Articoli, saggi, Generalità, varie -  Scozzafava Guendalina - 2013-10-31

LO SCANDALO DELLA TORTURA - Guendalina SCOZZAFAVA

Oggi la tortura torna ad occupare lo spazio pubblico, se ne urla lo scandalo o se ne cerca una giustificazione ...ma che cos'è la tortura ?

DEFINIZIONE DI TORTURA

Le Nazioni Unite definiscono la tortura "qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla od esercitare pressioni su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze derivanti unicamente da sanzioni legittime, ad esse inerenti o da esse provocate".1

Fino al diciottesimo secolo la tortura veniva ammessa da molti Stati, quale strumento adottato nell'ambito dei procedimenti penali.

Oggi è proibita, ma nonostante il divieto internazionale, la tortura e i trattamenti crudeli, disumani e degradanti sono praticati in buona parte del mondo   e "giustificati" dal  più alto dovere di "difesa dello Stato"

L'analisi del tema richiede inevitabilmente un approccio multidisciplinare che tenga in considerazione il quadro normativo, i risvolti psico-sociali e la condizione clinica necessaria per il trattamento di un torturato.

L'AMBITO GIURIDICO:

La Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani e degradanti approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite in data 10 dicembre 1984 a New York è da considerarsi il documento internazionale di riferimento nel trattare il tema della tortura.

Fondamentali sono gli articoli 2 e 3 della Convenzione ove l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite impone agli Stati Parte di adottare ogni provvedimento legislativo, amministrativo o giudiziario volto ad impedire la commissione del reato di tortura, senza nessuna possibilità di invocare, a giustificazione, circostanze di carattere eccezionale, ovvero ordini di autorità pubbliche o di un  superiore.

Altresì è fatto divieto di espellere, respingere o estradare verso Stati in cui vi siano violazione sistematiche e gravi dei diritti dell'uomo e pertanto vi siano serie ragioni di credere che la persona potrebbe essere sottoposta a tortura.

Di inevasa importanza è inoltre l'articolo 4 della Convenzione dal quale si evince il dovere di ogni Stato Parte a far si che il proprio diritto penale riconosca quale reato la tortura. A tutt'oggi l'Italia non ha inserito nel proprio codice penale tale crimine.

Anche in relazione a tale mancato adempimento il Comitato contro la Tortura2nel suo rapporto di conclusioni e raccomandazioni sull'Italia esprime la propria preoccupazione : " Nonostante l'asserzione da parte dello Stato Parte che, ai sensi del Codice Penale italiano, tutti gli atti definibili come "tortura" secondo il significato dell'articolo 1 della Convenzione sono punibili e pur rilevando che il disegno di legge (Senato, DDL n. 1216), approvato dalla Camera dei Deputati, è ancora in attesa di essere preso in esame al Senato, il Comitato rimane preoccupato per il fatto che lo Stato Parte non abbia ancora incorporato nel proprio diritto interno il crimine di tortura come definito nell'articolo 1 della Convenzione (articoli 1 e 4).Il Comitato reitera la sua precedente raccomandazione (A/54/44, para. 169(a)) che lo Stato Parte proceda ad incorporare nel diritto interno il crimine di tortura e adotti una definizione di tortura che comprenda tutti gli elementi contenuti nell'articolo 1 della Convenzione. Lo Stato Parte dovrebbe garantire inoltre che questi delitti siano puniti con pene appropriate, che tengano conto della gravità della loro natura, come indicato all'articolo 4, par. 2 della Convenzione"

In un ragionamento di portata internazionale non si può escludere una, seppur breve, riflessione circa i servizi di accoglienza e cura a favore delle vittime di tortura che si incorporano nel più ampio quadro del sistema del diritto d'asilo.

Le vittime di tortura sono notevolmente aumentate in Italia anche proporzionalmente all'incremento di domande di protezione internazionale che hanno però visto una tendenza inversamente proporzionale nella crescita dei servizi d'accoglienza socio-sanitaria4

Oggi l'iter di un richiedente asilo in Italia prevede un iniziale transito  in un C.I.E (centro d'identificazione ed espulsione) per un periodo massimo di 30 giorni e successivamente in un C.A.R.A. ( Centro Accoglienza Richiedenti Asilo) per un ugual periodo.

Riconosciuto lo status di rifugiato viene dunque predisposta l'accoglienza presso uno  S.P.R.A.R., ovvero servizi di  protezione per richiedenti asilo e rifugiati  attivati nel 2002 dal Dipartimento per le libertà civili e l' immigrazione del Ministero dell'Interno.

