Articoli, saggi, Generalità, varie -  Todeschini Nicola - 2014-01-18

MALASANITA', LA SFACCIATA PROPOSTA DI LEGGE DEL PD - Nicola TODESCHINI

Che gli opposti schieramenti oggi non siano in grado di esprimere, in ultima analisi, proposte di legge contrassegnate da idealità che le sappiano distinguere tra loro è dato assai poco lusinghiero. Nanni Moretti invitò Massimo D'Alema, in una celebre esortazione, a "dire qualche cosa di sinistra", erano altri tempi, evidentemente, nei quali v'era ancora chi potesse attendersi che centro sinistra e centro destra potessero mai risultare "riconoscibili" dalla fragranza delle loro proposte politiche, ed un tanto a prescindere, ben inteso, dalla posizione di ciascuno che qui, evidentemente, non rileva.

Che anche la c.d. malasanità sia scossa dal malcostume dell'approssimazione, oltre che dall'appannamento di idealità del legislatore, qualunque colore abbia, non apparirà quindi rivoluzionario, ma segno dei tempi. Connotato pericoloso, però, perché coinvolge i diritti della persona, orienta condotte rilevanti per la tutela della salute pubblica, incide su interessi di straordinaria importanza, caratterizza l'opinione che abbiamo di una categoria, quella dei professionisti della sanità pubblica e privata in uno stato nel quale esiste il servizio sanitario nazionale.

Per il vero anche le recenti novelle, contenute nel vituperato decreto Balduzzi (LINK), si ergono a guisa di alfieri del panorama arido di proposte puntuali in materia, tra le quali meritano menzione, per par condicio si direbbe, pure quelle di centro destra alle quali ho dedicato attenzione in precedenti, sconsolati, commenti (LINK). L'amatorialità delle scelte e delle competenze del legislatore si connettono a meraviglia con la scarsa cura della cosa pubblica, fanno il paio con la possibilità che in questo paese si formi una commissione parlamentare sulla malasanità alla quale vengano chiamati a partecipare veterinari, periti, architetti e alcuni sanitari (mai, ben inteso, giuristi) (LINK). Desterebbe scalpore tanta arroganza e sconvenienza anche nella scelta dei componenti il comitato per la stabile garanzia di qualità dell'olio fritto alla sagra delle rane di Santa Lucia, ma se si tratta di salute, e di amministrazione della cosa pubblica, no di certo.

Nelle prossime righe dedicherò quindi attenzione alla proposta di legge del PD in materia di malasanità, si tratta, in particolare, della proposta di legge n. 1134 d'iniziativa dei senatori Bianco (Presidente dell'Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri di Torino - Presidente Federazione nazionale ordini medici chirurghi e odontoiatri), Maturani (impiegata in un ente locale), De Biasi (diplomata al liceo classico, dirigente di partito), Dirindin (già Direttore Generale del Dipartimento della Programmazione del Ministero della Sanità, e Professore associato presso l"Università degli Studi di Torino dove insegna Scienza delle Finanze e Economia sanitaria), Granaiola (dirigente dell'INPS), Mattesini (assistente sociale), Padua (Medico dipendente Azienda Sanitaria Provinciale di Ragusa) e Silvestro (infermiere), intitolata "Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e di responsabilità in ambito medico e sanitario.

Come si conviene nelle premesse vengono delineati obiettivi di grande rispetto, per lo più orientati alla garantire "il diritto alla salute degli individui e della collettività", con grande attenzione a quanto l'apparato organizzativo possa ancora fare, soprattutto in tema di gestione del rischio. Al di la della ormai ciclostilata bandiera della medicina difensiva, che sventola oramai stanca, l'elenco degli obiettivi è in gran parte condivisibile e, mi sia consentito, anche scontato. Quando l'analisi si sposta dai principi generali all'analisi del contesto attuale, i redattori sciorinano le cifre, suggerite loro dalle compagnie di assicurazione, che rappresentino a tinte fosche il contenzioso medico legale quale un campo di battaglia che miete vittime ogni giorno. Ed è così, per il vero, ma non per le ragioni che vorrebbero, gli illustri relatori, far intendere. Dell'attuale assetto della responsabilità civile e penale a loro non garba nulla, o quasi, infastiditi dall'esistenza della colpa lieve vorrebbero sentir punite solo le condotte abnormi, scandalizzati addirittura dall'esistenza dell'art. 1218 c.c. vorrebbero che il paziente compiesse i suoi grassi sforzi per aver diritto di chiedere la riparazione del danno (purché frutto di contegni solo inescusabili, ben inteso !).

