Legislazione e Giurisprudenza, Persona, famiglia -  Gasparre Annalisa - 2015-03-09

MALTRATTAMENTO IN FAMIGLIA: VITTIME LA MOGLIE E IL FIGLIO - GIP Firenze, 23.9.14 - Annalisa GASPARRE

- maltrattamento in famiglia

- minacce e aggressioni alla presenza del figlio minore

- le gravi circostanze

L'imputato, cittadino egiziano coniugato con una donna italiana e padre di un bambino nato dall'unione, era accusato di maltrattamento in famiglia.

Il rapporto coniugale si era presto deteriorato in quanto l'uomo aveva un comportamento violento nei confronti della moglie che picchiava anche davanti al piccolo figlio. In un'occasione, addirittura, il figlio era stato trovato in lacrime a urlare ai poliziotti di arrestare il padre perchè aveva dato botte nella "pancia alla mia mamma".

Numerosi e agghiaccianti gli episodi di maltrattamento fisico e psicologico rassegnati in sentenza. Tra questi, vi erano state minacce gravi, del tipo "meriti di essere scuoiata come si fa con i gatti in Egitto", oppure "le italiane sono tutte uguali: fate schifo", "meriti di morire" oppure minacce di sgozzare la moglie.

Insomma, per il Giudice per le indagini preliminari, davanti al quale si è celebrato il processo, sussistono tutti gli elementi per condannare l'uomo per il reato di maltrattamenti in famiglia che si è consumato, in concreto, attraverso condotte di minacce gravi, percosse, lesioni, ingiurie, sputi, appostamenti, pedinamenti, telefonate moleste, atti di violenza sessuale, minacce e aggressioni non solo nei confronti della ex moglie ma altresì nei confronti del padre e del fratello della donna.

Il giudice precisa che bene tutelato è l'integrità psico-fisica di coloro che si trovino in grado di subire, per età, rapporti di tipo familiare o affidamento, condotte di prevaricazione fisica o morale proprio nei contesti in cui, al contrario, dovrebbero ricevere maggiore protezione.

In quanto reato c.d. abituale, il delitto si configura quando vi è sistematicità (o, comunque, ripetizione) di condotte violente e di sopraffazione, anche laddove eventualmente siano intervallate da condotte diverse e addirittura gratificanti e quindi anche laddove non costituiscano l'unico registro comunicativo tra agente e familiare.

Irrilevante è la permanenza di un vincolo legale di coniugio, in quanto il reato è configurabile anche tra coniugi separati e non conviventi e altresì nei casi di un'unione tra persone tra le quali siano sorti legami di reciproca assistenza, protezione e solidarietà senza la necessità di una famiglia in senso legale o di convivenza o coabitazione.

Quanto all'elemento psicologico non si richiede un programma delittuoso ma la consapevolezza di persistere in un'attività vessatoria.

Sotto l'ombrello del maltrattamento in famiglia, se commesso nello stesso contesto, rientrano anche i singoli reati di percosse, minacce, ingiurie, violenza privata, nei casi in cui rientrino nella materialità del delitto assorbente.

Il giudice ha ritenuto di valutare negativamente talune circostanze che, in sede di trattamento sanzionatorio, lo hanno portato a scostarsi dal minimo edittale (tre anni in luogo del minimo di due anni): i comportamenti sono stati gravi e vari, le condotte non sono cessate neppure a seguito dei ripetuti interventi delle forze dell'ordine, le condotte si sono estese a terze persone e sono avvenuti alla presenza del figlio minore.

