Changing Society, Intersezioni -  Pant√® Maria Rosa - 2015-05-18

LO ZIO COSIMO – Maria Rosa PANTÉ

Lo zio Cosimo io non l'ho mai visto, anche mio padre se lo ricordava appena. Ne resta solo la lapide e una fotografia al cimitero. Dei dieci figli l'unico a morire bambino è stato lui. Aveva intorno ai 9 anni. Questa è la storia della sua morte e di mio nonno, suo padre.

Una storia frammentata e chissà quanto inventata, ora che sono morti tutti i fratelli di Cosimo e anche due sorelle, ora che le altre tre ancora in vita non ricordano molto perché erano bambine.

Ne scrivo perché me ne parlava mio padre, ne scrivo perché è una vicenda che ho letta quasi uguale nel racconto "Il gorgo" di Beppe Fenoglio.

La storia di Fenoglio è ambientata nelle Langhe, la storia di mio zio a Barcellona Pozzo di Gotto, vicino a Messina.

Intorno al 1937 mio zio Cosimo morì.

Fa un certo effetto a 54 anni parlare di uno zio morto a 9 anni, parlare di uno zio che potrebbe essere figlio e pensare alla sua fotografia che io ora ricordo vagamente.

Una fotografia nell'ovale della lapide, sbiadita, un bambino forte, vivace, un'aria quasi adulta, in posizione, chissà perché, fetale.

Forse fu nel 1937, forse nel 38 o nel 36, il periodo è però quello pienamente fascista.

Certa è la campagna, la campagna siciliana. Una terra fertile, ricca, faticosa. Mio nonno, come Mastro don Gesualdo, se ne comprò dai signori locali un pezzo alla volta.

Mio zio Cosimo morì d'improvviso, perse la vita dall'intestino, l'uccise la dissenteria.

Era forte e sano, poi cominciò a perdere liquidi e feci e forza e respiro.

Era un bambino forse anche allegro, intelligente (tutti lo erano in famiglia) e poi gli uscì dall'intestino la voglia di ridere, di correre, di scherzare.

Immagino la debolezza, il pallore, la sete.

Erano vicini a lui la madre, mia nonna, piccola, scura, araba, tanto quanto il marito era normanno: un uomo alto un metro e ottanta, biondo, con gli occhi azzurri e mani enormi e forti.

Mani inermi davanti a quel corpo che si disfaceva, a quello spirito che si scioglieva, a quell'intestino che non si quietava.

Venne il medico, rampollo della famiglia di possidenti per cui mio nonno allora lavorava. "Si può curare. Accattate chista medicina".

"Guarirà, Sebastiano, non ti scantare".

Mio nonno mandò a prendere la medicina dal farmacista.

Il bambino però non guariva, la dissenteria non si fermava e Cosimo morì.

Affranto Sebastiano chiese conto di questa morte al medico. "Non può essere morto. Ma questa non è la medicina che gli ho scritto io! Il farmacista si confundìo".

Mio nonno si prese la testa fra le mani enormi e attese che il medico se ne andasse. Attendeva mentre la rabbia cresceva, montava, saliva dentro di lui, alto un metro e ottanta e abituato a lavorare la terra e con mani che erano armi.

Tutti, la moglie, i figli gli si fecero attorno, persino Cosimo se avesse potuto sedersi sul lettuccio lo avrebbe guardato preoccupato, ma lui giaceva immoto.

D'un tratto mio nonno si alzò dalla sedia, io lo immagino, ancora più alto e spaventoso. Nella famiglia di mio padre i figli sono belli, hanno occhi azzurri e neri, mio padre li aveva neri, credo dunque che mio nonno fosse bello.

Si alzò e disse al figlio più grande, Antonio, Nino Nostro lo si chiamò poi per distinguerlo dal cognato.

"Nino, vai dal farmacista, digli che Cosimo è morto!"

Nino corse, ma tornò presto da solo, non alzava lo sguardo, non osava guardare il padre.

"Che ti disse?", gli chiede la madre, notando che Nino aveva le mani tristi lungo i fianchi.

"Disse che non veni e che uno di più uno meno non ci face niente".

Nino parlava con la voce tremante, le spalle basse come gli occhi, ma le parole erano inequivocabili.

Mio nonno allora si mise in testa la coppola e imbracciò il fucile, non disse nulla, il volto era impenetrabile: la rabbia, il dolore di prima non c'erano più.

Non disse l'ammazzo, ma tutti sapevano che stava andando dal farmacista per essere il suo destino.

Appena uscito il marito, la moglie mandò i due figli maschi più grandi: Nino e Orazio a cercare di fermare il padre. Le femmine e i piccoli avevano da stare con lei.

"Fermatelo, se l'ammazza che sarà di noi?"

La nonna Maria disse così, lo disse nel siciliano stretto che usavano le donne contadine analfabete, ma questo disse.

I due corsero via, videro il padre che a passi lenti e uguali, e però lunghi, avanzava verso la farmacia. Corsero dietro a quella figura, quasi la raggiunsero. Quasi. Non osavano avvicinarglisi troppo.

Davanti alla farmacia il nonno non esitò neanche un istante, entrò e si sentirono infine le urla.

Fu un attimo, Nino e Orazio si scossero dall'immobilità della paura e furono dentro a prendere il padre per le spalle, le braccia, a cercare di trattenerlo.

Piangevano, sì piangevano. Per i viddani non ci sarebbe stata alcuna pietà. Il farmacista aveva perduto la baldanza, aveva paura di quel padre disperato.

Alla fine i due ragazzi, ancora quasi bambini, riportarono a casa il padre.

Del farmacista non so cosa poi accadde.



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