Appare loro quindi "logico circoscrivere la responsabilità nel solo ambito della colpa grave", opportunamente definita (vedremo poi come) richiamandosi all'art. 2236 c.c. nella sua abbandonata -da decenni- interpretazione paternalistica, ed affiancandovi un novello art. 2237-bis (e perché non un 2236-bis ?).

Ci tengono a sottolineare che il sistema deve essere in grado di stoppare le richieste di risarcimento che non abbiano a bersaglio solo violazioni irragionevoli ed inescusabili. Viene da credere, sia perdonata l'ironia, amara, che per i redattori esistano violazioni delle regole che siano invece ragionevoli e scusabili, come quando si supera il semaforo quasi con il rosso, si manda al diavolo il pubblico ufficiale seppur sottovoce, si rubi una quantità discreta di denaro, si spinga dal balcone qualcuno inavvertitamente ma senza desiderio di fargli del male pur se dall'ottavo piano. Che il nostro sia il paese delle violazioni alle regole "scusabili" si era capito, in effetti, che se ne facciano paladini alcuni senatori perdonate se fa ancora effetto.

Ma a dimostrazione del fatto che le premesse, circa il fatto che la proposta di legge vuole, prima di tutto, tutelare la salute dei cittadini, non sono vane, il paragrafo sull'analisi del sistema termina con l'auspicio che la prescrizione, oggi decennale per la principale azione, quella contrattuale, sia ridotto a soli due anni pur nella consapevolezza, dai redattori confessata, che normalmente le pretese verrebbero azionate nei primi cinque anni dal fatto.

E' veramente preoccupante che l'aspirante legislatore, premessa la volontà di tutelare la salute dei cittadini, pur resosi conto che nella maggior parte dei casi i cittadini danneggiati impieghino cinque anni per reagire al danno patito proponga, sfacciatamente, di ridurre "al massimo in due anni" detto tempo utile per agire, dimostrando così di aver di mira il diritto del paziente ad ottenere il risarcimento del danno.

Certo se si riflette sulla circostanza che alcuni di loro esercitano proprio la professione che si affrettano a mettere al riparo da ogni conseguenza, pur se malauguratamente responsabile della morte di un paziente o delle sue gravi lesioni, forse individuiamo una chiave di lettura, se volete banale, di tanta partigianeria.

Proseguendo nell'analisi delle premesse la proposta articola, dopo aver assestati tali colpi bassi all'assetto attuale, le proprie tesi in materia di rivalsa, volendo impedirla salvo quanto previsto dall'auspicato art. 2237-bis e quindi quando "il danno risarcito sia conseguenza dell'inosservanza delle buone pratiche e delle regole dell'arte ovvero se il fatto lesivo sia conseguenza di suo dolo o colpa grave". Chiede, infine, che l'azione civile sia rivolta direttamente solo nei confronti della struttura sanitaria.

Le premesse si rivolgono quindi alla condizione del mercato assicurativo: a fronte dell'ammessa diminuzione delle "denunce contro i medici e le strutture sanitarie" nonché "contro i singoli professionisti", e nonostante "i due terzi dei sinistri denunciati alle compagnie, per il totale della RC medica, vengano chiusi senza seguito" e che "mediamente il 60 % dei sinistri denunciati non da seguito a un risarcimento", si unisce, mestamente, al piagnisteo della compagnie di assicurazione che denunciano, falsamente, la "complessità della valutazione delle menomazioni fisiche" (perché mai se esistono le tabelle medico legali ed ottimi medici legali?) che indurrebbero mestamente le compagnie, vittime del sistema, a sottostimare in molti casi le conseguenze dell'errore. Ad un tanto si aggiungerebbe la presunta "incertezza nella quantificazione del danno, legata alle frequenti evoluzioni degli orientamenti giurisprudenziali in materia di entità del danno da risarcire".