Uff. indagini preliminari Firenze, Sent., 04-10-2014

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI FIRENZE

Ufficio del Giudice per le indagini preliminari

Il giudice dell'udienza preliminare Angelo Antonio Pezzuti, nell'udienza del 23 settembre 2014, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

(a norma degli artt. 442 e 553 c.p.p.)

nel procedimento penale, come sopra numerato, nei confronti di B M S E​ ​E

nato a P.S. (in E.) il (...), residente a Firenze in via Morosi n. 13, elettivamente domiciliato presso lo studio legale del proprio difensore di fiducia, avvocato S C del Foro diFirenze con studio a Firenze in via​...​, contumace

imputato

a) del reato di cui all'art. 572 c.p. perché, marito di V A e padre di B.M.E. (nato il (...) a F. (F.) dall'unione con la stessa V.), li maltrattava, esternando aggressività anche per motivi futili, percuotendoli, umiliandoli ed ingiuriandoli gravemente e, più in generale, tenendo una condotta sopraffattrice e caratterizzata da frequenti episodi di violenza generatrice di un clima insano di timore e tensione nel contesto familiare e perché in data 3 ottobre 2013 minacciava la V. impugnando una lattina di coca cola dicendo che l'avrebbe colpita in faccia e l'avrebbe ammazzata; e perché in varie occasioni minacciava la stessa anche davanti al figlio di ucciderla e di portare via il bambino in Egitto.

Commesso in Firenze (FI) da data anteriore e prossima al 12.11.2011 sino al 14 febbraio 2014

b) del reato di cui agli artt. 81 co. 2 e 612 co. 2 c.p. perché, in continuazione con il reato di cui al capo che precede, minacciava gravemente la moglie V.A. di un male ingiusto (in particolare di picchiarla fino a cagionarne la morte);

Commesso in Firenze (FI) il 02.07.2013;

c) del reato di cui agli artt. 81 co. 2 e 570 co. 2 n. 2 c.p. perché, in continuazione con il reato di cui al capo A., faceva mancare i mezzi di sussistenza al figlio B.M.E. (versante in stato di bisogno in ragione della minore età); in particolare ometteva di versare mensilmente alla moglie V.A. la somma di Euro 150,00 a titolo di mantenimento del menzionato figlio minore, così come stabilito dai provvedimenti provvisori emessi dal Presidente del Tribunale di ​Firenze in data 22.06.2012 nel corso della prima udienza di comparizione del procedimento di separazione giudiziale con addebito di responsabilità (R. G. n. 3490/2012) tuttora in corso fra il B. e la stessa V.;

Commesso in Firenze (FI) a partire da Novembre 2012 con permanenza;

identificata la persona offesa in A.V., nata a N. il (...), residente in F. in via P. n. 136, interno n. 1, difesa dall'avvocato V D M ​ ​del Foro di Firenze con studio a Firenze in via ​....​, già costituita parte civile all'udienza del 25 febbraio 2014

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

- 1 -

Preliminarmente va ricordato che caratteristica del giudizio abbreviato e ragione del "premio" assicurato dal legislatore all'imputato che ricorra a tale rito alternativo è costituita dalla sostanziale accettazione del processo allo stato degli atti, cosi come lo stesso si trovi. In particolare, chiedendo di essere giudicato in tale forma, l'imputato accetta di assegnare agli atti di indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria, il medesimo valore probatorio dei corrispondenti atti del dibattimento.

Tale conclusione proviene, oltre che dalla ratio della norma, anche dal suo stesso tenore letterale. La facoltà prevista dal quinto comma dell'art. 438 del c.p.p. va infatti esercitata "ferma restando la utilizzabilità ai fini della prova degli atti indicati nell'articolo 442, comma 1-bis" ovvero degli "atti contenuti nel fascicolo", con la conseguenza che non può mettersi in discussione il valore probatorio degli atti raccolti dal pubblico ministero. La stessa norma precisa che la necessità dell'integrazione probatoria va valutata "tenuto conto degli atti già acquisiti ed utilizzabili", così ribadendo l'impossibilità di negare o rovesciare il valore probatorio dei medesimi.

Il giudizio abbreviato costituisce, pertanto, un procedimento "a prova contratta", in cui le parti hanno accettato che il giudizio si formi sulla base degli atti di indagine già acquisiti a cui, anche se non in contraddittorio, cui viene attribuita la stessa efficacia probatoria propria degli elementi raccolti nel corso del dibattimento.

