Articoli, saggi, Generalità, varie -  Redazione P&D - 2014-12-14

MAFIA CAPITALE E IL DIRITTO AL COSPETTO DEI MASS MEDIA - A. SAGNA

Scriveva Tiziano Terzani che il segreto non sta nella soluzione, ma nel processo che ha occupato la mente.

C'è un modo tutto romano che fa della capitale un centro d'interessi criminali autoctono?

L'esegesi testale di una norma dovrebbe spiegare tutto ciò. E porterebbe, se così fosse, ad una soluzione certa.

Ma così non è.

La radicalizzazione di un malaffare, contestualizzato in determinato luogo, assume contorni, confini e sfumature talmente labili che solo l'ampliamento di una fattispecie normativa, l'espansione di un precetto speciale in senso omnicomprensivo darebbe una soluzione certa.

Nel "Mondo di Mezzo", di tolkieniana memoria, qualcosa di grave è accaduto. La sua descrizione, le radici, i flussi ingravescenti di un comportamento criminale non sono spiegabili, però, solo attraverso le etichette, o attraverso le norme.

Ecco la frase di Carminati riportata da tutti i giornali: "È la teoria del mondo di mezzo compa'. ....ci stanno.. come si dice.. i vivi sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo. E allora....e allora vuol dire che ci sta un mondo.. un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano ...".

"Terra di Mezzo", dicevamo, è il luogo mitico in cui si svolgono le vicende dei due libri più famosi dello scrittore, filologo e linguista inglese J.R.R. Tolkien, "Il Signore degli Anelli" e "Lo Hobbit". Ma qui con la scrittura tutto c'entra davvero poco. Probabilmente il significato che Carminati ha dato è traslato da questa "Terra di Mezzo", come luogo di incontri tra razze diverse che lì vi coesistono: elfi, nani, uomini, hobbit, orchi.

Un mondo immaginario. Un parto della mente.

Esiste, allora, uno spazio della sociologia criminale, inteso come studio del fenomeno sociologico dal lato del reo, in un certo luogo, in un certo tempo, a cui l'interprete deve necessariamente rifarsi.

L'ordinanza del Gup romano, Dott.ssa Flavia Costantini sulla delicata vicenda ha tentato di dare una spiegazione, giuridico formale e razionale, confermando l'impianto accusatorio.

Diciamo subito che qui il discorso non viene focalizzato su questo lunghissimo provvedimento, di ben oltre 1000 pagine, perché i processi si fanno in aula, e non da altre parti.

Va, però, detto che questo è solo il primo round, perché quel tipo di ordinanza restrittiva della libertà personale prevede un contraddittorio a forma e contenuto tutto posticipato. La difesa presenterà solo dopo la conoscenza formale dell'ordinanza tutte le sue argomentazioni, davanti al Tribunale del riesame o, con un pizzico di strategia difensiva, davanti alla Cassazione con un ricorso per saltum, dando magari un'accelerata in ordine ad una presunta violazione di legge ed all'inquadramento dogmatico della complessa fattispecie sottesa al reato di associazione per stampo mafioso.

E, in effetti, Il Messaggero riporta la notizia che proprio questo giovedì, 11 novembre, la difesa di Carminati avrebbe sollecitato al Tribunale del Riesame la revoca dell'ordinanza di custodia cautelare chiedendo, in ogni caso, l'annullamento dell'aggravante relativa alla matrice mafiosa (http://www.ilmessaggero.it/ROMA/CRONACA/mafia_capitale_carminati_aula_riesame/notizie/1060847.shtml).

Senza aver letto le carte del processo, possiamo fornire solo qualche elemento generale.

Il primo tassello è quello di un processo mediatico che ha innescato due diversi fazioni: la prima, connotata dal senso di un profondo disgusto, e ciò non solo e non tanto per l'attività criminale indicata sui giornali e tv, ma quanto per l'offesa, il vulnus ad una città, che è la capitale.

Di qui lo sbigottimento, dando per plausibile (?), certo (?) o concluso (?) già da ora il processo.

L'altro filone, indietreggia di un passo, e tende a respingere in toto l'accusa di mafiosità dentro Roma capitale, dando per non accertato (?), inverosimile (sulla base di cosa?), il quadro descritto dagli investigatori, pur ritenendo che se c'è un reato si persegua quello, ma con la giusta etichetta, senza forzature.

