Legislazione e Giurisprudenza, Persona, famiglia -  Gasparre Annalisa - 2015-08-28

MALTRATTAMENTO IN FAMIGLIA: INTOLLERABILI E ABITUALI VESSAZIONI IN DANNO DELLA VITTIMA - Cass. pen. 26344/15 - A.G.

- vessazioni continue

- gelosia ossessiva del marito

- condanna per maltrattamento in famiglia

Per i giudici del merito le intollerabili vessazioni del marito nei confronti della moglie risalivano ad almeno 24 mesi precedenti la separazione coniugale e si erano protratte con abitualità e crescente aggressività. Logica conseguenza era aver determinato un regime di vita quotidiano scandito da vessazioni e umiliazioni.

La causa? Alla base delle condotte del marito vi era la sua ingiustificata e patologica gelosia.

Dal punto di vista probatorio deponevano per l'acclarata responsabilità dell'imputato le dichiarazioni della moglie e le testimonianze di famigliari e conoscenti della coppia, nonchè del medico curante, del maresciallo dei Carabinieri e di uno psicoterapeuta.

Il compendio istruttorio ha permesso di qualificare i comportamenti sopraffattori come abituali e quindi di ritenere integrato il reato di maltrattamenti in famiglia.

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 8 gennaio – 23 giugno 2015, n. 26344 - Presidente Agrò – Relatore Paoloni

Fatto e diritto

1. L'imputato D.D. impugna per cassazione la decisione della Corte di Appello di Trieste che, in parziale riforma della sentenza del 25.9.2012 del Tribunale di Gorizia, lo ha assolto per insussistenza del fatto dal reato di omessa somministrazione dei mezzi di sussistenza per la figlia minorenne, confermandone la condanna per il reato di maltrattamenti in danno della moglie A.F., costituitasi parte civile, per l'effetto riducendo la pena inflittagli -con le già concesse attenuanti generiche- ad otto mesi di reclusione.

I giudici di appello hanno ritenuto provata al di là di ogni ragionevole dubbio la responsabilità dei D. per il reato maltrattamenti, evidenziando come la condotta lesiva del prevenuto, non circoscritta ai mesi appena precedenti la separazione coniugale (maggio 2007), ma risalente almeno al 2005 (come emerso dalle fonti testimoniali), si sia protratta con abitualità e crescente aggressività senza interruzioni, determinando per la F. un intollerabile quotidiano regime di vita scandito da vessazioni e umiliazioni, spesso originate dall'ingiustificata e "patologica gelosia" del D.. In particolare la sentenza di appello, sottoponendo a rinnovata verifica le dichiarazioni accusatorie della persona offesa, ha rimarcato come le stesse siano assistite da piena attendibilità alla luce dei convergenti riscontri che le stesse rinvengono nelle testimonianze dei familiari e conoscenti della coppia, del medico curante di famiglia, -del maresciallo dei carabinieri intervenuto presso l'abitazione coniugale per riportare alla calma il D. (episodio del 27.4.2007), della psicoterapeuta del centro di accoglienza S.O.S. R. edotta della preoccupante situazione coniugale della F. già nell'anno 2006.

2. Con il ricorso del difensore dell'imputato si deducono due motivi di censura attinenti alla erronea applicazione, rispettivamente, dell'art. 192 c.p.p. e dell'art. 572 c.p.

Da un lato la Corte giuliana non ha approfondito ìl vaglio di credibilità delle accuse promanati dalla F., valorizzando testimonianze indirette (medico curante, assistente del centro di accoglienza), attribuendo incongrue valenze asseveranti l'assunto della donna alle dichiarazioni dei figlio più grande della coppia, misconoscendo le discrasie che in molti casi caratterizzano il racconto della persona offesa.

Da un altro lato i giudici dei gravame hanno apoditticamente attribuito ai motivi di appello un tentativo di "parcellizzazione" degli episodi integranti il contestato reato di maltrattamenti, ribadendo il connotato di abitualità dei contegni del D., che invece si inscrivono in un clima di reciproca animosità dei coniugi e che, nella loro frazionabilità temporale, escludono la sussistenza del requisito di abitualità della condotta lesiva.

3. L'impugnazione proposta nell'interesse di D.D. va rigettata per l'infondatezza dei prefigurati motivi di censura.

Per più versi, innanzitutto, l'atto impugnatorio ripropone motivi di doglianza già formulati con l'appello contro la sentenza di primo grado, prospettando in modo atomistico una lettura critica di taluni passaggi della decisione di secondo grado, estrapolandoli dall'unitario e organico percorso decisorio della sentenza impugnata, che invece con commendevole acribia ha passato in rassegna tutte le ragioni di censura enunciate con l'appello, giudicandole inconferenti e non idonee a scalfire il compendio degli elementi di prova dimostrativi della responsabilità del ricorrente.

In ogni caso, in secondo luogo, i rilievi censori espressi con il ricorso non hanno pregio perché il ragionamento decisorio della Corte di Appello si mostra immune da discrasie logiche e giuridicamente corretto. Ciò con particolare riguardo alla constatata sussistenza, proprio in base al complesso dei dati informativi offerti dall'istruttoria dibattimentale di primo grado, della abitualità degli immotivati comportamenti sopraffattori stabilmente adottati dal D. in pregiudizio della consorte. Diversamente da quanto si sostiene nel ricorso la sentenza impugnata non ha affatto trascurato o eluso le dichiarazioni dei testimoni addotti dalla difesa, esaminandole specificamente e rimarcando, però, come le stesse o non sminuiscano la narrazione dei rapporti coniugali resa dalla persona offesa o finiscano anzi per avvalorarne la credibilità (è il caso dei figlio più grande dell'imputato che -come sottolinea la sentenza di appello- ha riferito dei clima di tensione familiare e degli atteggiamenti di gelosia del padre).

Avuto riguardo ai periodi di sospensione del termine di cui all'art. 157 c.p., il reato ascritto al ricorrente è, alla data odierna, ben lungi dall'essere attinto da causa estintiva per prescrizione (destinata a spirare non prima del 2.7.2015).

Al rigetto dei ricorso segue per legge la condanna dei ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.



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