Ciò posto una volta ammesso il giudizio abbreviato, occorre ritenere sussistente il divieto di ulteriori acquisizioni probatorie. Tale principio è desumibile dal terzo comma dell'art. 421 c.p.p., laddove dispone che il pubblico ministero e i difensori formulano e illustrano le rispettive conclusioni utilizzando gli atti contenuti nel fascicolo trasmesso a norma dell'art. 416, comma 2 c.p.p., e gli atti e i documenti ammessi dal giudice prima dell'inizio della discussione.

Tale divieto, tuttavia, riguarda solo le prove concernenti la ricostruzione storica del fatto e l'attribuibilità del reato all'imputato, ma non i documenti riguardanti l'accertamento di presupposti e condizioni di applicabilità di attenuanti e benefici. Pertanto, nel giudizio abbreviato è consentita l'acquisizione di prova documentale dell'intervenuto risarcimento del danno, sia al fine di ottenere l'applicazione dell'attenuante di cui all'art. 62 n. 6 c.p., sia al fine di resistere alle pretese risarcitone della parte civile.

- 2 -

Con atto di denuncia - querela presentata il 15 luglio 2013, A.V. ha esposto:

- che aveva contratto matrimonio nel 2008 con B.M.S., cittadino egiziano;

- che, dalla loro unione, era nato, il 13 novembre 2008, il figlio B.M.E.;

- che il rapporto si era ben presto deteriorato a causa del comportamento del marito;

- che egli aveva sempre tenuto un comportamento violento, picchiandola spesso, minacciandola ed ingiuriandola quasi sempre davanti al bambino;

- che, in particolare, il 12 novembre 2011, alle 23:15, i vicini di casa, spaventati dalle urla e dai rumori delle botte che percepivano dalle loro abitazioni, avevano chiamato la Polizia;

- che, in tale occasione, il figlio "tremante e piangente nel mezzo della stanza urlando disse ai poliziotti "arrestatelo, ha dato tre botte nella pancia alla mia mamma";

- che, anche qualche giorno prima, il 2 luglio 2013, si era rivolta ai Carabinieri perché il marito aveva minacciato di ammazzarla di botte ed aveva tentato a più riprese di baciarla con la forza e di picchiarla;

- che, il 4 luglio 2014, B.M.S.E.S. aveva riferito a suo padre che stava mettendo dei soldi da parte per portar via il bambino con sé in Egitto;

- che, adducendo come giustificazione il fatto che non ne aveva la possibilità, B.M.S.E.S. non le aveva versato, dal novembre 2012, quanto stabilito dal Presidente del Tribunale a titolo di mantenimento del figlio minorenne.

Il 24 ottobre 2013, A.V. ha integrato la propria denuncia esponendo:

- che il 3 ottobre 2013 il marito le aveva sputato addosso, aveva impugnato una lattina piena ed aveva minacciato di lanciargliela in faccia e di ammazzarla;

- che, ai fatti, avevano assistito, oltre al figlio, anche suo fratello M.V.;

- che il figlio le aveva raccontato che B.M.S. diceva spesso anche a lui che la madre meritava di essere ammazzata e che presto lo avrebbe portato con sé in Egitto;

- che B.M.S.E.S., appena il giorno prima, sempre alla presenza del figlio, aveva avvertito anche suo padre che gli avrebbe "levato dal mondo la figlia".

A.V., il 14 febbraio 2014, ha presentato una nuova guerela nei confronti di B.M.S.E.S.. Con la stessa la denunciante ha esposto:

- che, nel tempo, si erano ripetuti episodi di veri e propri atti persecutori da parte del marito, il quale aveva minacciato di dare fuoco al suo negozio di estetica sito a F, di ammazzarla, di portare via il figlio, di seguirla nei vari spostamenti in città, di presentarsi alla sua abitazione in orari insoliti e pretendendo di vedere il figlio;

- che, in varie occasioni, il marito si era presentato davanti alla scuola pretendendo di vedere suo figlio, benché ciò esulasse dalle disposizioni emanate dal Giudice;