Il sistema di servizi offerti per quanto in evoluzione da un punto di vista qualitativo5è comunque oggi insufficiente se proporzionato al bisogno effettivo e, altro dato di importante rilevanza, non omogeneamente organizzato sull'intero territorio nazionale.

Uno scandalo nello scandalo

L'AMBITO  PSICOLOGICO E SOCIALE

Molte cose sono ormai note circa la tortura: cosa è, perché si fa, come si fa, come si nasconde, ma ve ne sono altre che restano ancora poco chiare e alcune del tutto ignote.

Altresì vi è un'idea abbastanza precisa delle conseguenze da un punto di vista fisico; mentre già più sfumate sono le conoscenze dei risvolti psicologici e ancor più sconosciute sono invece le sedimentazioni che la tortura lascia nell'individuo creando un "passato continuamente presente" 6

Lacerazioni interne che talvolta fanno ancor più male di quelle esterne e sanguinano molto più di un'amputazione.

Sono le ferite della "new torture", una forma di tortura evoluta rispetto a quella più arcaica e tradizionale che mira ad una devastazione psicologica della persona, che annienta l'essere e distrugge ogni forma di vita: sono le ferite (in)visibili.

Sono ferite  non rilevabili da una visita medica o da un esame diagnostico, marcate da un inchiostro indelebile e trasparente che segna per sempre e che gli altri non riescono a vedere.

Allucinazioni, deprivazioni sensoriali, isolamento, terrore psicologico, tortura fobica ( es uso di ragni, insetti ...), umiliazione, esposizione in condizione di nudità ... opere d'arte messe in scena il cui epilogo pone le basi per ergere delle barriere insormontabili tra il torturato e il resto del mondo.

Un crimine perfetto: invisibile, con effetti che si protraggono nel tempo e in grado di creare un invalicabile sbarramento tra il torturato e chi dovrebbe accoglierlo per soccorrerlo, sorreggerlo, guarirlo.

"La tortura infatti è tanto più devastante quanto più è incomunicabile. Il complice più raffinato del torturatore è il silenzio"

E' un silenzio schiacciante che chiude  la persona torturata in una prigione di cristallo dove tutto si vede, ma nulla si può toccare, dove nulla si sente e nulla si può comunicare.

Un silenzio che ruota attorno alla persona, perché da essa ha origine, perché spesso la vittima diventa la vergogna.

In un solido legame, silenzio e  vergogna divengono dunque l'espressione muta di profonde ferite.

Una vergogna di sé che di norma nasce da un opprimente senso di colpa in grado di "annodare controsensi nelle menti e nei cuori"

Studi sociologici e antropologici ci insegnano che il senso di vergogna è fortemente legato ai ruoli e alle regole che normano i rapporti tra uomini e donne. I sentimenti di vergogna coincidono e rinforzano il perpetuarsi di tali ruoli e regole. Le culture dove la vergogna occupa una posizione centrale sono spesso culture "del silenzio". Rimanere in silenzio, mantenendo il segreto, protegge non solo il soggetto, ma anche la famiglia e la comunità dall'infamia e dal disonore. Ogni deviazione da questo comportamento comporta una catena di reazioni: vergogna, vendetta, furia ed espulsione dal gruppo: il silenzio mira ad evitare questi traumatici eventi.

Nelle società con una rigida concezione della sessualità, il subire una violenza sessuale è un terreno di coltura per profondi sentimenti di vergogna, di umiliazione e di colpa. Anche se solo raramente riferito, è assai frequente anche negli  uomini l'esperienza dell'abuso sessuale e della sodomizzazione. Tale esperienza ha un potenziale traumatogeno notevole, legato proprio al disonore e all'attacco del ruolo maschile e comporta alti livelli di vergogna ed umiliazione, rimanendo quasi costantemente occultata nel segreto e nel silenzio.

Della vergogna provata difronte ai primi soldati russi giunti al campo di Auschwitz abbandonato dai tedeschi, ce ne parla Primo Levi all'inizio della Tregua.

Un momento che sarebbe dovuto essere di gioia e liberazione diviene invece uno scalpello che incide un'incancellabile senso di vergogna : "...un uomo ci guarda e vede come siamo ridotti, noi, i non più uomini, non possiamo più rivestirci o riprendere sembianze umane."

La nosologia inserisce i sintomi psichici delle vittime di tortura tra le reazioni acute da stress postume ad eventi catastrofici con conseguenti depressione e modificazione duratura della personalità.