E' un panorama di partigianeria, ignoranza, confusione, amatorialità che desta preoccupazione sincera. I sinistri diminuiscono, quelli residui sarebbe risarciti solo nel 60% dei casi, ma tuttavia il mercato assicurativo sarebbe allo sbando! La responsabilità? Di due livelli: per un verso, non sarebbe colpa delle compagnie di assicurazione se non sono in grado di applicare i baremes medico legali alle menomazioni che riscontrano (del resto effettuare valutazioni medico legali tramite i call center della compagnie sarebbe arduo anche per un super eroe); per l'altro, sono quei birichini di magistrati che continuano a mutare idea sul valore da assegnare al pregiudizio. Che mascalzoni, verrebbe da dire, destino e magistratura ostacolano in ogni modo i liquidatori delle compagnie che vorrebbero pur comprendere quanto possa valere dal punto di vista medico legale la tetra-paresi che gravi un paziente -perché un radiologo non ha letto l'evidente lesione spinale omettendo di trattarla tempestivamente- ma non ci riescono e vagano desolati nel centro liquidazione sinistri in attesa di un'imbeccata. E quando arriva? Nulla, sono rigettati nel limbo dell'incertezza dovuta alla sconcertante modifica, notte tempo, dell'umore dei magistrati che si aggirano tra le tabelle di Milano e Marsala con atteggiamento losco ed equivoco.

Si può credere a tutto questo? Se Senato e Camera continuano ad essere caratterizzati dalle presenze che abilmente Antonio Albanese ha impersonato nel film di cronaca, non di satira, "Tutto tutto, niente niente" forse si. E' un'attacco alla proposta di sinistra? Leggete le mie impressioni su quello proveniente da destra per sciogliere ogni dubbio al riguardo (LINK).

Chi può credere che dall'analisi di una perizia di parte la compagnia di assicurazioni non sia in grado di comprendere la gravità del caso? Perché ci può riuscire un consulente tecnico nominato dal Tribunale? Può un liquidatore non essere in grado di applicare le tabelle del Tribunale di Milano? Esistono software in grado di aiutare anche gli analfabeti. Il punto, evidentemente, non è questo.

Perché i redattori di tali premesse non raccontano ai colleghi, ai quali rivolgono la proposta di legge, che è sempre stato il legislatore, questo sì spesso ciarlatano ed interessato, ad intervenire sulle regole piegandole alle ragioni delle compagnie di assicurazione così da diminuire drasticamente il valore dei sinistri? E' dal 2001 che le false promesse delle compagnie di assicurazione sulla presunta diminuzione dei premi nell'RCAuto inducono i legislatore a novelle che degradano il valore dell'integrità psicofisica. Anche quando il sistema si è assestato, quasi all'unanimità sul valore obiettivo da assegnare alle tabelle formulate dal tribunale di Milano sono stati i valorosi alfieri del potere assicurativo a tentare di rigettare nel caos il sistema sino a proporre nuove tabelle, non ancora approvate dagli emuli di Cetto la Qualunque, che vorrebbero tagliare nuovamente il valore dell'integrità psicofisica.

Infine le premesse si concentrano sulla CTU, la consulenza tecnica d'ufficio, chiedendo che venga "annullata la nomina dei consulenti d'ufficio che, salvo autorizzazione del presidente del Tribunale, non siano scelti negli albi individuati ai sensi del comma 5 dell'art. 3 del decreto Balduzzi. Auspicano che si formino collegi allorché siano impegnate attività specialistiche (quali non lo sarebbero?) così che al medico legale sia affiancato uno specialista.

Ma guardiamo ora, con fanciullesca speranza, al testo vero e proprio della proposta, dimenticando per un attimo le fosche premesse che lo precedono.