- che, in particolare, il 12 febbraio 2014 il marito si era presentato davanti alla scuola in orario di uscita ed incurante della presenza di sua padre, "con una mossa fulminea" aveva afferrato il figlio ed aveva iniziato a correre conscio del fatto che suo padre essendo anziano non riusciva a raggiungerlo;

- che anche nel pomeriggio precedente suo marito si era nuovamente presentato davanti alla scuola suddetta con l'intenzione di prendere il figlio, il quale però si è opposto attivamente iniziando ad urlare dicendo di non voler andare con lui, al che suo padre non sapendo cos'altro far ha chiesto aiuto ad un uomo che si trovava nelle vicinanze, il quale, peraltro gli ha detto di svolgere la professione di poliziotto e, per cui con il suo telefono cellulare aveva chiamato il "113" della Questura di Firenze per far intervenire una pattuglia della Polizia che era prontamente intervenuta.

A.V., escussa a sommarie informazioni il 20 aprile 2014, ha dichiarato:

- che gli atti persecutori era iniziati a novembre 2011;

- che, in tale occasione B M​ ​S E E​ ​l'aveva picchiata mentre erano in casa a Firenze in via ​...​;

- che, tre giorni dopo essere stata picchiata, si era recata presso l'ospedale di G dove le era stata rilasciata certificazione medica;

- che, a seguito di tale episodio, aveva deciso di interrompere la convivenza ed era andata ad abitare a casa dei suoi genitori, e successivamente, dal 5 gennaio 2012, a F. in via .

- che, malgrado il mutamento dell'abitazione, B M S E E giornalmente continuava a perseguitarla;

- che, in particolare, egli di persona si presenta dove abitava e nei luoghi dai lei frequentati come supermercato, giardini vicino casa, lavanderia, scuola del bambino, e la minacciava con frasi tipo "ti sgozzo, ti ammazzo", oppure le saltava addosso palpeggiandola nelle parti intime contro la sua volontà

- che l'aveva contattata a mezzo del telefono sul numero del mio negozio denominato "M​....." ubicato a F in via ​....​ e l'aveva molestata con squilli e con minacce del tipo "sono qui davanti...".

La persona offesa, escussa nuovamente a sommarie informazioni il 5 maggio 2014, ha specificato il progredire degli atteggiamenti violenti da parte dell'indagato nel corso degli anni, descrivendo tre episodi di aggressione fisica grave, ed una quotidianità di strattonamenti, minacce ed ingiurie. La persona offesa ha inoltre narrato degli episodi più recenti tra i quali anche quelli già descritti con la querela sporta il 14 febbraio 2014.