I sintomi post traumatici nelle vittime di tortura frequentemente riguardano disturbi del sonno e della memoria, labilità emotiva, dissociazione, disturbi relazionali e ideazione suicidaria

Al dolore fisico e psichico si aggiunge la sofferenza per la perdita del proprio contesto sociale quando la migrazione è conseguenza di torture ripetute e sistematiche.

In Italia le richieste di protezione internazionale da parte di vittime di tortura sono numerose e richiedono interventi multidisciplinari in grado di rilevare le correlate problematiche sociali che aggravano o aggraveranno la condizione della vittima.

La "presa in carico" di una vittima di tortura non può dunque sottovalutare l'ulteriore trauma della fuga, dell'abbandono del proprio capitale sociale e le durevoli e importanti difficoltà che caratterizzeranno l'integrazione sociale.

I racconti dei sopravvissuti a traumi estremi sottolineano la drammaticità del periodo immediatamente successivo al trauma.

Tornare alla vita normale significa acquisire coscienza dell'esperienza vissuta e della propria condizione attuale.

Primo Levi scrive : "... all'uscita dal buio si soffriva per la riacquisita consapevolezza di essere stati menomati. Non  per volontà, né per ignavia, né per colpa, avevamo tuttavia vissuto per mesi o per anni ad un livello animalesco ... lo spazio per riflettere, per ragionare, per provare affetti, era annullato ... come animali, eravamo ristretti al momento presente"

La vita post traumatica è caratterizzata da una forte vulnerabilità in relazione a situazioni che rievocano e ri-attualizzano le profonde ferite.

In tale condizione il presente, ossessivamente abitato dal passato, è assente o comunque fragile e l'imposizione del "fu" sul "è" annulla ogni possibile rappresentazione del futuro.

L'AMBITO CLINICO

Il coordinamento medici della sezione italiana di Amnesty International nel marzo del 1991 a Roma, nell'aula della Promoteca in Campidoglio, organizzò il Congresso "Sopravvivere –Testimoniare: le conseguenze della tortura"

Otto anni dopo, lo stesso gruppo di medici costituì a Roma l'associazione umanitaria "Medici contro la Tortura" formata da medici, psicologi, fisioterapisti, insegnanti  e volontari e volta all'accoglienza, la testimonianza e la cura delle vittime di tortura

Il dr. Anteo di Napoli, socio fondatore e responsabile scientifico dell'associazione "Medici Contro la Tortura", in un suo manoscritto dal titolo "L'incontro con il paziente vittima di tortura", ci riferisce alcune delle difficoltà emergenti nel rapporto medico –paziente quando il paziente è una vittima di tortura.

La prima difficoltà è strettamente connessa alla natura del trauma che la rende non confrontabile con nessun altro genere di esperienza traumatica e di norma rende difficile la comunicazione di quanto vissuto.

La rielaborazione razionale del trauma è complessa e durevole pertanto difficilmente superabile.

L'approccio tra vittima e medico infatti faticosamente consente l'esposizione delle violenze subite rendendo pertanto ardua l'attuazione di interventi riabilitativi mirati.

In secondo luogo è importante considerare le difficoltà di carattere linguistico che spesso richiedono l'intervento di un interprete rendendo così ancor più complessa la comunicazione e l'apertura della vittima che si trova a dover esprimere il proprio disagio per bocca di un terzo.

In ultimo emerge la difficoltà che si riscontra nel poter accedere al corpo di una vittima di tortura per poterlo visitare.

Sovente l'utilizzo di esami strumentali rappresenta inconsciamente la rielaborazione del trauma subito e le difficoltà aumentano quando la vittima ha sovrastrutture culturali che lo frenano nel mostrare il corpo tanto più se segnato dalle violenze subite.

Il dr. Di Napoli nella conclusione del suo elaborato afferma che non esistono modalità terapeutiche universali nel trattamento di una vittima di tortura, poiché ogni situazione porta in sé delle

peculiarità che debbono essere analizzate e rispettate.

L'intervento multiprofessionale che preveda dunque la collaborazione di più esperti ( medici, psicologi, fisioterapisti, assistenti sociali ) è però sicuramente la miglior strada da percorrere per il trattamento di una patologia difficile da portare, ma pur difficile da "curare" poiché il prendere "tra le mani" chi " è stato nella mani di qualcuno" è un'esperienza limite per tutti gli attori coinvolti.

LE MODALITA' D'ACCOGLIENZA

Se la situazione della tortura è complessa anche l'accoglienza e la cura esigono di esserlo.