I primi articoli sono splendidamente orientati al conseguimento della sicurezza delle cure, contengono inni alla sua tutela, ed invocano la condivisibile istituzione di "Unità di prevenzione e gestione del rischio clinico ed osservatori per la valutazione dei contenziosi" (chissà se le relative commissioni saranno "a gettone", o se faranno guadagnare ai dirigenti sanitari il conseguimento di quegli obiettivi che significano premi in denaro). Non si capisce da chi saranno composte, dubito anche da giuristi, così che la loro funzione di "organo di consulenza in materia assicurativa, analisi del rischio" andrà in parte a farsi benedire. Significativo, ad ogni buon conto, che tutto ciò che scopriranno, anche grazie a rapporti annuali e segnalazioni, dovrà essere segreto, ed avrà "carattere confidenziale" e sarà indisponibile in un eventuale giudizio. Eh si perché quel che conta è la salute dei cittadini, la sicurezza nelle cure, guai che un paziente sappia che la struttura si è accorta, come è accaduto, che un suo sanitario, per alimentare i guadagni extra, amplifichi volutamente i tempi di attesa della pubblicazione dei referti perché, se il paziente lo venisse a sapere potrebbe anche contestare una mancata diagnosi tempestiva e chiederne i ristoro. Sempre che non siano trascorsi più di due anni ed abbia avuto la sorte di dover fronteggiare un forma tumorale avvezza a manifestarsi entro tale lasso di tempo, altrimenti, grazie ai paladini della sicurezza delle cure pubbliche non avrebbe nemmeno più la possibilità di denunciare il caso e chiederne il ristoro (per la richiesta riduzione a soli due anni del termine di prescrizione, nel progetto erroneamente definito "di decadenza").

E' così che colmi di entusiasmo ed ottimisti ci accingiamo alla lettura dell'art. 4

(Responsabilità penale dell"esercente la professione medica o sanitaria)

1. Le prestazioni mediche e sanitarie erogate per oggettive e documentate finalità preventive, diagnostiche, terapeutiche e riabilitative ed eseguite nel rispetto delle buone pratiche e delle regole dell"arte da esercenti la professione medica o sanitaria o da altri professionisti legalmente autorizzati allo scopo non costituiscono offese all"integrità psico-fisica.

2. Dopo l"articolo 590-bis del codice penale è inserito il seguente:

«Art. 590-ter. - (Morte o lesioni come conseguenze di condotta colposa in ambito medico e sanitario). – L"esercente la professione medica o sanitaria che in presenza di esigenze preventive, diagnostiche, terapeuti- che e riabilitative, avendo eseguito o omesso un trattamento, cagioni la morte o una lesione personale del paziente è punibile solo in caso di colpa o dolo. Ai sensi del presente articolo, la colpa sussiste quando l"azione o l"omissione dell"esercente la professione medica o sanitaria, inosservante delle buone pratiche e delle regole dell"arte, crei un rischio irragionevole ed inescusabile per la salute del paziente, concretizzatosi nell"evento».

Il primo comma potrebbe essere una risposta, peraltro claudicante, a quelle pronunce che hanno trattato il bisturi del chirurgo come il coltello dell'aggressore, avendo l'ardire di configurare il reato di lesioni volontarie al cospetto della decisione di un medico di non svegliare il paziente, che aveva dato l'assenso solo all'esportazione di una sezione di organo, nel corso di un intervento che ne suggeriva, al momento dell'ispezione diretta, anche un'altro. Se così fosse, nulla questio.