Ella ha dichiarato: Il primo episodio di maltrattamento fisico subito per mano di B.M. è avvenuto quando nostro figlio aveva all'incirca quattro mesi, quindi nel mese di marzo 2009. Ricordo che eravamo in casa in via A​...​ a Firenze, e stavo dicendo all'uomo di sbrigarsi perché avevamo un appuntamento: lui si è girato e mi ha colpita con uno schiaffo sulla guancia così forte da farmi sbattere contro un tavolo. In quel momento ho incontrato gli occhi di mio figlio, che era in braccio al padre e ho visto nel suo sguardo l'essersi reso conto dell'impatto del colpo che S mi aveva appena dato. Mi sono messa a piangere e ho detto a mio marito che episodi del genere non dovevano più ripetersi. Invéce, pur se S ha sempre cercato di mantenere un certo controllo dal punto di vista dell'aggrésività fisico, spesso capitava di ricevere minacce del tipo "Meriti di essere scuoiata come si fa con i gatti in Egitto". Il secondo episodio grave, avvenuto sempre a casa, dovrebbe essere occorso nel mese di febbraio/marzo 2010: avevo appena tolto le scarpe a mio figlio, e mio marito mi ha dato un colpo forte sul volto, facendomi cadere sul letto e ha poi cercato di picchiarmi, ma io mi sono difesa con calci e graffi sul viso. Solo successivamente mi ha detto che mi voleva picchiare perché avevo lasciato la finestra aperta, e prima di togliere le scarpe al bambino, avrei dovuto chiuderla. Nei mesi successivi ho subito strattonamenti da parte di ​S​ ogni volta che litigavamo. Il terzo episodio è occorso l'I 1.11.2011 : mio figlio voleva andare in bagno dal padre, ma nell'aprire la porta ha usato troppa forza e quindi è caduto in terra, lo sono accorsa per rialzarlo, e contemporaneamente mio marito mi ha tirato un pacchetto di salviettine umide sul volto ed io ho reagito dandogli un calcio sulla gamba. lo mi sono allontanata, ma ad un certo punto mi sono sentita prendere da dietro e S mi ha colpita con pugni sul costato sinistro. Sono riuscita a scivolare in terra per divincolarmi, e ad uscire di casa andando a chiedere aiuto ai vicini, famiglia M., il cui figlio, di cui non ricordo il home, si è occupato di chiamare la Polizia. Poco dopo sono arrivate due pattuglie, di cui una chiamata da mia madre, che avevo avvertito una volta rientrata in casa. Prima delle Forze dell'Ordine sono arrivati anche mio padre, A., e mio fratello, M., e quest'ultimo ha cercato di parlare con mio marito per capire la motivazione di questa reazione. Voglio precisare che i miei familiari non erano a conoscenza dei pregressi, perché avevo loro taciuto tutto per evitare che si preoccupassero. Quando è arrivata la Polizia, mi è stato chiesto se volevo sporgere querela, ma io non me la sono sentita, e solo dopo tre giorni mi sono recata in Ospedale, al C.T.O.

Preciso che tutti gli episodi di maltrattamento fisico appena descritti, sono avvenuti nell'appartamento al piano terra di via​...​, nel Comune di Firenze.

Nei mesi che sono intercorsi tra un episodio di maltrattamento grave e l'altro, S mi aggrediva con una frequenza di due/tre volte la settimana, con strattonamenti, minacce ed ingiurie, con frasi del tipo "Puttana", "Figlia di troia", "Le italiane sono tutte uguali: fate schifo", "Meriti di morire".

Per quanto concerne l'episodio del 02.07.2013, non ricordo quel giorno cosa fosse successo con mio marito, ma probabilmente mi sono arrabbiata perché ​S​ non mi aveva riportato nostro figlio in orario. In quell'occasione ho chiamato il 112 e ho parlato con un operatore, con il quale abbiamo concordato che non era necessario l'intervento della pattuglia perché mio marito si era allontanato e non mi aveva aggredita fisicamente.

Per quanto riguarda l'episodio del 03.10.2013, che ho descritto nell'integrazione di querela presentata il 24.10.2013, erano presenti sia mio fratello M. che mio padre, i quali hanno assistito a tutta la scena, compreso lo sputo in faccia ricevuto da mio marito.

Con riferimento agli accadimenti successivi all'ultima denuncia A.V. ha aggiunto:

- che il 2 aprile 2014 era stata minacciata dal marito nel parcheggio dell'"Eurospin" in via​.... con frasi del tipo "lo ammazzare tu",

- che la sera dello stesso giorno una sua amica, C.M., l'aveva chiamata affermando che, insieme al marito, aveva visto S ​ ​nei pressi della sua abitazione;

- che aveva chiamato la Polizia affermando che aveva paura di rientrare in casa perché lui spesso l'aveva minacciata dicendole che l'avrebbe "sgozzata".

-3 -

Ciò posto occorre rilevare che la deposizione della persona offesa dal reato, sebbene non sia equiparabile a quella del testimone estraneo, può, tuttavia, essere comunque assunta da sola come fonte di prova. Esse vanno, tuttavia, vagliate con opportuna cautela, compiendone un esame penetrante e rigoroso e vanno sottoposte ad un riscontro di credibilità oggettiva e soggettiva, senza peraltro che ciò implichi la necessità di riscontri esterni (tra le tante sentenze sul punto si confronti Cass., 22 gennaio 2008, n. 8382 e 27 aprile 2006, n. 34110).

