Changing Society, Generalità, varie -  Mottola Maria Rita - 2014-02-10

MAGAZZINO 18 E LA LIVELLA – Maria Rita MOTTOLA

Oggi 10 febbraio è il giorno del ricordo, del ricordo di oltre 10.000 italiani trucidati dai soldati di Tito e di tutti gli altri che hanno dovuto abbandonare la loro terra, perché non potevano più chiamarsi italiani, non potevano parlare la loro lingua (persino sotto la dominazione austriaca avevano mantenuto la loro identità) non potevano più professare la loro fede religiosa. Fuggirono, quelli che poterono, quelli che non furono massacrati.

Una cara amica mi racconta che deve sempre precisare di essere italiana perché sulla sua carta di identità compare il nome del suo paese di nascita che si trova in Istria.

Mia mamma aveva tra le sue amiche una profuga istriana di Pola che fuggi con la sua famiglia nel '43 e si rifugiò nel Sud.

La sig. Giorgia Rossaro racconta come sua nonna e sua zia furono deportate ad Auschwitz, il padre venne arrestato dai soldati di Tito e non fece mai ritorno a casa, uno zio morì nelle Fosse di Katyn (per chi non lo sapesse 10.000 ufficiali polacchi furono uccisi su ordine di Stalin nel 1940 che addebitò la responsabilità ai tedeschi), due cugini furono condannati ai lavori forzati e tradotti in un gulag (Avvenire, 9.2.2014).

Giorgia ricorda e non vuole dimenticare, neppure come vennero trattati gli abitanti di Gorizia, considerati fascisti solo perché italiani. Non vuole dimenticare i 350.000 italiani che furono costretti a lasciare la loro terra, loro e dei loro padri da generazioni, dall'epoca dell'impero romano, poi della Serenissima, e infine di nuovo italiana alla fine della Grande Guerra, ma gli abitanti di lingua italiana restarono sempre in quelle terre crocevia di genti e di regni.

Non vuole dimenticare, e così ha voluto ricordare un giovane cantante che con garbo e dolcezza ha raccontato una storia che non conosceva e che ha scoperto per caso, se il caso esiste. Egli racconta di cose, cose ammassate in bell'ordine in un magazzino del porto di Trieste, cose quotidiane in attesa dei loro legittimi proprietari che non torneranno più. A loro non è data la gioia di Argo che poté morire illuminato dalla vista del padrone Ulisse. Cose con forza evocativa incredibile, che raccontano storie e vite, cose che non hanno dimenticato, che non hanno la memoria labile come gli uomini.

E il teatro dove si rappresenta la bella opera di Cristicchi è stato imbrattato e offeso come monumenti a ricordo degli istriani trucidati.

Perché ci si chiede. La risposta è semplice: gli uomini non hanno ancora capito che la morte è come la livella. Con maestria e intelligenza acuta ce lo racconta l'immortale principe de Curtis.

Le morti e i morti per gli uomini del novecento non sono tutte uguali, ci sono morti più morti e morti da dimenticare. E in ossequio alle ideologie che hanno attraversato il secolo precedente e che uccidono ancora subdolamente il nostro presente si devono cancellare le morti scomode: i milioni di morti che lo stalinismo portò al popolo russo nei Gulag, i milioni di morti che i russi portarono agli ucraini con una spietata e malvagia razzia, depredandoli del grano e degli strumenti per coltivare la terra, dei milioni di Armeni uccisi dai Turchi, dei milioni di cinesi uccisi dai cinesi maoisti nella Lunga marcia ... della morte per fame.

Nel novecento non è Dio che è morto, è morto l'uomo, la sua umanità.

Oggi respiriamo quell'aria ammorbata, viviamo nel nascondimento fino al momento in cui non è possibile nascondere oltre, quando scopriamo che il nostro Nino Benvenuti era tra quei profughi che riuscirono a fuggire, quando scopriamo i luoghi ove si compirono gli eccidi. Noi respiriamo ancora quell'aria inquinata da certa ideologia di coloro che inneggiarono alle invasioni sovietiche e che oggi vorrebbero propinarci insegnamenti su ciò che è democrazia, auto-eleggendosi suoi paladini, a dai negazionisti di tutto e di tutti. Perché per loro esistono due pesi e due misure e non sanno neppure che cosa sia la livella.

Vi è ancora chi cerca di minimizzare o peggio giustificare. Così come vi è chi nasconde ancora ciò che accadde alla fine dell'800, le razzie, gli stermini, le deportazioni compiute dai savoiardi nel Regno delle Due Sicilie.

Non vi è nessuna giustificazione possibile alla barbarie che ha attraversato l'umanità trascinandola in un abisso senza fondo. E chi non racconta, chi manipola la storia, chi omette e ricorda solo ciò che vuole, è zavorra, è un peso che trascina e cerca di mantenere ancorato nell'abisso della disumanità.

Ma se Dio non è morto anche l'uomo può rinascere, può risalire da quell'abisso. Per farlo occorre ammettere le colpe, le proprie colpe dell'indifferenza e della menzogna ideologica e le colpe altrui, e consegnarle alla Storia, alla Storia con la S maiuscola non quella che è stata insegnata per tanti anni nelle scuole europee e italiane, una storia meschina e manipolata.

Perché se nessuno deve toccare Caino, la voce degli innocenti sale e chiede giustizia, giustizia che per essere misericordiosa deve passare attraverso la verità. Solo la verità rende liberi, veramente liberi.



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