Legislazione e Giurisprudenza, Procedura penale -  Giovanni Sollazzo - 2016-05-15

M.a.e.: rifiuto alla consegna del cittadino che ha legittima residenza nel territorio - Cass. pen. n. 19009/16 - C.C.

Non è il diritto di seguito in se, sganciato dal presupposto originario, a legittimare la residenza del cittadino dell'Unione interessato.

Il decreto legislativo n. 30/07 relativo al diritto dei cittadini dell'Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri disciplina le modalità di esercizio dei detti diritti ed il diritto di soggiorno, che, se superiore a tre mesi, è soggetto ad alcune condizioni -art. 7 co. 1-.

L'art. 18 lettera r) della legge n. 60/05 relativa la mandato di arresto europeo e alle procedure di consegna fra gli Stati membri, contempla fra i motivi di rifiuto alla consegna l'ipotesi che il mandato sia stato emesso ai fini dell'esecuzione di una pena, qualora la persona ricercata sia cittadino italiano - ovvero, dopo Corte Cost. n. 227/10, si tratti di cittadino dellUnione europea che legittimamente ed effettivamente abbia residenza o dimora nel territorio italiano - sempre che la Corte di appello disponga che tale pena sia eseguita in Italia conformemente al suo diritto interno.

Pur nella ricerca di una lettura in prospettiva dinamica delle norme, ove il cittadino non goda di uno stabile radicamento, si rivela da sola insufficiente, per costante giurisprudenza della Corte, la stessa residenza anagrafica del soggetto interessato nel territorio dello Stato ed il rifiuto alla consegna non risulta legittimato esclusivamente dal c.d. "diritto di seguito".

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

-omissis-

Fatto RITENUTO IN FATTO 1. Con la sentenza impugnata, la Corte d'Appello di Milano ha disposto la consegna del cittadino romeno -omissis- all'autorità giudiziaria del suo Paese, richiesta in forza di mandato d'arresto europeo esecutivo emesso in data 08/07/2014 dal Tribunale di -omissis- in relazione ai reati di clonazione di carte di credito e illecito prelievo di somme di denaro commessi negli anni 2008 e 2009 in varie località, a seguito di sentenza definitiva di condanna alla pena di tre anni di reclusione.
Previo esame della base normativa di riferimento ai sensi della legislazione penale romena, la Corte territoriale ha ritenuto sussistenti le condizioni per dare corso alla richiesta di consegna, escludendo nei confronti del -omissis- - dichiaratosi senza fissa dimora in Italia e da ultimo rientratovi mediante esibizione di un falso passaporto ungherese - la sussistenza di uno stabile radicamento nel territorio nazionale (L. n. 69 del 2005, art. 18, lett. r).
La Corte milanese ha, inoltre, rilevato che pur essendo stata parte della condotta (segnatamente alcuni prelievi di denaro) commessa in Italia, la circostanza è stata allegata in termini del tutto generici, tanto da non poter configurare motivo di rifiuto nè ai sensi della L. n. 69 del 2015, art. 18, lett. p), nè della precedente lett. o), non essendo attualmente pendente alcun procedimento penale in Italia per gli stessi fatti.
2. Avverso la sentenza ha proposto impugnazione il -omissis-, il quale deduce in primo luogo l'erronea applicazione L. n. 69 del 2005, art. 19, lett. r), sostenendo che le argomentazioni della Corte d'appello circa l'assenza di un suo stabile radicamento in Italia collidono con le emergenze documentali prodotte, rappresentate dal certificato di matrimonio con la connazionale -omissis-, dai certificati di nascita dei due figli minori, dalla dichiarazione resa da C.-omissis- (sorella della moglie) di disponibilità ad ospitarlo nella propria abitazione in caso di concessione degli arresti domiciliari; dai documenti d'identità e dal contratto di lavoro della stessa C.-omissis-; da un'ulteriore dichiarazione di questa ultima di ospitare attualmente sorella e i nipoti; dal contratto di lavoro della moglie.
Allega, infatti, che il rientro in Italia, ancorchè avvenuto esibendo un falso documento d'identità, è stato determinato proprio dall'esigenza di ricongiungersi con i familiari e che i precedenti penali collezionati in Italia risalgono tutti a periodi antecedenti la nascita dei figli.
A tal fine, il ricorrente propugna una lettura cd. dinamica del concetto di stabile inserimento, nel senso che esso sussisterebbe anche a favore di chi non abbia una formale residenza nello Stato destinatario della richiesta di consegna tramite MAE, ma in cui la sua famiglia - composta di cittadini europei esercitanti il proprio diritto alla libera circolazione entro i confini dell'Unione - abbia deciso di stabilirsi per cogliere ad es. favorevoli condizioni occasioni di lavoro.
In tal senso invita, infine, questo giudice di legittimità a sollevare questione di legittimità costituzionale L. n. 69 del 2005, art. 19, lett. r) nella parte in cui non contempla l'eventualità sopra indicata per contrasto con gli artt. 11, 13, 27 e 177 Cost..
Con memoria successivamente depositata, il ricorrente ha prodotto ulteriore documentazione anche a dimostrazione della pendenza a suo carico di un procedimento penale in Italia (Procura Repubblica di -omissis- n. -omissis-/15 RG NR) per fatti analoghi a quelli oggetto della sentenza romena, commessi nel mese di agosto del 2009.