Nel caso in esame, ritiene il giudice che il racconto di A.V. sia credibile. Ella ha narrato, in diverse occasioni, in modo particolareggiato e coerente tutti gli accadimenti specificando con chiarezza, oltre il tempo e il luogo del fatto, anche la dinamica dei fatti nella loro progressione. Nulla induce a ritenere che A.V. abbia inventato i fatti criminosi che ha attribuito al coniuge.

In ogni caso alcuni dei fatti narrati hanno trovato pieno riscontro.

In particolare M.V., fratello della persona offesa, escusso a sommarie informazioni il 5 maggio 2014, ha confermato:

- che in alcune occasioni B.M.S. ha strattonato "Il figlio prendendolo per i capelli";

- che la sorella aveva ricevuto uno schiaffo dal marito;

- che, in un'occasione, A. l'aveva chiamato raccontandogli che B.M.S. l'aveva "stroncata di botte";

- che il nipote, innanzi alla polizia, aveva affermato che il padre aveva dato dei pugni sulla pancia alla madre (miniando anche il gesto);

- che la sorella gli aveva raccontato che il marito era solito minacciarla e ingiuriarla con affermazioni del tipo "Puttana", "Ti ammazzo";

- che B.M.S.E.S. il * aveva sputato in faccia alla sorella alla presenza del bambino;

- che il nipote gli aveva riferito che il padre aveva gli aveva detto frasi del tipo "Nonno è uno stronzo", "Zio è uno stronzo", "Ti porto in Egitto", "Ammazzo tua madre";

- che B.M.S.E.S. l'aveva direttamente minacciato con la frase "Ma cosa vuoi, che se io ti tiro uno schiaffo ti metti a piangere e voli chissà dove", "Fai attenzione (ripetendolo più volte)", "A te prima o poi ti faccio qualcosa", "So io cosa sei, sei solo un frocio".

M.V. ha anche dichiarato che aveva capito che B.M.S.E.S. usava il bambino per carpire informazioni, come ad esempio l'indirizzo della nuova abitazione della moglie.

R.A.V., padre di A.V., escusso a sommarie informazioni il 5 maggio 2014, ha dichiarato:

- che, con riferimento a quanto accaduto nel mese di novembre di tre anni prima, ricordava di aver ricevuto una telefonata da sua figlia che le diceva che il marito l'aveva "massacrata di botte";

- che, in alcune occasioni, gl'era è capitato di avere a che fare con la prepotenza di S in merito alla gestione del nipote;

- che, addirittura una sera, alle 19:45, quando il figlio doveva cenare, B.M.S.E.S. l'aveva spintonato pur di portare il bambino a giocare al parco;

- che aveva sempre cercato di fargli capire che ha un comportamento sbagliato, ma che lui gli aveva sempre riposto con frasi del tipo "Non mi interessa del Giudice, della Polizia, ecc. ecc.", "Ti tolgo dal mondo";

- che, in più occasioni, l'aveva sentito affermare che avrebbe portato il figlio in Egitto, nonché minacciare "Prima o poi a tua figlia la ammazzo", facendo il gesto del taglio​ ​della gola;

- che gli era stato riferito che l'uomo aveva sputato a sua figlia, alla presenza del bambino e dell'altro mio figlio M. che era accorso in strada;

- che A. gli aveva raccontato che in alcune occasioni ultimamente aveva trovato il marito sotto la propria abitazione in via​....​ a Firenze, ed aveva il timore che possa farle del male.