Nella distanza siderale tra dotte e meno dotte arringhe difensive del cittadino romano, toccato sul vivo, in prima istanza da un forte impatto mediatico, nel nervo scoperto, e che si scopre catapultato in un mondo tolkeniano che non vuole credere e non può credere che sia il suo, si poggia tutto e davvero tutto il quadro normativo della fattispecie. E ciò con tutte le sue innegabili conseguenze e i corollari, anche politici, di una gestione della capitale che potrà essere affidata, secondo vari scenari, ad un Commissario o a ben due con funzione ispettiva, oppure arrivando allo scioglimento per mafia, o istituendo ulteriori modelli alternativi per ristabilire un'immagine di trasparenza e dare un respiro immediato di fiducia alla città, lasciando ancora operare il Sindaco.

Su queste delicate premesse, si può solo cominciare a dire che l'associazione a delinquere di stampo mafioso, di cui all'art. 416 bis c.p., si connota rispetto all'associazione criminosa semplice per la sua tendenza a proiettarsi verso l'esterno, per il suo radicamento nel territorio in cui essa mette radici e si espande; pertanto, i caratteri suoi propri (assoggettamento ed omertà) devono essere riferiti ai soggetti nei cui confronti si dirige l'azione delittuosa, essendo appunto i terzi a trovarsi, per effetto della convinzione di essere esposti al pericolo senza alcuna possibilità di difesa, in stato di soggezione psicologica e di soccombenza di fronte alla forza dei "prevaricatori".

La diffusività di tale forza intimidatrice, secondo alcuni, non può essere virtuale e cioè essere limitata al programma dell'associazione, ma deve essere effettuale e quindi deve manifestarsi concretamente in atto, con il compimento di atti concreti, atteso che la diffusività è il carattere indefettibile della forza intimidatrice, si che è necessario che, di essa, l'associazione si avvalga in concreto e cioè in modo effettuale nei confronti della comunità in cui essa è radicata (cfr. Cass. pen, 5^, 19.12.1997 n. 4307, rv. 211071).

Deve, quindi, quantomeno essere provato il clima d'intimidazione e la percezione collettiva di esso, enucleando l'apporto dell'intimidazione proveniente dal vincolo associativo.

E qui s'innesta un primo discorso: l'abilità criminale non può essere confusa con la mafiosità.

La radice romana, il suo modo di estrinsecarsi, il suo fraseggio tipico va decifrato, contestualizzato, individualizzato, e poi, da elemento scomposto, ridistribuito nel suo mantra socio-culturale.

Così, il vanto, l'orgoglio romano del bandito romano, quella tracotanza e la prosopopea vanno inquadrate per quello che sono, in un atavico difetto di voler essere a tutti i costi "un capetto", un eroe della mala, magari al pari delle bande del passato, con l'auto riproduzione (seriale) di un clone mediatico, già visto, alla maniera di "romanzo criminale, magari per assenza di un livello socio culturale adeguato, valoriale, intenzionalmente o meno che sia.

È l'assenza di un valido modello di riferimento culturale dominante che prende piede, egemonizza fasce di criminalità, permeando un certo tipo di comportamento.

A questo punto, uno dati fattuali e dirimenti sarà come la forza di intimidazione collettiva dell'associazione viene individuata, ricercata, e con quali riscontri.

Ai fini dell'individuazione di un sodalizio, ex art. 416- bis cod. pen., sono determinanti l'elemento personale, con la distribuzione gerarchica dei ruoli, le strutture organizzative e logistiche, l'ambito territoriale e la tipologia dei reati-fine.

Sono il controllo del territorio, l'imposizione di tangenti, il controllo di esercizi, la monopolizzazione di un'area delittuosa, il cimentarsi in pericolose rapine di grosso rilievo criminale, eseguendo sequestri di persona e sviluppando, su larga scala la forza criminale, che devono essere inquadrati, senza contraddizioni logico-fattuali.

La forza di intimidazione promanante dalla presenza di un'associazione di stampo mafiosa, dunque, deve essere tale da ottenere un conseguente sfruttamento delle condizioni di assoggettamento e di omertà del circostante contesto sociale, tali da agevolare la commissione degli illeciti.