Il secondo comma suggerisce invece un novello art. 590-ter c.p. che pare far riferimento, a censura della definizione attuale di colpa, alla punibilità solo di condotte che creino un rischio irragionevole ed inescusabile. Mira insomma alla depenalizzazione tout court della responsabilità penale del medico salvo che per le condotte folli. Quando volontariamente ferisca un paziente (dolo), o ne interrompa l'intervento per assistere ai calci di rigore delle finale del torneo di paese; si distingua insomma per azioni od omissioni, si badi bene, figlie di ignobili trascuratezze, solo di gravi violazioni dei dovere di attenzione, cura, prudenza, capacità tecnica. Se quindi sbaglierà "semplicemente", come può accadere al ferrotranviere, al postino, all'avvocato, al falegname, all'ingegnere, sarà scusato pur se causerà la morte del paziente. Non spiegano i novelli paladini di una tal discinta arte medica chi deciderà quando l'errore sia figlio di condotte che generino un "rischio inescusabile" e quando invece sia scusabile. Forse il conducente di professione di un automobile, o di una corriera, che certamente svolge, oggi giorno, un'attività rischiosa, chiederà come mai i suoi errori non siano discriminati a seconda dell'inescusabilità ed irragionevolezza del rischio al quale espongano le persone trasportate, l'urlatore di professione si chiederà perché mai se insulta il suo antagonista non esista un grado di rischio al quale lo espone tale da indurre la corte al perdono. Un tanto, così ci si augura, sarebbe necessario al conseguimento del fine primo enunciato, quello della sicurezza e tutela della salute.

L'art. 5 si rivolge invece alla responsabilità civile del medico esercente la professione sanitaria:

1. Dopo l"articolo 2237 del codice civile è inserito il seguente:

«Art. 2237-bis. - (Responsabilità dell"e- esercente la professione medica o sanitaria). – In considerazione della natura altamente rischiosa delle attività mediche e sanitarie di carattere preventivo, diagnostico, terapeutico e riabilitativo, quando dallo svolgimento di tali attività derivi causalmente un danno al paziente, l"esercente la professione medica o sanitaria che le ha rese è tenuto al risarcimento se il fatto lesivo è conseguenza di colpa grave o dolo.

Costituiscono colpa grave:

a) l"errore determinato da inescusabile negligenza dell"operatore;

b) l"imprudente inosservanza delle regole dell"arte, dei regolamenti e delle leggi dalla quale sia derivato un rischio irragionevole ed inescusabile per la salute psico-fisica del paziente, che ne sia rimasta menomata;

c) l"esecuzione di atti preventivi, diagnostici, terapeutici e riabilitavi caratterizzati da grave imperizia e dai quali sia derivata una lesione al paziente.

L"azione di risarcimento del danno alla salute causato nell"erogazione di prestazioni mediche e sanitarie deve essere esercitata, a pena di decadenza, entro e non oltre due anni dalla data di consapevole presa di coscienza del fatto le cui conseguenze hanno comportato un danno psicofisico al paziente.

Quando le prestazioni sono rese da un esercente la professione medica o sanitaria operante in una struttura pubblica o privata l"azione di risarcimento deve essere esercitata esclusivamente nei confronti della struttura stessa».

Con la norma in commento l'obiettivo, annunciato nelle premesse, di mettere in ginocchio le regole della responsabilità civile ad uso e consumo non solo dei sanitari ma soprattutto delle compagnie di assicurazione è reso palese. Non è più solo la condanna penale, come sempre ci hanno spiegato, ad essere temuta e considerata abnorme, ma è la stessa normale severità del giudizio che va messa al bando e con essa la teoria della colpa civile. Se un bambino implorasse la mamma di richiamarlo solo quando la combina grossa, e non ad ogni occasione nella quale violi regole di civile ispirazione, un educatore accorto non dovrebbe cedere se non come accade a quei genitori, vittime dei propri figli abbandonati nelle sale giochi dei centri commerciali, resi esausti dal loro stesso permissivismo. A loro guisa sembra ormai orientato il nostro legislatore: irresponsabile, sembra voler suggerire irresponsabilità.

