Articoli, saggi, Generalità, varie -  Redazione P&D - 2014-03-24

LULTIMO CANTO DI TILL E LA FAVOLA ILLUSORIA DEI MAESTRI CANTORI - Giuseppe PALAZZOLO

Sommario: 1. Le ripetizioni in forma favolistica di temi tragicomici; 2. Till e Colli: due Cantori di peso diverso a confronto; 3. Il Panettone uccisore del tiranno e il palcoscenico della congiura nella teoria generale dei canti d"onore.

1. Le ripetizioni in forma favolistica di temi tragicomici

Leggendo l"ultima composizione di Till, nome d"arte di un noto Accademico - musicofilo romano, pubblicata in questa rivista, col mal tagliato titolo de " La favola dei Maestri cantori " mi parve, fin dalle prime frasi musicali, di aver sentito in precedenza lo stesso tema di un canto scorso dello stesso Autore, eseguito con identica tonalità, infarcita da una pluralità di accordi maggiori e settime di dominante che risolvevano nel turpiloquio e nell"invettiva, il cui spartito venne reso noto da altra rivista musicale solo per pochi giorni.

Ciò in quanto, le variazione sul canovaccio armonico di fondo, avevano disgustato molti dei Maestri Cantori ivi menzionati, occupati nello studio e nell"insegnamento della bell"arte in varie Accademie italiane, ed in particolare alcuni notissimi, che, nel passato, alla stregua di Till, e con lui medesimo, prestarono la loro opera al servizio della massima Accademia italiana, vale a dire la Homo Sapiens.

Sì che, Till, non pago dell"insuccesso della sua prima edizione, sfruttando la grande bontà d"animo di Mangiafoco, uomo probo e di alto gusto musicale, è riuscito, con la protervia di colui che non accetta i fiaschi conclamati, ad ottenere una nuova edizione delle sue musiche, benchè con poche e fragili variazioni, cambiando le vere identità dei personaggi ivi cantati con nomi di fantasia.

Di più, aggiunse al già vecchio tema armonico, varie citazioni di illustri musicisti ottocenteschi, al fine di apparire, più che un musicista cantore, un musicofilo etichettante delle sue limitate conoscenze musicali, di certo, non meritevoli di fargli ottenere l"ambita qualifica di Cantautore, bensì quella, ad essa naturalmente prodromica, di Cantastorie.

In questo tragicomico e decadente scenario, aggiunse alcune strofe, dedicandole, con l"eleganza di un elefante in una bottega di cristalli, ad un certo Panettone, giovane musicista in cerca anche lui di un editore, che coevamente allo sforzo del regredito barocchismo di Till, pubblicò una ballad di sapore Jazzistico, sulla rivista di Mangiafoco, essendo il Panettone un musicista libero dalle Accademie ed in quanto tale non interessato ai temi svolti dal cantastorie, bensì alla difesa di grandi musicisti del sistema, di recente scomparsi e meritevoli del massimo rispetto[1].

Panettone, da puro Jazzista improvvisatore, adottò, nel suo pezzo, un sistema accordale variato sul tema proposto da Till: una sorta di controcanto, in parte melodico con le diminuite e le quinte minori, ed in parte accentato con il giro II,V, I che risolveva spesso con le settime di dominante, specie, quando, era costretto ad affermare alcune verità concorsuali che non piacevano a Till, benché fondate su spartiti antichi di cui Panettone era venuto in possesso, cercandoli strenuamente in quegli archivi musicali ben noti al suo interlocutore.

Till, sulla libera iniziativa di Panettone, non accettando la verità della sonata dedicatagli, immaginò congiure cesariane organizzate contro di lui, da prestigiosi Cantori romani, che il povero Panettone aveva conosciuto solo tramite le Opere da costoro prodotte, elevandolo da semplice popolano sconosciuto, ad interlocutore privilegiato di tali sommi Maestri dell"Accademia musicale Italiana ed in specie di quella vigente nella Schola Cantorum romana, dalla quale Till era di recente uscito, per raggiunti limiti d"età.

E così, a Panettone, dopo aver sentito le storie cantate da Till, mentre si adoperava nella polverosa ricerca anzidetta, gli passò per la mente un déjà vu[2] che nella notte successiva lo condusse all"interno di un labirintico sogno, alla stregua di quelli che antichi musicisti facevano per ricordare alcune categorie di loro colleghi dogmatici e rigorosi che, nonostante trapassati, non intendevano dimenticare le loro ortodosse composizioni musicali, rifiutando di bere l"acqua del Lete[3].