Il pesante capo d'imputazione venuto alla ribalta scotta come un tizzone ardente, è un vero e proprio tsunami giudiziario per cui tutti ne parlano e pochi lo vogliono; ma ciò che conta è che non vengano confusi i reati ipotizzati con gli elementi strutturali di un'associazione di stampo mafioso ex art. 416 bis c.p., per la cui esistenza è richiesta una capacità di intimidazione autonoma. Da qui il dubbio che probabilmente solleveranno le difese è se la fattispecie incriminatrice richieda che la vis intimidatoria sia o meno correlata all'esercizio di specifici atti specifici di violenza o di minaccia.

La Suprema Corte, però, ha recentemente precisato che il condizionamento della libertà morale dei terzi estranei al sodalizio non deve necessariamente scaturire da specifici atti intimidatori, ma può costituire l'effetto del timore che promana direttamente dalla capacità criminale dell'associazione (Cass. pen., Sez. I, 16/05/2011, n. 25242).

Altro tassello è la caratura autoctona, cioè l' autoreferenzialità. In passato la Cassazione ha ritenuto mafiosa un'organizzazione criminale costituitasi autonomamente in Liguria che ripeteva le caratteristiche strutturali dei locali di "ndrangheta" calabresi, e si ispirava alle regole interne di questi ultimi e con essi manteneva stretti collegamenti (Cass. pen., Sez. I, 10/01/2012, n. 5888). Cioè autoctona per modo di dire, perché aveva collegamenti, e, quindi, un sodalizio con l'esterno. Un fenomeno di infiltrazione derivante da contatti esterni, è cosa diversa. E i contatti esterni che denotano la mafiosità vanno provati, in tutta la loro espansione.

Quanto debba essere autonoma l'associazione con stampo mafioso, come si sia formata questa autonomia, a quele data, e con quali caratteristiche, se compartecipative o di emulazione o di arruolamento da altri territori mafiosi, sono tutti elementi dirimenti, che hanno come matrice comune la necessità di una precisa ricerca di riscontri ben dettagliati e specifici.

Entro quale limite deve individuarsi l'organizzazione sul territorio? Qui giocano un ruolo preciso la distinzione di ruoli, i rituali di affiliazione ed il livello organizzativo e programmatico raggiunto.

E su questo, nel 2012, la Cassazione, in una fattispecie relativa ad attività della 'ndrangheta in località piemontesi, ha stabilito che il reato di associazione di tipo mafioso è configurabile anche in difetto della commissione di reati-fine, purché queste caratteristiche abbiano raggiunto un livello tale che ne lascino concretamente presagire la prossima realizzazione (Cass. pen., Sez. II, 11/01/2012, n. 4304).

Quando si parla di mafia autoctona, allora, seguono vari distinguo: hanno copiato da altri o no? E con quale intensità e metodo? È atto puramente emulativo, slegata da gruppi di mafie classiche, quelle che girano con la coppola, o ci sono legami/influenze esterne?

La presenza di un'autonoma consorteria delinquenziale, che mutui il metodo mafioso da stili comportamentali in uso a clan operanti in altre aree geografiche, comporta, dunque, un delicato e penetrante accertamento tale da restituire in superficie un'immagine, un volto di un'associazione che si sia radicata "in loco" con quelle peculiari connotazioni proprie della mafiosità.

Una mafia tutta romana senza legami indiretti di filiazione ad una organizzazione madre geograficamente esterna, se provata, darà luogo ad una specificità storica, ad un nuovo (triste) dato criminal - sociologico.

La tipicità del modello associativo delineato dall'art. 416-bis c.p., come si è accennato, risiede nel metodo mafioso, individuato nella forza intimidatrice del vincolo associativo, nella condizione di assoggettamento ed in quella di omertà, piuttosto che negli scopi, enucleati in via alternativa dal terzo comma del citato articolo, che l'associazione stessa persegue o voglia perseguire.

In mancanza della prova di specifici atti di intimidazione e di violenza, la forza intimidatrice, però, potrebbe essere desunta sia da circostanze obiettive, atte a dimostrare la capacità attuale dell'associazione di incutere timore, sia dalla generale percezione che la collettività abbia dell'efficienza del gruppo criminale nell'esercizio della coercizione fisica. In una sentenza del 2003 la Cassazione ha, infatti, precisato che le condizioni di assoggettamento della popolazione e gli atteggiamenti omertosi conseguono, più che a singoli atti di sopraffazione, al cd. prestigio criminale dell'associazione che, per la sua fama negativa e per la capacità di lanciare avvertimenti, anche simbolici ed indiretti, si è accreditata come un centro di potere malavitoso temibile ed effettivo (Cass. pen., Sez. VI, 12/12/2003, n. 9604).

