Legislazione e Giurisprudenza, Obbligazioni, contratti -  Redazione P&D - 2014-01-29

L'ORDINE FORENSE TRA INTERESSE PUBBLICO E TUTELA DELL'ISCRITTO - Laura VASSELLI

Difficile dare ordine di priorità all'analisi di tre violazioni di principi-cardine provenienti da un unico caso e tra loro del tutto scollegate in ragione della solita disconnessione tra sistemi di normazione di una medesima vicenda fattuale che è l'oggetto della pronuncia in commento emessa dal Tribunale Amministrativo del Piemonte n. 116 depositata il 18 gennaio 2014.

Se da un lato non è questa la sede per ricondurre il ragionamento nè alla teorica classica della pluralità degli ordinamenti giuridici (Santi Romano), nè alla struttura necessariamente ipotetica della norma per verificare la rispondenza effettiva ai principi di causa ed effetto nel sillogismo applicativo (Kelsen), è invece il caso di specificare che, in materia di: a) accesso agli atti amministrativi (Legge n.241/90) correlato alla tutela della tutela della privacy (Legge n. 196/2003) in ambito disciplinare-ordinistico secondo le diposizioni vigenti in corso di nuova regolamentazione, b) tutela sostanziale e processuale del minore nel rispetto della bigenitorialità (Legge n.54/2006) e c) diritto - dovere di difesa e principio di soccombenza (art. 24 Cost., art. 11 Codice Deontologico Forense e art. 92 c.p.c.), offre la sensazione di trovarsi nel mezzo di un'accesa discussione all'interno della Torre di Babele.

Certamente se sul piano del danno alla persona, l'ultimo dei tre aspetti è forse quello più spinoso, se non altro perchè di sovente, in materia di diritto famigliare e minorile, il rispetto del dovere di colleganza tende a diventare più flebile in un perverso meccanismo secondo cui la tutela giudiziale del genitore di un bambino debba presupporre, da parte del difensore, una sorta di complicità con il cliente che - a volte - ha più il sapore del favoreggiamento che non della prevista volontà di collaborazione nell'interesse del vero inconsapevole protagonista della vicenda processuale: troppo spesso quel bambino o bambina, come definiti orgogliosamente dal genitore che lo "possiede" in danno all'altro, "più maturo della sua età", sarà quasi sempre un futuro individuo adulto che avrà dovuto combattere e mediare tra un padre e una madre conflittuali in un clima lacerante e che lo avranno trasformato in figlio/a-genitore con un reale stato d'animo lacerato da un'infanzia precocemente adultizzata.

Orbene, nel caso di specie, un padre avvocato, più in conflitto con il collega difensore della madre del suo bambino che non con quest'ultima (sic!) si è visto negare l'accesso agli atti da parte dell'ordine professionale di appartenenza ove era stato costretto a presentare un esposto nei confronti del suddetto collega di controparte per tutelare la propria genitorialità, laddove l'art. 24 settimo comma della legge c.d. sulla trasparenza, garantisce detto diritto qualora la conoscenza degli atti sia necessaria a curare o difendere i propri interessi giuridici che, nella vicenda che qui occupa, concerneva il prosieguo di due delicati processi aventi ad oggetto gravi illeciti ed anche di rilevanza penale.

Va da sé che la qualità stessa del ricorrente ne legittima l'implicita necessità di dover(si) difendere e dover difendere il figlio minore dalla pluralità delle violazioni subìte che sembrerebbero dipendere proprio dal comportamento omissivo dell'ordine professionale destinato - per sua natura - a tutelare i diritti dei componenti della categoria di appartenenza; che senso ha tutelare il proprio iscritto a fronte di inequivocabili, plurime necessità di difesa e tutela in un campo così delicato come quello minorile?

E comunque, oltretutto, ogni argomento legato alle presunte violazioni del diritti di privacy del minore è del tutto inesistente in ragione del dato oggettivo secondo cui il genitore è tutore legale del figlio minorenne, con ciò dicendo che ogni affermazione del contrario è quantomeno risibile.

Al di là del risultato positivo ottenuto finalizzato al legittimo accesso ai dati del caso, l'occasione che si presenta per riflettere e far riflettere sull'attualità o meno delle funzioni degli ordini professionali, si sposta sulla loro natura di enti pubblici non economici ove la connotazione pubblicistica sembra favorire più la farraginosità del sistema burocratico che non la snellezza nella soluzione dei casi di contestazioni tra professionisti: se al rigore del rispetto delle norme letterali non deve corrispondere un'interpretazione aperta ed adeguata alle fattispecie più complesse, allora forse non sbagliano del tutto coloro che si ostinano a ritenere che una liberalizzazione totale delle libere professioni sarebbe idonea a sciogliere gli orpelli ed a facilitare gli esercizi delle professioni ubbidendo alle logiche di mercato che sono le uniche a favorire la meritocrazia.

At last, but not least, solo per ragioni di eleganza si è preferito analizzare da ultimo lo scandaloso tema della compensazione delle spese processuali, in totale spregio delle regole a sostegno del principio-cardine della condanna a carico della parte soccombente del processo.

Specialmente in un'epoca storica ove, con le novellazioni che si sono susseguite nel corso degli ultimi dieci anni nella redazione dei codici di diritto processuale, anche attraverso la riformulazione dell'art. 96 c.p.c. che, con l'introduzione del terzo comma, ha addirittura rafforzato detto principio sul presupposto che l'implicita temerarietà del comportamento della parte anche non soccombente costituisca fonte legittimante della condanna alle spese da liquidare secondo equità e senza istruttoria, lascia davvero perplessi.

Evidentemente neanche l'abolizione delle tariffe professionali, sostituite dai parametri rivolti a giudici, come tali idonei a facilitarli nella liquidazione dei compensi, è stata sufficiente a far comprendere ai magistrati che l'opera professionale prestata (prima) e riconosciuta (dopo) attraverso la ragione ottenuta in sede processuale non potrà mai essere di per sè sufficiente a giustificare l'impegno di un professionista, se non è supportata dalla liquidazione del compenso che gli spetta per legge, volta a rappresentare il valore economico della prestazione resa e la sanzione destinata a coloro che hanno voluto resistere alle domande, pur consapevoli della ragione altrui e che, senza voler a tutti i costi sconfinare nel principio del punitive damage di matrice anglosassone, in realtà ne rappresenta un'espressione proprio grazie alla menzionata ricostruzione dogmatica dell'art. 96 c.p.c.

La vittoria giudiziale non può esaurirsi nella mera soddisfazione dell'ego ma deve essere fonte di riconoscimento economico parametrato alla valenza sostanziale del risultato raggiunto, pena la dignità del prestatore d'opera che vede vanificare il senso del tempo e della rinuncia alla vita privata per tutelare gli interessi del cittadino (anche se impegnato come tale su stesso): sarebbe ora che i magistrati comprendano davvero questo concetto e che comincino davvero ad impegnarsi nell'imparare finalmente a riconoscerlo nella forma e nella sostanza, specialmente in settori ove far risparmiare danaro alla cosa pubblica tende soltanto a favorire la mediocrità di coloro che malamente la amministrano.



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