Fragilità, Storie, Diritti, Minori, donne, anziani -  Redazione P&D - 2016-12-29

LOrco in Canonica - La famiglia di Anna : Michela Del Vecchio

Un libro dai tratti forti, una storia che suscita contrapposti sentimenti di pathos, di rabbia, di punizione e che coinvolge il lettore nella cruda realtà dello stupro.

Colpisce la storia di Anna, il suo ingresso nel tunnel buio di dolore, reticenze, paure e soprusi fisici e psicologici fino alla disintegrazione della sua psiche e della sua personalità e cattura l"attenzione il lungo percorso di risalita e di "scoperta" dell"accaduto nonché di rielaborazione della persona – vittima.

In questa breve riflessione non intendo però evidenziare il vissuto di Anna quanto soffermarmi sul contesto familiare in cui Anna è cresciuta così come emerge sin dalle prime pagine del libro.

La madre è descritta come una persona semplice, dedita alla famiglia collaborando al menage domestico con lavori sartoriali: una donna con le insicurezze proprie di ogni madre (farò bene, sarà giusto, sarò in grado di) supplite con una presenza vigile sull"educazione della figlia (ordine, pulizia, chiacchiere composte con le amiche, preghiera, piccoli lavoretti femminili come il lavorare a maglia o il ricamo). Il padre è invece l"uomo che lavora, che cresce la figlia nel rispetto degli altri e nella collaborazione nel sociale (aiutare le famiglie bisognose, collaborare nelle emergenze abitative e assistenziali e simili).

Una classica famiglia medio borghese, unita e collaborativa, presente ed impegnata nella vita quotidiana, ciascuno con ruoli ben definiti e non intercambiabili.

Il rapporto che Anna mantiene con ciascuna delle due figure genitoriali pare rispecchiare proprio la dualità dei ruoli di padre e di madre: con la madre uno scambio colloquiale confidenziale su piccole vicende quotidiane ma con la riservatezza e la timidezza proprie di una figlia che non vuole far preoccupare la madre né rivelarle tutte le proprie debolezze forse confidando nell"intuito che ciascuna madre pare avere nei confronti dei propri figli. Con il padre un rapporto più schietto, un confronto quasi alla pari, libertà "vigilata" si potrebbe dire.

Con entrambi, comunque, il timore del rimprovero, la paura di sbagliare e soprattutto di deluderli.

E" questo il clima familiare in cui è cresciuta Anna e che fa da sfondo alla sua storia.

Nel leggere la seconda e la terza parte del libro (il percorso di discesa nel tunnel dell"orrore compiuto da Anna) viene da chiedersi dove erano i genitori, come non potevano non accorgersi del trauma non solo fisico ma anche psichico che viveva la minore: genitori così vigili (anche se non spesso presenti) che non si rendevano conto del disagio fisico e, si ripete, psichico della minore nel rapporto con gli altri, nelle difficoltà scolastiche e nella frequentazione degli ambienti parrocchiali.

La risposta è data nella quarta e soprattutto nella quinta parte del libro. In particolare, nel quarto capitolo viene raccontato un episodio di rabbia e di violenza (in realtà verbale) del padre nei confronti del parroco che contrasta con la descrizione della persona "per bene" compiuta nella prima parte del testo ma che fa comprendere il vissuto del genitore stesso nel vedere la figlia in una fase di, per così dire, "autodistruzione" e nell"impotenza di poterla aiutare in quanto l"aiuto richiesto era di tipo specialistico, psicologico.

Né può sottacersi il dolore della madre nell"assistere al degrado psichico della figlia, anch"essa impotente nell"intervenire posto che ogni aiuto sembrava meramente paliativo e non certo "curativo". Dolore che emerge chiaramente nella testimonianza che questa rende al processo ove appare una madre distrutta, sicuramente piena di rimproveri verso se stessa per aver spinto sempre la figlia ad affidarsi alla religione o, meglio, alla struttura ove la religione veniva ascoltata e praticata, ma anche piena di rabbia e di voglia di giustizia per la figlia.

Non è dato capire, all"esito della lettura, se anche i genitori hanno mai compiuto un percorso di catarsi, di perdono di se stessi o quanto meno di comprensione dei dubbi che si erano posti o imposti all"epoca dei fatti nel vedere la propria figlia crescere in modo così "discontinuo", con alti e bassi senza comprenderne il perché.

Certamente Anna, come si legge in epilogo, nulla rimprovera ai genitori, sempre presenti e su cui ha sempre potuto fare affidamento: la certezza della loro presenza probabilmente ha contribuito a percorrere con sicurezza la strada della risalita dal buio mentale e di ricostruzione della persona.

Ciò (ove voglia ricercarsi una morale della storia) a significare che l"ambiente familiare è uno degli aspetti inviolabili nelle relazioni affettive del soggetto, imprescindibile fattore di crescita e come tale suscettibile della stessa protezione che si appresta alla persona stessa.



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