Articoli, saggi, Beni, diritti reali -  Mazzon Riccardo - 2015-05-11

LUCI O VEDUTE, TERTIUM NON DATUR: IL CASO DEL LUCERNAIO SUL TETTO - Riccardo MAZZON

luci e vedute: impossibilità di altre tipologie di apertura (tertium non datur)

quando un"apertura non può essere, non sussistendone i presupposti, qualificata veduta (o prospetto), è senz"altro considerata "luce"

l"esempio del lucernario insistente sul tetto e apribile verso l"alto

Quando un"apertura non può essere, non sussistendone i presupposti, qualificata veduta (o prospetto), è senz"altro considerata "luce" (tertium non datur - cfr. amplius, il volume "I rapporti di vicinato e le distanze legali: tutela e risarcimento" - Riccardo Mazzon - CEDAM 2013, in Collana SapereDiritto -);

"l'utilità della veduta consiste nella possibilità di inspicere e prospicere in alienum, sicché le aperture prive di tali caratteristiche, stante la mancanza nel nostro ordinamento di un tertium genus, non possono essere qualificate che come luci, quand'anche non siano state rispettate le prescrizioni dettate per queste dall'art. 901 c.c., con la conseguenza, da un lato, che chi le pone in essere esercita poteri e facoltà derivantigli jure proprietatis e, dall'altro, che il vicino può sempre esigere la loro regolarizzazione ovvero occluderle se concorrono le condizioni all'uopo previste e disciplinate dall'ordinamento" Cass. 44.87, n. 3265, GCM, 1987, fasc. 4;

in tema di aperture sul fondo del vicino, cioè, deve escludersi l'esistenza di un "tertium genus" diverso dalle luci e delle vedute; ne consegue che l'apertura priva delle caratteristiche della veduta (o del prospetto) non può che essere qualificata giuridicamente come luce:

"sono finestre quelle aperture che manifestino una destinazione oggettiva all'esercizio, normale e permanente, della "ispectio" e della "prospectio alienum", in modo che ne derivi un inequivoco e durevole assoggettamento del fondo vicino alla veduta: tutte le altre aperture, le quali siano prive di tali caratteristiche strutturali, ricadono nell'ambito oggettivo delle luci, e tali restano anche se la semplice rimozione di un telaio consenta, con movimenti rientranti nella normalità, di affacciarsi sul fondo altrui" Cass. 10.2.79, n. 930, GCM, 1979, fasc. 2.

Si veda, a tal proposito, la seguente sentenza, dove la Suprema Corte ha ritenuto che l'apertura-lucernario, con portello apribile verso l'alto, realizzata sul tetto di un immobile a pochi centimetri di distanza dalla terrazza del vicino, fosse qualificabile come luce e non come veduta:

"con citazione dell'ottobre 1997, G.M.G., proprietaria di un appartamento con terrazza, in (OMISSIS), alla via (OMISSIS), conveniva in giudizio, innanzi al Tribunale di Savona, B. M., proprietario d'immobile vicino, alla via (OMISSIS), e ne chiedeva la condanna ad eliminare l'apertura con portello apribile verso l'alto, realizzata sul tetto di tale immobile, a pochi centimetri di distanza dalla terrazza di essa attrice, in violazione degli artt. 905 e 906 c.c. o, in subordine, a regolarizzare quella stessa apertura, ai sensi dell'art. 901 c.c.. Chiedeva, altresì, che il convenuto fosse condannato al risarcimento dei danni prodotti. B.M. si costituiva e resisteva alle domande, chiedendone il rigetto, col favore delle spese processuali e condanna della controparte al risarcimento del danno per lite temeraria. Con sentenza del 10 luglio 2000, in esito a consulenza tecnica d'ufficio, il Tribunale di Savona accoglieva la domanda principale dell'attrice: e condannava il convenuto ad eliminare l'apertura in questione perchè realizzata in violazione degli artt. 905 e 906 c.c.. Le parti interponevano gravame: B.M., in via principale, e G.M.G., in via incidentale. Con sentenza del 2 aprile 2003, la Corte d'appello di Genova accoglieva in parte i gravami e, in parziale riforma della decisione del primo giudice, condannava B.M. a rendere l'apertura in questione conforme alle prescrizioni dell'art. 901 c.c.. Le spese dei due gradi di giudizio venivano compensate per la metà e la metà residua era posta a carico del B.. All'esito d'esame della consulenza tecnica di ufficio, perveniva la Corte ad un valutazione diversa da quella data dal primo giudice all'apertura in questione, realizzata con telaio di copertura mobile sul tetto dell'immobile del B., per darvi aria e luce. Si trattava di una luce e non di una veduta, precisava la Corte, non essendovi possibilità di inspectio e di prospectio sul fondo della Giusto, e, in quanto tale, doveva essere resa conforme alle prescrizioni dell'art. 901 c.c., in particolare a quella non osservata, di cui al numero 1), relativa all'apposizione di una inferriata idonea a garantire la sicurezza del vicino e di una grata fissa in metallo, con maglie non maggiori di tre centimetri quadrati. La Corte, quindi, per quel che ancora rileva, accoglieva la domanda subordinata della Giusto e disponeva la regolarizzazione di quella luce. Per la cassazione di tale sentenza, B.M. ha proposto ricorso, illustrato con memoria. G.M.G. ha resistito con controricorso. Con unico mezzo, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 900 e 901 c.c., nonchè vizi di motivazione sul punto, il ricorrente si duole che la Corte di merito, dopo aver correttamente escluso che l'apertura in questione costituisse una veduta, abbia poi ritenuto che fosse una luce, soggetta alla disciplina dell'art. 901 c.c.. Sostiene, infatti, che quell'apertura-lucernario perchè aperta non sul fondo del vicino, ma sul tetto del proprio immobile, sulla proiezione ad astra, è estranea alla disciplina in materia sia di luci sia di vedute. La doglianza non ha pregio per un duplice ordine di ragioni. Ed invero, in primo luogo, la doglianza postula la negazione del fatto che l'apertura in questione sia stata aperta sul fondo della controricorrente, fatto - appunto - che la sentenza impugnata mostra di ritenere non controverso, tanto da supporlo, senza farne esplicita menzione (incentrando l'esame sulla opzione sollecitata fra le contrapposte tesi difensive, che qualificavano l'apertura come luce; o come veduta), e che il ricorrente ora disconosce, genericamente, senza muovere alcuna censura a tale sentenza, in parte qua, e mancando anche di descrivere lo stato dei luoghi, interessati dall'apertura medesima. In secondo luogo, la doglianza postula l'esistenza di un tertium genus di aperture sul fondo del vicino, nè luci nè vedute, appunto, estranee alla disciplina prevista in materia, tertium genus - questo - che, come questa Corte ha chiarito (v. Cass. n. 4588/54, n. 1583/62, n. 3799/68, n. 367/69 e n. 2072/76), deve ritenersi escluso, ai sensi dell'art. 900 c.c. in relazione all'art. 902 c.c. laddove è previsto che le finestre o altre aperture sul fondo del vicino sono di due tipi, luci o vedute (o prospetti), e che l'apertura priva dei caratteri della veduta (o del prospetto) è considerata luce. La doglianza, dunque, che peraltro è priva di illustrazione specifica dei denunciati vizi di motivazione e che inutilmente richiama una pronuncia di questa Corte, relativa a fattispecie diversa (v. Cass. n. 2697/99), non è meritevole di accoglimento. Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione" Cass. 28.9.07, n. 20577, GCM, 2007, 9.



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