La vittima di tortura non è solo una vittima di tortura è sempre un uomo o una donna, un togolese o un curdo o un colombiano, un sarto, un giornalista o un contadino, un padre o una madre o un figlio, un attivista politico o un analfabeta che si è trovato in mezzo ad un conflitto. Questa molteplicità non la possiamo trascurare perché  già il torturatore ha  provveduto a cancellarla nella maniera più brutale ed è per questo che richiede di essere riattivata e valorizzata di volta in volta attraverso un percorso, anche di accoglienza, che preveda il coinvolgimento di più  operatori diversi (assistente sociale, medico, psicologo, avvocato, insegnante di italiano ecc.) che lavorano simultaneamente e danno continuità al percorso di cura. E' una rete in cui ogni singolo attore che apre una relazione con la vittima ha un importante e delicato ruolo terapeutico, perché ogni relazione è in grado di reiterare la riduzione categoriale della vittima-oggetto o al contrario restituirne la posizione di soggetto. La delicatezza è altresì insita nella disparità iniziale e inevitabile tra chi aiuta (e può farlo) e chi viene a chiedere aiuto (impotente) –con il pericolo di instaurare una rinnovata relazione di potere dove la vittima torna ad essere colui che fa ciò che gli viene detto di fare. E' pertanto necessario che  tutto il percorso di accoglienza venga spiegato e condiviso con la vittima al fine di restituirgli la sua unicità. L'accoglienza dunque interpretata non come mero assistenzialismo, ma come una dimensione etica-strategica ove l'azione cosciente dell'utente è il motore della realizzazione del progetto. Una strategia articolata e complessa stimolerà la  riattivazione della persona.

Si parla molto oggi di ridare la parola alle vittime, del significato terapeutico della testimonianza, della cura come percorso graduale da vittime a testimoni. Ma testimoniare ha senso solo se la voce di chi parla non parla a vuoto, il vuoto della situazione attuale dove le vittime si ritrovano ad essere testimoni superflui, sopravvissuti trascurabili. E' insostenibile essere ancora una volta dei sopravvissuti ingombranti e inutili, il punto focale è il riconoscimento delle identità violate e della loro possibile resistenza alla riduzione categoriale passata e attuale.

LA GUARIGIONE

Abbiamo definito la tortura un passato continuamente presente, eppure talvolta le vittime riescono a "guarire" creando una soluzione di continuità nel loro essere vittima.

"La guarigione, più ancora della resistenza e della sopravvivenza, è la vera sconfitta del torturatore, dei suoi complici e dei suoi mandanti". Lo scopo vero del torturatore non è infatti quello di estorcere informazioni dal torturato, quanto quello di distruggerne la personalità, renderlo un monito vivente con l'intento di sedare i disertori.

Curare una vittima di tortura significa partire dalla cura del corpo, per poi approfondire l'intervento terapeutico fino a spingerlo verso lo scopo finale del percorso riabilitativo: rendere reversibile il danno che il torturatore intendeva produrre, vale a dire piegare o annientare la psiche dell'individuo, attraverso e oltre il suo corpo. Partendo dunque dalle ferite visibili curare anche e soprattutto le ferite (in)visibili.

Un corretto percorso riabilitativo dovrà dunque aiutare la vittima di tortura a comunicare il male

patito anziché subirne l'oscura soggezione per riportarla ad una vita dalla quale la tortura l'aveva violentemente allontanata.

Ma la complessità di questo evento ha una natura di carattere antropogeno: non si tratta di un incidente, né di un disastro naturale, l'evento è doloso, c'è intenzionalità nel produrre un trauma.

Questo fattore ha una forte rilevanza nella rielaborazione volta alla guarigione della vittima, poiché la volontarietà che sottende all'azione rende il vissuto difficile da rappresentare e quindi da narrare.

La condizione umana necessita di comprendere la posizione del soggetto all'interno dell'evento che vive, la tortura sbilancia proprio questa condizione, poiché la persona altro non è che un mero oggetto nelle mani dell'altro, nella sua completa e assoluta morsa.

CON GLI OCCHI DELLA VITTIMA

Quelli che riporto sono gli occhi di una donna, vittima di sparizione forzata con tortura ed esiliata in Italia dove inizia il suo percorso di guarigione ( Testimonianza di Gina Gatti contenuta nell'opera in coedizione con Amnesty International sezione italiana: Guarire dalla tortura. Da Vittime a testimoni, Roma. Il pensiero scientifico editore, 2002 pp 55-66)

Siamo nel 1973 quando in Cile sale al potere il dittatore Augusto Pinochet.

