Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Bernicchi Francesco Maria - 2014-05-15

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA: IL CONTESTO SOCIO-CULTURALE NON GIUSTIFICA - Cass. Pen. 19674/14 - F.M. BERNICCHI

Si prende in esame una recentissima sentenza della Corte di Cassazione (sez. VI Penale, sentenza 19 marzo – 13 maggio 2014, n. 19674) relativa al reato dei "maltrattamenti in famiglia" e i suoi elementi essenziali, la sussistenza dei quali porta alla punibilità del reo. In particolare, il provvedimento in esame, affronta la questione della rilevanza del contesto socio - culturale che, come era facile immaginare e come dai più auspicato, non può giustificare alcuna violenza.

Il fatto, in breve: la Corte d'appello di Trento - sezione distaccata di Bolzano - nel 2012 confermava la sentenza emessa il 26 aprile 2011 dal G.u.p. presso il Tribunale di Bolzano, che all'esito di giudizio abbreviato riteneva A.D. colpevole del delitto di cui all'art. 572 c.p., commesso in danno della moglie A.R. dall'8 novembre 2008 al 5 marzo 2009, condannandolo alla pena di anno uno di reclusione.
Il difensore dell'imputato proponeva ricorso in Cassazione deducendo il vizio di erronea applicazione della legge penale per avere la Corte d'appello trascurato di considerare il fatto che l'intera vicenda processuale mostrava i connotati di un sostrato culturale chiaramente estraneo a quello europeo.

La teste addotta dalla difesa, infatti, pur erroneamente ritenuta inattendibile dalla Corte d'appello, aveva riferito che non si trattava certo di maltrattamenti, ma di evidenti incompatibilità caratteriali tra i due coniugi, praticamente estranei e "costretti", per la condizione di clandestinità di A.R., a dividere un minuscolo appartamento con i suoceri, con il rischio di essere scoperta dalle forze di Polizia, e quindi espulsa dal territorio nazionale.

Il comportamento dell'imputato, pertanto, non era caratterizzato dall'intento di rendere disagevole e penosa l'esistenza della moglie, ma era invece la conseguenza di uno stato d'animo cagionato dalla condizione di clandestinità, la quale è sufficiente ad escludere la volontà di sopraffare e disprezzare la moglie. In definitiva, se percosse si sono verificate ai danni della persona offesa, queste devono essere valutate per ciò che rappresentano e quindi alla luce dell'articolo 581 c.p. che le punisce.

In sostanza, il ricorso si basava su dati fattuali: il maltrattamento della donna non era dovuto alla volontà del uomo - marito, ma alle condizioni di vita in cui gli stessi si trovavano a condividere.

Tuttavia, per i giudici di Piazza Cavour, il ricorso è inammissibile.

Infatti,da parte dei legali dell'imputato c'è stata una mera riproduzione di un quadro di argomentazioni già esposte in sede di appello - e finanche dinanzi al Giudice di prime cure - che tuttavia risultano ampiamente vagliate e correttamente disattese dalla Corte distrettuale.

"Il ricorso, dunque, non è volto a rilevare mancanze argomentative ed illogicità ictu oculi percepibili, bensì ad ottenere un non consentito sindacato su scelte valutative compiutamente giustificate dal Giudice di appello, che ha adeguatamente ricostruito il compendio storico-fattuale posto a fondamento del tema d'accusa."

I giudici della Corte Suprema aggiungono che la Corte di merito ha esaminato la contrastante versione dei fatti narrata dall'imputato ed ha puntualmente disatteso la diversa ricostruzione prospettata nelle deduzioni e nei rilievi sollevati dalla difesa, ponendo in evidenza, segnatamente: a) che per circa sei mesi la persona offesa è stata costretta a vivere in stato dì sottomissione, subendo violenze fisiche e psicologiche da parte del coniuge; b) che la stessa, in particolare, è stata oggetto di percosse e minacce psicologiche affinchè esercitasse le funzioni di "domestica", costretta a svolgere le relative mansioni e a servire tutti i componenti la famiglia, con il rischio di essere malmenata qualora avesse osato opporsi; c) che le è stato impedito, sin dal momento del suo arrivo in città, di vedere ed intrattenersi con altre persone, ivi compresa la sorella, rimanendo chiusa all'interno dell'abitazione dell'imputato, che spesso versava in stato di ubriachezza, sfogando abitualmente nei suoi confronti la propria aggressività; d) che, allorquando tentò di allontanarsi da casa, non riuscendo più a sopportare la condizione disumana in cui veniva costretta dal marito, venne selvaggiamente percossa e rinchiusa a chiave in una stanza.
Le circostanze di fatto sin qui esposte non provengono solo dalla vittima, ma hanno trovato, poi, ulteriore conferma nella relazione di un'associazione assistenziale, da cui è emerso che l'A.R. non poteva decidere cosa, quanto e quanto mangiare, né quando poter riposare, dovendo prima svolgere tutti i lavori che le venivano imposti dal coniuge e dai familiari, che decidevano anche l'orario della sveglia, denigrando tutto ciò che faceva.

Irrilevanti sono i richiami ad un contesto diverso da quello europeo o alla condizione di clandestinità della vittima.

Invero, questa Suprema Corte ha ormai da tempo affermato il principio secondo cui "il reato di maltrattamenti in famiglia è integrato dalla condotta dell'agente che sottopone la moglie ad atti di vessazione reiterata e tali da cagionarle sofferenza, prevaricazione ed umiliazioni, in quanto costituenti fonti di uno stato di disagio continuo ed incompatibile con normali condizioni di esistenza (Sez. 6, n. 55 del 08/11/2002, dep. 08/01/2003, Rv. 223192).

Rilevano, entro tale prospettiva, come si è poc'anzi evidenziato, non soltanto le percosse, lesioni, ingiurie, minacce, privazioni ed umiliazioni imposte alla vittima, ma anche gli atti di disprezzo e di offesa arrecati alla sua dignità, che si risolvano nell'inflizione di vere e proprie sofferenze morali (Sez. 6, n. 44700 dei 08/10/2013, dep. 06/11/2013, Rv. 256962)."

Non sono cause di esclusione di colpevolezza o, peggio, cause di giustificazione "le eventuali pretese o rivendicazioni legate all'esercizio di particolari forme di potestà in ordine alla gestione del proprio nucleo familiare, ovvero specifiche usanze, abitudini e connotazioni di dinamiche interne a gruppi familiari che costituiscano il portato di concezioni in assoluto contrasto con i principi e le norme che stanno alla base dell'ordinamento giuridico italiano e della concreta regolamentazione dei rapporti interpersonali, tenuto conto dei fatto che la garanzia dei diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia, nelle formazioni sociali, cui è certamente da ascrivere la famiglia (artt. 2, 29 e 31 Cost.), nonché il principio di eguaglianza e di pari dignità sociale (art. 3, commi 1 e 2, Cost.), costituiscono uno sbarramento invalicabile contro l'introduzione di diritto o di fatto nella società civile di consuetudini, prassi o costumi con esso assolutamente incompatibili (arg. ex Sez. 6, n. 3398 del 20/10/1999, dep. 24/11/1999, Rv. 215158; Sez. 6, n. 46300 del 26/11/2008, dep. 16/12/2008, Rv. 242229)."

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1.000,00 in favore della Cassa delle ammende.



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