Curioso è che la Cassazione, già nel non troppo lontano 2008, si era imbattuta in una fattispecie di associazione per stampo famoso nel basso Lazio, da cui era nata proprio una querelle tra la Procura ed il Tribunale del Riesame di Roma, avendo quest'ultimo annullato ordinanza restrittiva del Gip che aveva applicato la misura della custodia cautelare in carcere per concorso in tentativo di riciclaggio aggravato dal metodo mafioso, escludendo la sussistenza del reato contestato, posto che il riciclaggio non avrebbe potuto avere ad oggetto genericamente i proventi di un'attività mafiosa, bensì avrebbe dovuto necessariamente riguardare il risultato economico di condotte illecite determinate, ancorché poste in essere in esecuzione del programma criminale del sodalizio.

Il fatto riguardava plurimi atti, aggravati dalla metodologia mafiosa e dalla strumentalità agevolatrice degli interessi della associazione mafiosa, diretti in modo non equivoco ad ostacolare la individuazione della provenienza delittuosa della provvista di denaro riferibile in parte alle diverse famiglie del c.d. clan dei casalesi, provento delle attività criminali del clan di concorrenza sleale violenta e minatoria.

Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma aveva impugnato la decisione del Tribunale del Riesame lamentando l'erronea applicazione dell'art. 648 bis c.p., nonché mancanza o manifesta illogicità della motivazione del provvedimento impugnato sotto due diversi profili, tra cui, come di seguito qui riportato, la circostanza che

non era vero che il delitto associativo mafioso non potesse produrre ex se profitti o vantaggi ingiusti, a prescindere della commissione dei reati fini eventualmente costituenti il programma criminoso. Infatti, secondo la Procura poiché - al contrario di quanto avveniva per le ordinarie associazioni per delinquere e ciò costituiva il motivo per cui era stato introdotto nell'ordinamento il reato di cui all'art. 416 bis c.p. - era ben possibile ed anzi era usuale il fatto che le associazioni mafiose conseguissero profitti anche senza commettere ulteriori reati rispetto a quello associativo, in forza delle caratteristiche stesse della associazione, della intimidazione, dell'assoggettamento e della conseguente omertà interna ed esterna, promanante dal controllo delle attività economiche del territorio, che consentiva alla associazione mafiosa sia di trarre vantaggi da attività di per sé lecite, come ad esempio appalti pubblici conseguiti con metodo mafioso, sia di riservare a se stessa le attività più lucrative, senza dovere ricorrere alla commissione di ulteriori delitti - costituenti l'extrema ratio, anche per i rischi che comportavano - poiché il non associato desisteva volontariamente dal compiere attività concorrenziali o anche semplicemente sgradite alla associazione mafiosa.

Tale tesi, secondo la Procura, trovava conforto anche nel novellato art. 12 ter del c.d. pacchetto sicurezza (L. 24 luglio 2008, n. 125) che aveva introdotto nel D.P.R. n. 115 del 2002, l'art. 76, comma 4 bis per cui era ritenuto immeritevole del patrocinio a spese dello stato il mafioso condannato anche soltanto per il delitto di cui all'art. 416 bis c.p., in base alla ratio che anche la semplice partecipazione all'associazione mafiosa provocava lucrosi proventi. Era erroneo anche pretendere, ai fini della sussistenza del reato contestato, che la provenienza del denaro fosse tracciata poiché la tracciabilità del denaro e dei mezzi di pagamento era proprio l'obiettivo delle leggi antiriciclaggio e, quindi, la mancata individuazione della traccia era sintomo, e cioè indizio, della provenienza illecita del denaro, mentre l'esame delle prove in atti - che il Tribunale aveva omesso- avrebbe consentito di stabilire la relazione esistente fra il denaro che si intendeva utilizzare per l'acquisto del capitale sociale della B. e quello che il D. aveva ricavato dalla sua partecipazione al sodalizio mafioso e dalla commissione del delitto di cui all'art. 513 bis c.p.  Infine, sempre secondo la Procura, non vi era poi necessità d'identificazione precisa del reato presupposto e della provenienza del bene da delitto, specie nel caso di denaro che era bene fungibile e la cui provenienza poteva essere anche mediata.