Giovani universitari vengono accusati di essere nemici del proprio Paese e pertanto vengono perseguitati dallo Stato.

Tra questi Gina Gatti che, passata alla resistenza, nell'estate del 1976 viene prelevata da casa sua e, dopo una minuziosa perquisizione, viene trasportata in una "casa di tortura".

Inizia sin da subito l'attacco all'identità personale: «Una volta dentro [alla camionetta] mi misero subito la benda agli occhi, mi isolarono completamente dal mondo e mi impedirono di capire dove mi stavano portando; il mio corpo sfuggì al controllo della mia testa, persi il controllo delle mie gambe e delle mie braccia mentre loro giravano per la città per farmi perdere l'orientamento. Arrivammo in una casa di tortura, mani estranee mi fecero scendere e mi portarono ad una specie di "accoglienza"; lì rovesciarono il contenuto della mia borsa, mi tolsero tutto ciò che mi potesse aiutare a togliermi la vita – loro hanno assoluto bisogno di gestire ogni azione delle vittime, solo loro possono decidere di ammazzarti – subito dopo cominciò la svestizione: mi lasciarono in pantaloni e maglietta».

Gina viene portata in una cella che diverrà il sepolcro delle sue sofferenze, ma anche della sua resistenza : «All'interno della casa di tortura c'era una divisione del lavoro, diversi uomini entravano a contatto con il torturato(a) a seconda del lavoro che volevano fare. Le voci dell'accoglienza non erano le stesse degli uomini della parilla [rete metallica dove applicavano la corrente elettrica]. Credo che questo tipo di tortura sia stato imposto a tutti: mi strapparono i vestiti, mi legarono ad una rete metallica, dopo di che decisero di applicarmi scariche elettriche nei seni, nei genitali; essa si diffonde dentro di te producendo grande dolore, io ho urlato molto pensando di poterla scaricare ma l'unica cosa che ho ottenuto è stata che i miei torturatori si stancassero di me e mi tappassero la bocca con uno straccio sporco. Questo episodio ha avuto nella mia storia un valore simbolico, da allora mi hanno imposto il silenzio e sono entrati dentro di me per rimanervi per molto tempo. Soltanto dopo più di venti anni riuscirò a togliermi il tappo parlando davanti a un gruppo di ragazzi di Catania nel contesto della campagna di Amnesty International, Non sopportiamo la tortura».

Le torture vengono scientificamente studiate e volte a distruggere la psiche e la personalità della vittima: «Tra i torturatori ho avuto anche il "torturatore innamorato", era un uomo molto più vecchio di me che aveva il ruolo del buono, che si poneva come un protettore nei miei confronti, mi diceva che tutto era passato, che potevo andare a riposare, cioè sdraiarmi sulla rete metallica che c'era nella mia cella e che somigliava molto a quell'altra della stanza delle torture; ma dopo un po' arrivavano i suoi compagni e mi portavano ad un'altra seduta di tortura. Egli aveva il compito di "ammorbidirmi", di abbassare le mie difese davanti agli altri torturatori; a volte questo lavoro

contribuì a renderli momentaneamente più deboli perché la mia fragilità non rientrava nello stereotipo maschilista che avevano della sovversiva –comunque forte e aggressiva– e quindi mi lasciavano un attimo di tregua».

Alcune torture consistono nel costringere a guardare il dolore altrui: «C'è una tortura che in apparenza non agisce sul torturato perché i torturati in quel momento sono altre persone; sto parlando  di quella volta in cui mi portarono a vedere i miei amici appesi al soffitto di una stanza di tortura, loro erano nudi, sofferenti, i torturatori incappucciati li spingevano dentro dei grandi contenitori pieni di escrementi, vomito, acqua sporca, ecc., mi sembrarono pezzi di carne martoriata, una macelleria di esseri umani, nella stanza risuonavano lamenti, urla e le risate dei torturatori. Io ho chiuso gli occhi per un momento e poi ho dovuto guardare, ho incrociato gli sguardi di alcuni e sono rimasta muta; oggi, mentre scrivo a distanza di tanti anni, mi viene da urlare ma non urlo perché forse ho ancora i torturatori dentro di me che mi dicono che è inutile piangere e urlare perché non mi ascolterà nessuno».