Diritto CONSIDERATO IN DIRITTO 1. Il ricorso è infondato e come tale va rigettato.
2. Le circostanze di fatto desumibili dagli atti della procedura depongono in maniera inequivocabile per l'assenza di uno stabile radicamento territoriale del ricorrente in Italia, Stato dell'Unione europea in cui, per sua stessa ammissione, non gode di stabile dimora, tanto che fra i documenti prodotti a sostegno delle sue richieste ha prodotto la dichiarazione di disponibilità della cognata ad ospitarlo (eventualmente) in regime di arresti domiciliari.
Vale, infatti, ricordare la costante giurisprudenza di questa Corte di Cassazione, secondo cui la stessa residenza anagrafica nel territorio dello Stato appare da sola insufficiente ad integrare il requisito dello stabile radicamento (ex pluribus Sez. 6, sent. n. 20553 del 27/05/ 2010, Cocu, Rv. 247101; Sez. 6, sent. n. 10042 del 09/03/2010, P.G. in proc. Matei, Rv. 246507; sez. 6 sent. del 21/0//2015, Bialasz non mass.), per concludere nel senso della radicale assenza della condizione ostativa che il ricorrente intende far valere.
L'acclarato rientro in Italia mediante esibizione di un falso passaporto ungherese, unitamente alla struttura dell'imputazione relativa alla sentenza romena esecutiva, quali desumibili dal MAE, denotano infatti che il ricorrente vive di attività illecite, commesse in varie località dell'Unione europea, traendo da esse risorse economiche tali da consentirgli, per sua stessa ammissione, di trasferirsi temporaneamente in Messico al fine di sfuggire alla giustizia europea (pag. 5 ricorso).
Del tutto peculiare è, infine, la lettura da lui propugnata del concetto di stabile radicamento in senso dinamico, in realtà mero artificio argomentativo teso a far ritenere sussistente una realtà effettuale (per l'appunto lo stabile radicamento) per contro pacificamente inesistente.
3. Altra cosa è lo stabile radicamento in Italia del suo nucleo familiare, tema che non costituisce oggetto della presente procedura e che la Corte territoriale ha correttamente ignorato.
Anche a tale riguardo, il ricorrente propugna una singolare lettura delle norme regolanti il diritto di stabilimento nel territorio italiano dei cittadini di altri Stati dell'Unione europea (D.Lgs. n. 30 del 2007), nel senso che il cd. diritto di seguito previsto a favore dei familiari di un cittadino di uno Stato dell'Unione varrebbe a legittimare la residenza dell'interessato anche quando questi non risieda nel diverso Stato dell'Unione.
Trattasi di una interpretazione che può definirsi inversa, secondo cui il presupposto fondante il diritto di seguito può anche difettare e sarebbe il diritto di seguito in sè, in ipotesi sussistente e sganciato del presupposto originario, a legittimare la residenza del cittadino dell'Unione interessato.
L'assunto, intrinsecamente contraddittorio già nella fissazione dei presupposti logico - giuridici, è per ciò stesso manifestamente infondato, così come pure manifestamente infondata è la questione di legittimità costituzionale L. n. 69 del 2005, art. 19, lett. r) che il ricorrente sollecita in questa sede, basata sullo stesso inaccettabile assunto interpretativo.