La Cassazione con la sentenza del 13 gennaio 2009 ha accolto il ricorso della Procura romana, sancendo che il delitto di riciclaggio di cui all'art. 648 bis c.p., riformulato dalla legge 328/1993, art.4, che ha provveduto a riscriverne la condotta in conformità alla Convenzione del Consiglio d'Europa sul riciclaggio, la ricerca, il sequestro e la confisca dei proventi di reato, e della Direttiva n. 166 del 10 giugno 1991 del Consiglio dei Ministri della Comunità Europea con cui gli stati membri venivano invitati ad evitare il riciclaggio dei proventi di reato, è oggi svincolato dalla pregressa tassativa indicazione dei reati che potevano costituirne il presupposto, esteso attualmente a tutti i delitti non colposi previsti dal codice penale. Per cui il delitto di riciclaggio può presupporre come reato principale non solo delitti funzionalmente orientati alla creazione di capitali illeciti quali la corruzione, la concussione, i reati societari, i reati fallimentari, ma anche delitti che, secondo la visione più rigorosa e tradizionalmente ricevuta del fenomeno, vi erano estranei, come ad esempio i delitti fiscali e qualsiasi altro e consiste in qualsiasi condotta tendente a "ripulire" il c.d. denaro sporco facendo perdere le tracce della sua provenienza delittuosa nelle diverse forme della sostituzione o del trasferimento del denaro, beni o altre utilità di provenienza illecita ovvero del compimento di altre operazioni in modo da dissimularne la origine illecita e da ostacolarne l'identificazione della provenienza illecita.

L'eliminazione dell'indicazione normativa dei reati - presupposto si è resa necessaria in conseguenza della straordinaria mutabilità delle forme usate dal mercato finanziario ed economico in genere nella formazione di capitali illeciti suscettibili di essere successivamente "lavati" e per la altrettanto straordinaria capacità delle menti finanziarie della grande criminalità organizzata nell'escogitare metodi e sistemi di pulitura dei capitali illeciti.

Da ciò ne è derivata necessariamente, secondo la Cassazione del 2009, anche l'inclusione della associazione di tipo mafioso di cui all'art. 416 bis c.p. fra i reati da cui provengono capitali illeciti, che, in quanto tali ed onde potere essere rimessi in circolazione come capitali ormai depurati e perciò investibili anche in attività economiche produttive legali, devono essere riciclati.

La tesi, sostenuta nel provvedimento del Tribunale del Riesame, per cui solo i reati fine dell'associazione mafiosa potrebbero costituire presupposto del riciclaggio, mentre la associazione mafiosa, quale reato di puro pericolo, non potrebbe ex se produrre proventi illeciti, non è apparsa in alcun modo condivisibile dalla Cassazione poiché il delitto di cui all'art. 416 bis c.p. sussiste anche allorché lo scopo dell'associazione è quello di trarre vantaggi o profitti da attività di per sé lecite (ad esempio gestione di attività economiche, acquisizione di appalti pubblici), purché lo stesso sia perseguito con metodo mafioso, quale l'uso della forza intimidatrice della associazione, l'assoggettamento delle persone con tale timore, l'imposizione di atteggiamento omertoso (v., anche Cass. sez. 1 n. 4714 del 1996, rv. 204550; rv. 198576; rv. 198576; rv. 231967).

È cioè possibile ed anzi usuale, secondo la Cassazione, che l'associazione mafiosa abbia fra i suoi scopi anche il perseguimento di attività di per sé formalmente lecite, conseguite attraverso il metodo mafioso che imponga, ad esempio, il monopolio di soggetti mafiosi in un certo settore attraverso la desistenza di eventuali concorrenti (v. Cass. sez. 6 n. 1793 del 1994, rv. 198576); il che determina che sia la stessa associazione mafiosa a creare proventi caratterizzati dal metodo mafioso, senza necessità della commissione di altri diversi reati da qualificare come fine della associazione.

Costituisce, infatti, un principio giurisprudenziale ormai consolidato quello per cui l'associazione di tipo mafioso si distingue dalla comune associazione per delinquere, come può rilevarsi dal semplice raffronto testuale fra le due norme incriminatrici (a cominciare dalla rispettiva rubrica, la prima delle quali è priva, non a caso, a differenza della seconda, dell'inciso "per delinquere"), anche per il fatto che essa non è necessariamente diretta alla commissione di delitti - pur potendo, questi, ovviamente, rappresentare lo strumento attraverso il quale gli associati perseguono i loro scopi - ma può anche essere diretta a realizzare, sempre con l'avvalersi della particolare forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva, taluno degli altri obiettivi indicati dall'art. 416 bis c.p., fra i quali anche quello, assai generico, costituito dalla realizzazione di "profitti e vantaggi ingiusti per sé o per altri".