Dopo cinque mesi il programma di distruzione è considerato completato e la persona viene liberata affinchè divenga testimonianza vivente del terrore volto all'ammonimento: «Un giorno mi dissero "adesso vai a casa", io ho pensato che mi avrebbero ammazzata con un colpo alla schiena; non fu così, mi fecero fare una doccia all'interno di un bagno rimediato in un'altra stanza. Questo è un episodio che è venuto alla mia coscienza da poco, ricordo l'orrore che avevo di essere guardata da loro ancora una volta, mi spogliai e feci una doccia veloce. Poi mi portarono in un altro spazio dove incontrai altre persone che, come me, dovevano andare via. Mi scaricarono all'angolo della strada di casa mia durante il coprifuoco, in quel momento mi tolsi la benda e andai verso casa, mia madre e mia sorella mi accolsero, mi fecero il bagno e mi accompagnarono a dormire. L'opera dei torturatori è stata un lavoro di distruzione della mia personalità, da allora mi sentivo invasa da una paura indifferenziata verso tutto e tutti, uscivo poco di casa, ero diventata una persona molto diversa da quella che ero prima della tortura, i torturatori lo sapevano e mi avevano rimandata nella società appunto perché gli altri mi vedessero e facessero il confronto tra la persona che ero e quella che loro avevano restituito».

Un monito vivente: «Più tardi ho capito che quella paura indifferenziata non appartiene soltanto a noi vittime, ma è diventata una componente inconscia della vita sociale; essa affiora nei comportamenti acritici, di autocensura di tante persone, nell'incapacità di partecipare delle grandi masse che una volta erano protagoniste, nel loro mancato desiderio di giustizia e verità, nella loro permeabilità al dubbio. Solo pochi sfuggono alle certezze delle verità televisive».

«Ma chi erano gli uomini che ci avevano inflitto terribili sofferenze? Uomini normali, uomini come noi, che sono stati messi in condizione di scegliere di fare il lavoro di torturatori, aguzzini al servizio dei regimi autoritari, dove la responsabilità politica rimane ai dirigenti politici, senza escludere la responsabilità personale del torturatore. Credo che se potessimo andare  cercare nelle storie personali di ognuno dei torturatori troveremmo uomini scaltri, indifferenti, uomini normali, appagati dalla posizione sociale raggiunta e dagli ingenti guadagni prodotti dalla repressione, uomini con la coscienza scissa tra i comportamenti di una vita privata responsabile e piena di affetti (moglie, figli) ed una vita pubblica chiusa in una casa di tortura, incapaci di agire insieme agli altri per costruire il futuro comune, uomini senza relazioni sociali al di là della piccola cerchia dei loro complici, uniti dal segreto delle loro infamie, uomini addestrati e coinvolti da un credo ideologico che serve loro  giustificare ogni delitto contro gli oppositori al regime che li paga e li manipola».

Ed ecco un altro effetto sortito, sradicare la vittima dalla sua vita : «Lasciai il mio paese, la mia casa, i miei genitori, mio marito nel novembre del 1976, mi trovai dall'altra parte del mondo con una valigia in mano; fui accolta da un gruppo di religiose la cui fondatrice mi fu amica fino alla sua morte. Dopo due mesi arrivò Ricardo, cominciò per noi un esilio che si prospettava felice; eravamo pieni di speranze, eravamo sopravvissuti agli orrori della tortura, ma essa era dentro di noi»

I fantasmi che ritornano: «Fu Ricardo* il primo a dare segni di grandi sofferenze, egli si

sedeva urlando nel letto e, a volte, il giorno dopo non ricordava niente, aveva dolori fisici; la sua sofferenza psicologica si aggravò col passare degli anni e con essa la sua resistenza a farsi curare, non ascoltava la mia insistente preghiera perché si facesse aiutare da una persona competente. I problemi della vita quotidiana appesantivano la nostra situazione, io mi ero costruita una corazza per sopportare le umiliazioni, le sofferenze, sembrava che i miei problemi fossero solo contingenti. Trovai lavoro come insegnante di filosofia in una scuola privata dove lavorai per quattordici anni, questo mi permetteva di pensare ad altro, di non pensare alla tortura e di non parlarne quasi mai, se non in modo molto superficiale e con pochissime persone».

(Ricardo era il fidanzato di Gina, anch'egli vittima di tortura nella stessa "casa della tortura" ove fu condotta Gina )

La decisione di chiedere aiuto: «Io ho avviato una terapia con un'analista che non è esperta in torturati ma ho imparato che ciò che aiuta molto è lavorare con una persona professionalmente e umanamente valida; con lei ho cominciato a ricostruirmi dentro, a fare un travaglio profondo e faticoso, camminando lentamente, facendo due passi in avanti e dieci in dietro ma, poi, ho avuto la possibilità di constatare che quei due passi si consolidavano».

