pen. 464/2015 - Annalisa GASPARRE

- lite in famiglia

- lesioni aggravate alla moglie minacciata con un coltello

- esclusa la legittima difesa e l'attenuante della provocazione

Tra i due protagonisti vi era stata una lite e l'uomo aveva avuto la meglio. In Tribunale, però, invocherà di aver agito per legittima difesa.

Era emerso che l'imputato aveva ammesso di aver "preso l'arma, sia pure allo scopo di fare spaventare la convivente", tuttavia la difesa non ha indicato "le modalità di una condotta materialmente aggressiva realizzata o prospettata in danno dell'imputato e tale da imporre una reazione violenta dello stesso". Pertanto, è corretto escludere l'operatività della scriminante della legittima difesa che, per pacifico orientamento giurisprudenziale, "può essere invocata se l'agente è costretto a porre in essere una reazione necessaria a far fronte al pericolo determinato dall'aggressione altrui per difendere la propria incolumità". In altri termini "la causa di giustificazione non è fondatamente invocabile quando l'agente innesca una progressione di violenza fisica e solo dopo l'attivarsi di tale progressione, e nell'ambito di questa, egli subisce a sua volta una violenza fisica".

Del pari, il giudice di merito aveva correttamente escluso l'attenuante della provocazione. Si era evidenziato che non vi era stato un "comportamento della persona offesa idoneo a costituire un fatto ingiusto verso l'imputato", precisando che "non è configurabile l'attenuante della provocazione quando l'esistenza dì pregressi contrasti tra le parti sia sfociata in reciproche aggressioni o ripicche".

A proposito di legittima difesa, su questa Rivista, tra gli altri, "RIFLESSIONI VITTIMOLOGICHE SULLA LEGITTIMA DIFESA" (19.3.2014); "LEGITTIMA DIFESA: NO OCCASIONE DI 'REGOLAMENTO' ATTRITI" - Cass. pen. 26595/13 (31.1.2015)

Cass. pen. Sez. V, Sent., (ud. 25-06-2014) 08-01-2015, n. 464

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. OLDI Paolo - Presidente -

Dott. DE BERARDINIS Silva - rel. Consigliere -

Dott. LAPALORCIA Grazia - Consigliere -

Dott. PEZZULLO Rosa - Consigliere -

Dott. PISTORELLI Luca - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

G.P. N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 1164/2010 CORTE APPELLO di MILANO, del 29/04/2013;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 25/06/2014 la relazione fatta dal Consigliere Dott. DE BERARDINIS SILVANA;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. ANIELLO Roberto, che ha concluso per l'inammissibilità del ricorso.

Svolgimento del processo

Con sentenza in data 29.4.13 la Corte di Appello di Milano confermava la sentenza emessa dal Giudice monocratico del Tribunale di Vigevano nei confronti di G.P., ritenuto responsabile del reato di lesioni (ex art. 582 c.p. e art. 585 c.p., commi 1 e 2) e del reato di cui all'art. 612, comma 2 - in relazione all'art. 339 c.p., (per avere colpito alla testa e in altre parti del corpo la moglie C.R., minacciandola con uso di un coltello acc.in data (OMISSIS));

I fatti si ritenevano provati in base alle dichiarazioni della persona offesa, avvalorate da ulteriori deposizioni testimoniali; le lesioni risultavano riscontrate da referto ospedaliero;

Il giudice di appello aveva escluso il fondamento delle richieste di applicazione dell'esimente della legittima difesa, e quelle inerenti al riconoscimento dell'attenuante della provocazione;

Avverso detta sentenza proponeva ricorso per cassazione il difensore, deducendo:

1 - manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione;

2-violazione dell'art. 192 c.p.p..

La difesa riteneva la decisione inficiata dal travisamento delle prove, in relazione al mancato riconoscimento dei presupposti per ritenere sussistente l'esimente della legittima difesa, ovvero dell'attenuante della provocazione;

Censurava inoltre la motivazione evidenziando il comportamento della persona offesa, che in dibattimento aveva ammesso di avere assunto atteggiamento provocatorio, nel corso di una lite con il convivente;

evidenzia che anche la figlia della donna aveva dichiarato che vi era stata una lite e che vi era necessità di dividere i due contendenti;

Da tali elementi la difesa desumeva che vi era stata una colluttazione, nel corso della quale l'imputato aveva agito per legittima difesa.