Per cui, mentre non può parlarsi di associazione per delinquere ordinaria quando gli associati abbiano come scopo esclusivo la commissione non di un numero indeterminato di delitti, ma solo di uno o più delitti previamente individuati, nulla vieta la configurabilità, invece, del reato di associazione di tipo mafioso quando gli associati, pur essendosi dati un programma che, quanto a fini specificamente delittuosi, presenti le stesse limitazioni dianzi indicate, siano tuttavia mossi da altre concorrenti finalità comprese fra quelle previste dalla norma incriminatrice e comunque adottino, per la realizzazione di quel programma e delle altre eventuali finalità, i particolari metodi descritti dalla stessa norma (v., per tutte, Cass. sez. 1 n. 5405 del 2000, rv. 218089).

Torniamo dunque alle origini: quel "capetto del rione", è solo un modo d'essere del bandito romano, che si vanta e vive dentro un film, quasi come una macchietta di se stesso, vantandosi a tutto spiano di imprese delittuose sì, ma marcatamente individuali, o dietro c'è qualche cosa di più?

E, ancora: il diffuso sistema di corruttele riceve protezione solo attraverso l'inquadramento di un singolo reato o in quello più ampio omnicomprensivo, a tutto tondo, di una fattispecie nata, però, per reprimere un fenomeno dai contorni gravi, anzi più gravi del solito, che contiene un odore mafioso e nauseante, da applicare cum grano salis?

La risposta sta nella ricerca della matrice evolutiva del dato sociologico e degli strumenti nuovi, nel senso di una chiave evolutiva,  utilizzati per commettere delitti se ed in quanto risultino aderenti alla fattispecie incriminatrice sottesa ai fatti reato. Cambia il tempo, e non è escluso che la criminalità impari schemi geograficamente distanti, distaccandosi da un'immagine che vedeva la mafia radicata solo in un certo territorio. La realtà che supera la fiction e la letteratura ancorata a vecchi schemi e ideologie di diversa matrice.

A questo punto si possono rilevare quattro dati: a) la portata dell'art. 416 bis c.p. si è nel tempo espansa nel suo versante interpretativo e sistematico, sia sul piano ontologico che processuale, e questo fenomeno di applicazione giurisprudenziale è rimasto in sordina, essendo la mafiosità, cosa seria e grave, ma sempre ritenuta distante, cioè proprio solo in un dato contesto geografico, anche nell'immaginazione, sottovalutando l'evoluzione degli scenari e degli strumenti del mondo criminale; 2)  la vis espansiva dell'art. 416 bis c.p. non può arrivare, però, fino ad un calderone ove mescolare tutto, altrimenti ne deriverebbe un fenomeno di svuotamento del reato (comune) di associazione a delinquere, ed una perdita di significato dell'autentico concetto di mafia, fenomeno serio e molto grave ma con peculiarità molte marcate, non scolorabili; 3)  il tema qui da centrare sarà se la corruzione possa arrivare ad essere legata al reato di cui all'art. 416 bis c.p., con la conseguenza che sarà corretta la contestazione formulata. Deve essere chiaro il perseguibile ed il perseguito: siamo di fronte alla ricerca di una mafia che fa affari senza intimidazione, senza la lupara, ma con strumenti quali la corruzione o comunque l'intimidazione c'è nella fattispecie giuridica, rimane e va provata ? Il salto logico e differenziale è non di poco conto.

Una cosa è certa: la spasmodica ricerca di un prestigio criminale, del voler essere a tutti i costi considerato "il capetto di Roma"non porta lontano, a prescindere dalle etichette. Né lascia il crimine isolato, visto che, poi, alle inchieste della Procura si affianca ormai il carrozzone dei processi mass-mediatici, con aspettative tangibili da subito per i telespettatori, immediate sì, ma, di fatto, mediate dal giornalismo, dai suoi tempi, dalla sua verità, qualche volta un tantino distante da ciò che si chiama giusto processo, quello celebrato in un'aula vera, con giudici veri e davvero tutte le garanzie procedimentali codicistiche.

Come diceva Aristotele, "si trova necessariamente in una condizione migliore per giudicare colui che ha ascoltato ragioni opposte, come in un processo".



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