Il desiderio e la necessità di riappropriarsi di se stessi : «Ho l'impressione che piano piano cresca in me quella che ero e trovi l'equilibrio con quella che sono oggi; viene fuori una sintesi reale di me, ho ascoltato me stessa e ho capito che ciò che mi interessa veramente oggi è il mio equilibrio emotivo e il recupero delle capacità intellettuali che una volta mi distinguevano. Il recupero della parola ha avuto per me il senso del recupero della mia dimensione pubblica; riuscire a comunicare con gli altri , condividere pensieri, avviare discussioni collettive, pensare in prima persona e prendermi la responsabilità dei miei pensieri. Tutto ciò mi dà la sensazione di cominciare a reggermi su una colonna vertebrale ereditata da mia madre ma rafforzata da me».

Parlarne, pur accettando la sofferenza: «Dopo, quando cominciai a parlare delle mie cose significative, le parole uscivano come in un vomito incontenibile, disordinato, inizialmente incomprensibile. Il mio lavoro fu allora quello di chiarire, puntualizzare, trovare la parola che potesse esprimere meglio ciò che era in me; spesso la trovavo solo in spagnolo e poi mi divertivo a cercarla anche in italiano, lingua che amo e che oggi sento mia. In questi passaggi la mia analista accettava l'uso delle parole in spagnolo e la mia ricerca per trovare la sua corrispondente in italiano, oppure cercavamo un'altra parola di comune conoscenza. Mi viene in mente la parola aplomo di cui trovammo insieme il significato usando il francese. Piano piano le parole cominciarono a trovare il loro peso e la loro collocazione all'interno della mia storia. Ancora oggi ci sono fatti, accadimenti che si affacciano alla coscienza e che non si trasformano in parole o che faticano a farlo fino al momento in cui mi sento matura per raccontare anche quel "pezzo"; tutto ciò avviene spontaneamente, solo in alcuni casi "spingo" per liberarmi di qualche episodio che sento come un macigno dentro di me. Credo che ci saranno sofferenze che non riuscirò mai a dire, forse perché ci sono dolori inenarrabili o forse perché l'imperfezione e l'incompiutezza sono la condizione della nostra salute mentale. Penso che il recupero di una buona parte di noi stessi sia già un risultato buono e ci porti a cercare di vivere pienamente».

SALUTE? UNA  QUESTIONE DI DIRITTI!

I diritti umani sono la base imprescindibile e inscindibile dalla quale partire per parlare di salute.

Tutti i diritti umani, anche quelli non apparentemente correlati alla sfera della salute, sono una parte integrante e fondamentale per poter raggiungere il più alto livello di benessere possibile.

Nella Costituzione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) adottata nel 1946, la salute viene definita come: "uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non consiste solo in un assenza di malattia o d'infermità."

Per cogliere l'inestricabile unione tra salute e diritti umani è  importante fondere tale concetto alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che all'art 25 ci dice che "Ogni individuo ha il diritto ad

un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia..."

Jonathan Mann analizza il rapporto tra salute e diritti umani partendo da tre considerazioni:

la prima sottolinea come la gestione e la definizione della sanità pubblica abbia una conseguenza diretta sull'effettivo esercizio e godimento dei diritti umani ( definizione dei LEA, erogazione di interventi...)

La seconda è invece più correlata alla violazione dei diritti umani, come nel caso appunto della tortura, ma anche delle sparizioni forzate, delle detenzioni arbitrarie, e delle conseguenze che ciò comporta sulla salute.

Infine Mann parla di determinanti distali quali fattori che debbono essere inevitabilmente presenti affinchè si possa realizzare la salute, ovvero i diritti economici, sociali e culturali

Stante l'inevitabile connessione tra salute e diritti umani sopra citata, l'OMS propone che gli Stati si adoperino nel rispetto di tre obblighi fondamentali per garantire un riconoscimento effettivo dei diritti umani e dunque del massimo raggiungimento possibile di uno stato di benessere:

 I Governi hanno l'obbligo di rispettare i diritti umani pertanto nessuna azione politica, amministrativa, legislativa può violarne l'effettivo esercizio

 I Governi hanno l'obbligo di proteggere i diritti umani evitando che l'interferenza di terzi possa comprometterne l'effettivo esercizio

 I Governi hanno l'obbligo di realizzare e tradurre in pratica i diritti umani adottando tutte le misure legislative, amministrative, fiscali  e giudiziarie necessarie per l'effettivo esercizio.

