Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Redazione P&D - 2014-05-20

LO STALKING NON E ESCLUSO DALLA CONFLITTUALITA TRA EX CONIUGI – Cass. pen. 6384/ 2014 – RUGGERO BUCIOL

Il reato di atti persecutori è un reato di danno che prevede tre eventi alternativi. Per la sua consumazione è sufficiente la realizzazione di uno di essi e non è escluso dall"eventuale sussistenza di una conflittualità originata dalla crisi di coppia.

Nel caso in esame, veniva rigettato l'appello del Pubblico Ministero contro l'ordinanza del GIP che aveva respinto la richiesta di applicazione della misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla parte offesa in relazione al reato di stalking.

I giudici avevano motivato la decisione rilevando che dai fatti non erano evincibili gli estremi del reato in questione mancando l'idoneità delle condotte a produrre il perdurante stato di ansia e timore.

Il Pubblico Ministero ricorreva per Cassazione, rilevando come sussistessero i gravi indizi di colpevolezza, avendo la parte offesa riferito di essere stata oggetto di numerose telefonate effettuate dal marito legalmente separato, di pedinamenti, di minacce, che le avevano creato un persistente stato di ansia e paura.

La Suprema Corte accoglie il ricorso affermando che il delitto di atti persecutori è un reato che prevede eventi alternativi, la realizzazione di ciascuno dei quali è idonea ad integrarlo. Pertanto, ai fini della sua configurazione non è essenziale il mutamento delle abitudini di vita della persona offesa, essendo sufficiente che la condotta incriminata abbia indotto nella vittima uno stato di ansia e di timore per la propria incolumità.

Il Tribunale ha ritenuto insussistenti gli elementi dì colpevolezza ("gravi indizi") collegando i ripetuti tentativi di contattare la ex moglie anche con espressioni minacciose ed ingiuriose in un contesto conflittuale tra ex coniugi ed ha concluso per la sussistenza degli estremi dell'ingiuria, minaccia e molestia, per i quali non è ammessa la misura cautelare.

Gli Ermellini giudicano un siffatto percorso argomentativo illogico perché il Tribunale, pur riconoscendo un comportamento molesto posto in essere col mezzo del telefono, caratterizzato dalla molteplicità di chiamate e sms anche a contenuto minatorio o da atteggiamenti ossessivi (ad esempio, presentandosi nei luoghi frequentati dalla donna oppure contattando persone vicine alla stessa) ha escluso la sussistenza di quello stato di ansia e paura manifestato dalla parte offesa richiamando. In tale contesto, la situazione conflittuale originata dalla crisi della relazione di coppia tra i due coniugi, non è idonea ad escludere o ridurre la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza del reato in questione, ma anzi appare rilevante, tant'è che l'art. 612 bis, al secondo comma, prevede come aggravante l'esistenza di rapporti di coniugio o di pregressi rapporti affettivi tra le parti.

Con riguardo alla consumazione del reato di atti persecutori da sempre la giurisprudenza lo qualifica come delitto che prevede eventi alternativi per il quale non è necessario il mutamento delle abitudini di vita ma è sufficiente l"induzione nella vittima di uno stato di ansia e di timore per la propria incolumità (Cass. pen., sez. V, 19 maggio 2011, n. 29872, in C.E.D. 250399; Cass. pen., sez. V, 22 giugno 2010, n. 34015, in C.E.D. 248412). A tal fine, tuttavia, non occorre l"accertamento di uno stato patologico: gli atti ritenuti persecutori possono limitarsi a destabilizzare la serenità e l"equilibrio psicologico della vittima (Cass. pen., sez. V, 10 gennaio 2011, n. 16864, in C.E.D. 250158; Cass. pen., sez. V, 1 dicembre 2010, n. 8832, in C.E.D. 250202).  Un tanto  deve essere provato attraverso il ricorso ad elementi sintomatici ricavabili dalle dichiarazioni della vittima, dai suoi comportamenti e dalla condotta dell"agente (Cass., sez. V, 28 febbraio 2012, n. 14391, in C.E.D. 252314; Cass., sez. V, 9 maggio 2012, n. 24135, in Cass. pen., 2013, 152). In tale prospettiva l"eventuale reciprocità di comportamenti molesti non esclude la configurabilità del delitto ma si limita  ad attribuire al giudice un più accurato onere di motivazione circa la sussistenza dell"evento di danno (Cass. pen., sez. V, 5 febbraio 2010, n. 17698, in C.E.D. 247226).



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