Così accade per tutte quelle che definisce, per propria debolezza, emergenze: a quella della carceri sovraffollate risponde con perdono ed indulti, a quella della corruzione con riabilitazioni improvvide, a quella delle lungaggini processuali con la sottrazione del cittadino al giudice naturale, a quella della malasanità con il lassismo risarcitorio,

Ma torniamo a bomba: per giustificare la richiesta di cancellazione, solo per i medici, non anche per gli ingegneri nucleari, della colpa lieve, il novello suggerito art. 2237-bis esordisce ricordando che le attività mediche (tutte, evidentemente) sono di "natura altamente rischiosa". Anche la somministrazione di un blando purgante, quindi, la rimozione di un gesso, la misurazione della temperatura e della pressione sono attività altamente rischiose, quali il trattamento dell'uranio impoverito, dello smaltimento di rifiuti ad alta tossicità.

Viene spontaneo domandarsi se i redattori non alludessero ad altro aggettivo, confondendo "rischiosa" con "difficile, complessa". Sarebbe certamente stato più comprensibile affermare che, trattandosi di attività assai complessa, fosse doveroso utilizzare criteri di giudizio meno severi, perché è più probabile, a fronte di una speciale difficoltà, sbagliare. A ben vedere è quanto già stabilisce l'art. 2236 c.c., che com'è noto chiede, correttamente, a chi conduca il giudizio di responsabilità, di modulare la severità -altrimenti doverosa- del giudizio allorché l'operatore sia sovrastato da una difficoltà che ne metta alla prova le pur dispiegate ottime doti e nonostante attenzione e prudenza.

"Mamma, perdonami, l'esercizio era troppo difficile, ed io ce l'ho messa tutta". A questo bambino, che esprima conoscenze attese, impegno, prudenza, la mamma deve applicare l'art. 2236 c.c., ed il sanitario capace ed onorevole, come ve ne sono tantissimi, sicuramente la stragrande maggioranza, deve poter pretendere altrettanto dal giudice che si trovi ad esaminare la sua condotta. Ed è una legittima pretesa, fondata sulla corretta applicazione dell'art. 2236 c.c. Mi sia perdonata la metafora con l'educazione del discepolo, ma desidero essere compreso anche da chi redige testi legislativi e, soprattutto, dalle persone comuni che abbiano desiderio di comprendere il significato delle regole.

Se viceversa, come fa la proposta in commento, si sovverta il principio per il quale un'attività diventi tanto più a rischio di errore quanto più la sua difficoltà sia elevata, sostituendolo con uno artificioso che parifica ogni attività di un professionista, anche la più banale, a quelle di elevata rischiosità, siamo di fronte ad un tentativo, lucido, di deresponsabilizzazione che deve indurre a serie riflessioni. Finirà che anche l'attività parlamentare di proporre leggi sarà presto arruolata tra quelle ad alta rischiosità, così come la pittura, il doppiaggio, il punto croce.

E ancora: i redattori sono consapevoli del fatto (seppur non vi sia ahimè un giurista tra loro) che il nostro codice civile già prevede una disciplina per la responsabilità da attività pericolosa? E che si tratta di una responsabilità oggettiva ancor meno favorevole ?

Ma guardiamo con ancora maggior attenzione e curiosità all'art. 2237-bis: premesso che l'attività medica è per definizione ad alto rischio (perdonatemi ma per chi? Per i sanitari stessi, per i loro pazienti, a quale concetto di rischio si riferiscono?), se ne deduce la necessità di perdonare ogni condotta colposa che non sia grave. Ben sa chi studia l'argomento che il concetto di colpa grave è frutto di un'elaborazione giurisprudenziale formatasi per lo più sull'art. 2236 c.c., nel senso già enunciato. Ma poiché tale significato è evidentemente ignoto, o rifiutato, se ne propone uno nel proseguo del testo quando si chiarisce che costituisce colpa grave, per esempio, l'errore determinato da inescusabile negligenza.