Ebbene, Panettone sognò di vedere Till, ristretto all"interno di una casa di riposo per anziani accademici – musicofili, intento ad ascoltare, in vestaglia e cappellino di lana, ( era d"inverno ) un"aria Wagneriana, che Panettone non riconobbe a cagione della sua profonda ignoranza del genere musicale amato da Till; sì che, riconoscendo in lui i tratti fisiognomici del vecchio musicofilo, si avvicinò curioso, e, parlandogli dalla finestra, gli chiese se fosse veramente lui il famoso accademico - cantastorie, arruolato nella Homo Sapiens di cui tanto si parlava al tempo del suo vigore.

In uno scenario quasi dantesco, Till, senescente ed abbandonato al suo destino, che l"anziana saggezza ingigantisce i ricordi più remoti, cominciò a narrare, come i personaggi descritti dal Sommo Poeta nella Divina commedia, la sua vera storia, ed incalzato dalle domande di Panettone così iniziò il suo tragitto responsivo: in verità io non sono un cantore, né un cantautore, non avendomi la natura matrigna dotato di una bella voce, né del senso dell"armonia; sì che, compreso il mio irrecuperabile difetto, mi sono adeguato a studiare, da semplice musicofilo, le composizioni di grandi musicisti ottocenteschi. E, siccome non parlo il tedesco, né correttamente altre lingue, ho, con fatica, ricopiato i titoletti delle loro altissime e per me inarrivabili composizioni, cercando di recuperare così, la mia totale assenza di talento musicale.

A questa sincera risposta, del tutto inaspettata dall"incredulo Panettone, seguì un"altra domanda di costui, per vero lancinante e maliziosa: E come mai, essendo lei privo di talento musicale ha ottenuto di prender parte alla più famosa delle Accademie nel nostro sistema ?

Seguì, a quella imbarazzante domanda, un"altra inaspettata risposta di Till: Caro Panettone, deve sapere che io, pur nel difetto di natura musicale, son figlio d"arte, e non un semplice popolano provinciale come lei, che, per di più, si adatta a suonare una musica astrusa ed incomprensibile, senza spartito e senza regole, come ha dimostrato nelle sue composizioni che ho avuto la sventura di leggere circa nove anni addietro. Ora lei, con la sfrontatezza del popolano irrispettoso, frequentatore di immonde taverne, ove si esercita, con altri modesti tangheri, nel canto degli stornelli, intercalati dal paraponziponzipò, viene qui da me, anziano e disarmato del mio potere accademico, per sputare il rospo che le feci ingoiare anni addietro, definendo la sua prima opera un panettone.

E, perché, replicò Panettone, se la mia prima scrittura non le piacque, avendo intravisto in me la natura del Jazzista improvvisatore, non mi ha mai risposto, quando, sullo stesso tema musicale, più di recente, l"ho chiamata al confronto in una sala di concerto a sua scelta, per misurarci, con strumenti diversi, sulle Nuove grazie donative, da lei interpretate col vecchio schema disarmonico della cadenza funeraria del requiem ? Ed ancora, per quale motivo non mi rispose, quando scrissi quel controcanto, a lei ben noto, fondato sulle umane sorti e progressive della ricerca biologica del padre, composto in rigoroso stile classico, contro il suo pezzo delirante e dodecafonico[4], improntato sulla partigiana difesa di quel Liceo per la musica sacra, ove ancora si esercita, nell"esecuzione delle scale e negli arpeggi[5]; e, prima di lei suo padre, bravissimo musicista non accademico, orecchista che in quello stesso Liceo spesso si confrontava in duetto con un grande Accademico calabrese, di modeste origini popolari[6], che per il suo innato talento musicale conseguì il titolo massimo di Primo Cantore a soli 23 anni ?

A questo punto, nel momento in cui Panettone attendeva trepidamente la risposta di Till, il sogno svanì, come accade spesso nelle figurazioni oniriche della realtà virtuale dei sogni, lasciando il sognatore senza risposta, in un bagno di sudore catartico cagionato da quell"incubo dell"anima, finito nelle prime ore del mattino.

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