Legislazione e Giurisprudenza, Licenziamento -  Crovetto Monica - 2014-10-09

MALATTIA 'A MACCHIA DI LEOPARDO': SI' AL LICENZIAMENTO - Monica CROVETTO

La sentenza della Cassazione del 4 settembre scorso (la n. 18678) non è certo passata inosservata. La Corte infatti ha ritenuto legittimo il licenziamento di un lavoratore, spesso assente da lavoro per motivi di salute. Occorre tuttavia precisare che la sentenza non riguarda specificamente la malattia ed il recesso previsto dall'art. 2110 cod. civ. Tale norma, come evidenziato nella pronuncia, prevede la possibilità per il datore di lavoro di recedere al superamento del cd. periodo di comporto, limite di tollerabilità delle assenze stabilito dalla legge, dalla contrattazione collettiva, dagli usi o, in difetto, dal giudice in via equitativa. La Corte ribadisce il proprio orientamento nel considerare il superamento di tale limite quale condizione sufficiente a legittimare il recesso, non essendo necessaria la prova del giustificato motivo oggettivo né della sopravvenuta impossibilità della prestazione lavorativa, né della correlata impossibilità per il datore di adibire il prestatore a mansioni differenti (v. Cass. n. 1861/2010). Ma nel caso di specie, il lavoratore non aveva affatto superato tale limite. Le sue assenze - sebbene dovute a malattia, pur incolpevole - si erano realizzate con modalità tali da determinare una prestazione lavorativa non sufficientemente e proficuamente utilizzabile per la società, rivelandosi la stessa inadeguata sotto il profilo produttivo e pregiudizievole per l'organizzazione aziendale così da giustificare il provvedimento risolutorio. Come si legge in sentenza, infatti, è risultato che il lavoratore si assentasse per pochi giorni di seguito, anche più volte all'interno dello stesso mese, spesso "agganciando" tali malattie ad altri giorni di riposo e comunicandole all'ultimo momento, con inevitabili conseguenze sull'organizzazione dei turni di lavoro. La Corte dunque, ha ritenuto legittimo il licenziamento del lavoratore in ragione del suo scarso rendimento, dal quale è derivata violazione della diligente collaborazione dovuta dal dipendente. Violazione che si realizza laddove vi sia un'enorme sproporzione tra gli obiettivi fissati dai programmi di produzione per il lavoratore e quanto effettivamente realizzato nel periodo di riferimento, avuto riguardo al confronti dei risultanti dati globali riferito ad una media di attività tra i vari dipendenti ed indipendentemente dal conseguimento di una soglia minima di produzione (Cass. n. 3876/2006). E' indubbio che il collegamento operato dalla Corte (malattia = scarso rendimento) possa aver creato qualche turbamento, in ragione della tutela accordata dalla Costituzione al bene "salute", quale fondamentale diritto dell'individuo ed interesse della collettività (art. 32). Nondimeno, chi scrive preferisce intravedervi un messaggio di speranza: il tatticismo - quale che ne sia il motivo - NON paga. E la malattia non può essere oggetto di strategia, essa è talvolta disperazione e sofferenza, ma anche speranza e guarigione.



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