Rilevava infine che la situazione dei rapporti familiari tra i due protagonisti dei fatti era controversa, e che all'epoca la donna era detenuta agli arresti domiciliari;

Inoltre il ricorrente descriveva la fasi della lite secondo testimonianza della figlia e dichiarazioni della persona offesa (la quale aveva al momento lasciato sul tavolo della cucina il coltello);

3 - censurava il mancato riconoscimento della attenuante della provocazione;

4 - difetto di motivazione in ordine al reato di minaccia;

Per questi motivi concludeva chiedendo l'annullamento del provvedimento impugnato.

Motivi della decisione

Il ricorso risulta inammissibile.

Deve osservarsi che la sentenza impugnata risulta esaurientemente motivata in riferimento alle deduzioni formulate in sede di appello dalla difesa e corretta nella applicazione della legge penale, oltre che nella applicazione dei criteri di valutazione della prova ex art. 192 c.p.p..

Non si rilevano, alla stregua dei motivi di gravame, elementi idonei a rivelare profili di contraddittorietà o illogicità del percorso seguito dal giudice nella decisione, ovvero discrasie rivelatrici del travisamento delle prove, atteso che il giudizio di colpevolezza dell'imputato risulta fondato ritualmente sulle dichiarazioni della persona offesa, che è stata ritenuta attendibile, essendo peraltro corroborata la tesi accusatoria da altre deposizioni testimoniali.(la valutazione è conforme al dettato giurisprudenziale - Cass. Sez. 4^, 9/4/2004, n.16860-RV227901);

L'esclusione della esimente prevista dall'art. 52 c.p., risulta ritenuta in base a logiche argomentazioni(a fl.3) desumendo dalle modalità della condotta lesiva realizzata dal prevenuto nei confronti della donna-parte offesa, l'assenza di segni rivelatori di una patita aggressione.

D'altra parte lo stesso G., secondo il testo della motivazione, aveva ammesso di avere preso l'arma, sia pure allo scopo di fare spaventare la convivente, e la difesa non indica le modalità di una condotta materialmente aggressiva realizzata o prospettata in danno dell'imputato e tale da imporre una reazione violenta dello stesso.

In tal senso la decisione è conforme al dettato giurisprudenziale di questa Corte (n.l85551/2011) per cui la scriminante della legittima difesa può essere invocata se l'agente è costretto a porre in essere una reazione necessaria a far fronte al pericolo determinato dall'aggressione altrui per difendere la propria incolumità.

Ne consegue che la causa di giustificazione non è fondatamente invocabile quando l'agente innesca una progressione di violenza fisica e solo dopo l'attivarsi di tale progressione, e nell'ambito di questa, egli subisce a sua volta una violenza fisica.

Parimenti risulta rituale l'esclusione della attenuante della provocazione, con motivazione rispondente ai canoni giurisprudenziali, evidenziando l'assenza di un comportamento della persona offesa idoneo a costituire un fatto ingiusto verso l'imputato. Sul punto il giudice di appello ha specificamente rilevato inoltre che non è configurabile l'attenuante della provocazione quando l'esistenza dì pregressi contrasti tra le parti sia sfociata in reciproche aggressioni o ripicche, citando sul punto la giurisprudenza di questa Corte (n. 26847/2010).

Quanto alla minaccia è stato evidenziato che l'imputato ha reso dichiarazioni confessorie. Deve altresì rilevarsi la inammissibilità del motivo di ricorso che censura l'applicazione della aggravante dell'uso di un'arma, desumendosi l'assenza di uno specifico motivo di appello sul punto;peraltro la sussistenza dell'aggravante risulta rispondente alle modalità della condotta desunte dalle risultanze processuali menzionate dal giudice di appello a sostegno della decisione.

In conclusione si deve rilevare che i motivi di ricorso si rivelano manifestamente infondati, oltre che meramente ripetitivi delle deduzioni formulate in appello, onde va dichiarata l'inammissibilità del gravame, Consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00, a favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00, a favore della Cassa delle Ammende.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere la generalità e gli altri identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.

Così deciso in Roma, il 25 giugno 2014.

Depositato in Cancelleria il 8 gennaio 2015



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