4. E' rimasto, invece, allo stadio di mera enunciazione, almeno dinanzi alla Corte territoriale, il motivo di ricorso concernente la commissione di parte della condotta in Italia, asseritamente integrante il motivo di rifiuto alla consegna di cui alla L. n. 69 del 2005, art. 18, lett. p); per cui correttamente la Corte milanese ne ha ritenuto l'evidente genericita, all'esito una valutazione conforme alprincipio costantemente affermato dalla giurisprudenza di questa Corte di Cassazione secondo cui la giurisdizione italiana fondata sul criterio territoriale di cui alla L. n. 69 del 2005, art. 18, lett. p) deve risultare con certezza, non potendosi ritenere sufficiente la mera ipotesi che il reato sia stato commesso in tutto o in parte nel territorio dello Stato (Sez. 6, sent. n. 27825 del 30/06/2015, Ignat, Rv. 264055; Sez. 6, sent. n. 17704 del 18/04/2014, Araujo Gomez, Rv. 259345; Sez. 6, sent. n. 45914 del 12/11/2013, Uglava, Rv. 257469; Sez. 6, sent. n. 20281 del 24/04/2013, Vetro, Rv.
257025; Sez. 6, sent. n. 45669 del 29/12/2010, Llanaj, Rv. 248973).
Dinanzi a questa Corte di legittimità, il ricorrente ha, invece, dimostrato la pendenza a suo carico in Italia di un procedimento per reati di tentata appropriazione di carte di credito e detenzione di carte donate (artt. 110 e 617-quinquies c.p. e D.Lgs. n. 231 del 2007, art. 55), commessi in epoca astrattamente rientrante nell'arco temporale considerato dalla sentenza romena, ma non essendovi certezza alcuna che trattasi degli stessi fatti oggetto di quest'ultima decisione, deve essere ribadita la valutazione della Corte territoriale circa l'insussistenza della condizione ostativa di cui alla L. n. 69 del 2005, art. 19, lett. p); l'insussistenza del motivo rifiuto di cui alla lett. o) discende, inoltre, anche dalla circostanza che la sentenza di condanna posta a base del MAE è definitiva.
5. Resta ferma la facoltà prevista dalla L. n. 69 del 2005, art. 24, secondo cui la Corte territoriale può disporre il rinvio della consegna del ricorrente per consentirgli di essere sottoposto a procedimento penale in Italia, facoltà che può essere esercitata anche successivamente al provvedimento che ha disposto la consegna, purchè anteriormente alla materiale sua esecuzione, previo interpello dell'interessato e del suo difensore (Sez. 6, sent. n. 42045 del 06/11/2008, Gal, Rv. 241521) o alternativamente dietro sua espressa sollecitazione.
Trattasi, tuttavia, di provvedimento meramente interinale, basato su una valutazione discrezionale in vista del soddisfacimento di esigenze di giustizia italiana alle quali il consegnando soggiace e della cui mancata adozione egli non ha titolo per dolersi (Sez. 6, sent. n. 46299 del 12/12/2008, Cervenak, Rv. 242010), a meno che non l'abbia espressamente sollecitato, adducendo al riguardo uno specifico interesse (Sez. 6, sent. n. 35181 del 28/09/2010, Mallucci, Rv. 248006).
6. Al rigetto dell'impugnazione segue, come per legge, la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

PQM P.Q.M. Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui L. n. 69 del 2005, art. 22, comma 5.
Così deciso in Roma, il 3 maggio 2016.
Depositato in Cancelleria il 6 maggio 2016



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