Ho più volte volutamente sottolineato l'effettivo esercizio dei diritti umani, poiché moltissimi esempi, alcuni dei quali citati in questo mio elaborato, ci dimostrano che al riconoscimento formale dei diritti in costituzioni o leggi, non necessariamente ne segue l'effettivo rispetto, anche in  moderni Stati democratici come l'Italia.

"E' mia aspirazione che la salute sia finalmente vista non come una benedizione da augurarsi, ma come un diritto umano per cui lottare"

Kofi Annan

UNA TRAGEDIA MONDIALE

La tortura è di norma associata a dittatori, a regimi oppressori ed autocrati, in realtà è sempre più praticata in nome dello stato d'eccezione proclamato da governi democratici.

I fatti accaduti ad Abu Ghraib e Guantanamo, ma anche nella caserma di Bolzaneto di Genova nel 2001, sono l'espressione della regressione in essere in tema di diritti umani.

Regressione talvolta legittimata in nome della prevenzione di mali peggiori.

Ritengo importante porre quale esempio di una vera e propria regressione culturale in tema di diritti umani, il libro pubblicato da un famosissimo avvocato americano  dedicato al terrorismo e nello specifico alle politiche del dopo 11 settembre 2001.

Il libro riserva un capitolo ad argomentazioni pro tortura contro il terrorista a conoscenza di attentati imminenti.

Dershowitz usa quale tecnica di risoluzione di problemi terribili, di qualunque genere ( giuridici,

sociali, politici...) la teoria del "male minore"

La tecnica utilizzata è quella del porre di fronte al dilemma tra due soluzioni estreme: "Tu hai un autobus carico di gente, l'autista deve scegliere, in un'emergenza, se andare a sfracellarsi contro un'abitazione dove stanno cinquanta persone, o invece deviare a destra, dove sicuramente uscirà un disabile con la sua carrozzella".

Lo stesso schema, secondo Dershowitz, può essere applicato nel trattamento di un terrorista che potrebbe dare delle informazioni per evitare un disastro ( tipo Torri Gemelle ) e pertanto in tal caso l'uso della forza e della violenza sarebbe legittimato da un interesse superiore e volto ad evitare un  male più grande.

Quanti diritti verrebbero violati in questa persona, che fino a  prova contraria, potrebbe essere un innocente  trovatosi sfortunatamente in una circostanza che lo ha posto in quella condizione? Detenzione arbitraria, uso della violenza  al fine di estorcere informazioni, una vera e propria violazione di diritti umani, della dignità e del divieto di tortura disciplinato dal diritto internazionale.

Oltre che sul piano culturale la questione della tortura regredisce anche sul piano giuridico e buona dimostrazione di questo arretramento è la giurisdizione italiana in materia.

Nonostante gli ammonimenti della Corte Europea dei diritti umani, l'Italia ad oggi non ha ancora provveduto ad introdurre nel proprio diritto interno il reato di tortura, rimandando, a giustificazione di tale carenza, all'esistenza di un diritto internazionale in materia.

Tale ostinazione da parte del Governo italiano mi porta a chiedermi se in realtà il problema non sia legato al fatto che chiamare le cose col proprio nome significherebbe ammetterne l'esistenza e che quindi introdurre il reato di tortura comporterebbe ammettere che questa è esistente anche nel nostro paese.

LA TORTURA E L'ARTE

L'artista colombiano Fernando Botero abbandona i suoi personaggi morbidi e abbondanti, le sue nature morte abnormi e i suoi personaggi levigati  per rappresentare temi dolorosi quali la tortura.

È il ciclo di opere che denuncia gli orrori commessi dai soldati americani ai danni dei detenuti del carcere di Abu Ghraib a Bagdad.

L'arte diviene linguaggio che esprime la violenza : uomini bendati, legati a terra e sanguinanti al cospetto di altri uomini in piedi e armati di bastoni e coltelli, intenti ad inveire sul prigioniero o tenere al guinzaglio i cani.

Una costante in questo ciclo di opere divengono gli strumenti della tortura : corde, sbarre, bastoni, bende, elementi che si ergono a fili conduttori della trama di un racconto " dove la vita e la morte si trasformano in non vita e non morte, nello spazio di confine in cui il corpo non è vivo, ma neppure

morto."

"L'artista non ha il potere di cambiare le cose, ma allo stesso tempo ha il "potere" di mettere insieme opere che servano come testimonianza permanente di quello che accade. Nessuno avrebbe ricordato gli orrori di Guernica senza il capolavoro di Picasso"

Fernando Botero



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immagine A3M

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