E' evidente che i senatori ignorano il significato, ai fini che qui interessano, di negligenza: trattasi del difetto di diligenza più meschino perché consiste nella mancata minima attenzione, nel menefreghismo, nella mancata predisposizione delle minime condizioni per l'adempimento diligente della prestazione. Non ha rilievo, quindi, una negligenza inescusabile, perché è già inescusabile il contegno di un professionista, obbligato ad una diligenza speciale (si leggano l'art. 1176, II c., c.c.), che sia degradato dalla mancanza di minimo impegno ed attenzione. La negligenza si può definire grave ad colorandum, ma non perché abbia bisogno di avere rilievo: è inescusabile per definizione e, proprio per tale ragione ("figlio mio, ti avrei perdonato se almeno tu ti fossi impegnato!"), non abbisogna neppure, per essere stigmatizzata, d'incontrarsi con una speciale difficoltà ("Se non stai nemmeno attento, mio caro, non potrai risolvere così i problemi di matematica facile, così come quelli difficili. Non è la difficoltà ad averti indotto in errore, ma la tua incuria e disattenzione").

Medesimo trattamento merita l'imprudenza, poiché anch'essa consiste in un contegno che al professionista (al quale è richiesta una speciale diligenza) è assolutamente impedito e non scusato. ("Sei stato imprudente, figlio mio, a percorrere quella discesa in bicicletta, non è stata la sua difficoltà tecnica a farti cadere ma la tua mancanza di premura, di programmazione"). Anche l'imprudenza, così come accade al discepolo, tanto più al professionista non può essere scusata pur se sia lieve perché contrassegna un modo di atteggiarsi al dovere professionale, questo si, inescusabile. Non dimentichino i redattori che al professionista, a qualsiasi professionista, è richiesta una diligenza speciale, proprio in virtù dell'importanza e dignità della professione ed in vista della quale tanto ci si impegna e studia.

Solo l'imperizia, in presenza però di uno sforzo diligente scevro da negligenza ed imprudenza, va valutata con minor rigore allorché la questione affrontata sia di speciale difficoltà.

La prima ipotesi di colpa grave, quindi, di cui alla lettera a) è fallace, tradisce la teoria della colpa.

Lo scempio in nome della tutela della salute e sicurezza delle cure è compiuto nel comma successivo, allorché viene prevista la decadenza dal diritto di proporre azione di risarcimento del danno trascorsi due anni dalla raggiunta consapevolezza del fatto le cui conseguenze comportino un danno psico fisico.

Non ricordo legislazione transnazionale, ma potrà sbagliare, che in questi ultimi anni abbia immaginato, per il contraente debole, sia esso consumatore, che paziente, un tale affronto cercando di impedire, oserei dire vigliaccamente, il suo diritto al risarcimento del danno. La dove il tempo a disposizione del contraente debole sia stato preso in considerazione sono fioccate nuove regole che ne hanno amplificato la quantità così da accrescere, non pregiudicare, le chance di tutela. Il tempo per rendersi conto, per esempio, del progredire di una forma tumorale -che può rimanere silente per anni- a causa di un difetto di corretta diagnosi, è pari a quello concesso al consumatore per rendersi conto che la stufetta elettrica non funziona bene. E' indecoroso anche solo esitare qualche istante in più sulla mancanza di dignità di una previsione del genere.

L'ultimo comma, infine, presunta la novità dell'azione diretta del paziente nei confronti della struttura pubblica, non potendosi più chiamare in giudizio il sanitario. Ma il successivo art. 7 prevede che il sanitario possa però intervenire in ogni fase e grado del procedimento. Ma non solo: il Giudice deve addirittura ordinare a chi ha proposto l'azione nei confronti della struttura di darne comunicazione al sanitario prima della data fissata per l'udienza! Perché mai prima impedire al danneggiato di convenire in giudizio il sanitario direttamente e poi imporgli di dargliene avviso? Lo si imponga, semmai, all'azienda convenuta. Ma il doppio binario tra diritti e doveri del paziente danneggiato e del sanitario non finisce qui: pur se partecipi al giudizio, potendosi difendere, il sanitario non può sentir invocare la decisione nel giudizio di rivalsa, né in quello disciplinare. Insomma deve mantenere la condizione di privilegiato ad ogni costo, anche a quello di far sprecare allo stato i denari della rivalsa che potrebbe fondarsi sulla sentenza di risarcimento.

E' così squilibrata, incostituzionale, sfacciata tale supposta riforma che lascia sbigottiti



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