C.M., escussa a sommarie informazioni il 6 maggio 2014 ha esposto:

- che era amica e vicina di casa di A.V.;

- che A.V. le aveva raccontato che il marito, durante la convivenza passata, la strattonava spesso durante i loro litigi, e le descriveva l'espressione di disprezzo che l'uomo le rivolgeva ogni volta che la offendeva;

- che l'amica le aveva narrato la quotidianità di offese e spintoni;

- che la mattina del 2 febbraio 2014 A.V. le aveva invitato il seguente messaggio: "Cara ho bisogno del tuo aiuto. S è sempre sotto casa la sera...sei disponibile stasera nel caso che si sia? Cmq ti chiamo quando vengo via dal negozio..ieri mi ha minacciata di tagliarmi la gola..se anche nizar​ ​potesse venire...aspetto una tua risposta. Grazie cara";

- che, dopo aver approfondito a voce con lei la sua necessità, con il marito N. deciso di fare un passaggio sotto casa della sua amica ed in effetti, alle 19:50, avevano visto S su via Pistoiese nei pressi dei cassonetti della nettezza urbana di fronte all'abitazione di A.;

- che, dopo l'allontanamento da casa nel novembre 2011, S​ ​​aveva spesso posto in essere atteggiamenti di controllo e di minaccia nei confronti di A.;

- che sapeva che in più occasioni aveva tentato di baciarla, l'aveva aggredita fisicamente, e spesso l'aveva aspettata sotto casa;

- che in varie occasioni l'uomo aveva proferito minacce sia alla moglie sia padre della mia amica;

- che sapeva che l'uomo, alla presenza del bambino, aveva rivolto alla madre minacce del tipo "Ammazzo tua madre: le taglio la gola", affermazioni che ha proferito anche rivolgendosi R.A.V.;

- che A. spesso le aveva raccontato che il marito, nell'incontrarla, le aveva stretto le mani intorno al collo e che era salito con forza nell'autovettura di lei cercando di toccarla sul corpo.

N.M., L.C. e D.M., vicini di casa di A.V., tutti escussi a sommarie informazioni il 21 maggio 2014, hanno, invece, confermato gli accadimenti del novembre del 2011. In particolare, D.M. ha dichiarato: "Nel mese di novembre 2011 io mi trovavo a casa insieme alla mia ragazza dell'epoca, E., ed i miei genitori erano usciti con mio fratello. Ad un certo punto della serata, forse verso le 22:00, ho sentito dapprima un urlo di una voce femminile, poco dopo ho sentito sbattere una porta di casa, e infine ho sentito suonare al campanello di casa mia. lo, prima di aprire ho controllato chi fosse, e quando mi sono reso conto che si trattava di A. le ho aperto. L'ho vista visibilmente scossa, e mi ha chiesto se fossero in casa i miei genitori, ed in particolare ha domandato di mio padre. lo le ho detto che non c'erano, ma lei non mi ha specificato il motivo per cui li stesse cercando. Mentre la guardavo notavo che aveva gli occhi colmi di lacrime come se stesse per scoppiare a piangere. Dopo la mia risposta negativa circa la presenza dei miei genitori, si è scusata ed è andata via. Una volta richiusa la porta, ragionando con la mia ex ragazza, ho creduto fosse giusto far intervenire le Forze dell'Ordine, perché ho sommato le vicende che erano occorse (l'urlo, il volto di A. scosso e la sua richiesta di aiuto) e ho ritenuto fosse giusto così. Appena dopo ho chiamato mia madre sul telefono cellulare e le ho riferito quanto era successo nonché la mia richiesta di intervento delle Forze dell'Ordine".

Le lesioni subite da A.V. trovano attestazione nel certificato medico del Pronto Soccorso dell'Ospedale di C del 18 - 19 novembre 2011 e del dottor ​V​ del 14 novembre 2011.

L'intervento della Polizia trova conferma nella nota del 23 aprile 2012 dell'Ufficio di Gabinetto della Questura di Firenze e nell'annotazione della Squadra Volante della stessa ​Questura con riferimento all'attività svolta nella giornata del 12 novembre 2011.

Infine l'Ufficio di Gabinetto della Questura di Firenze, con la nota del 18 aprile 2014, ha confermato l'intervento della Polizia nella giornata del 2 aprile 2014. Si legge nella nota : Si conferma, comunque, l'intervento del personale di questo Ufficio Volanti, effettuato in data 2 aprile u.s. alle ore 20.35 circa in via..., per la segnalazione di una persona vittima di atti persecutori.

Nella circostanza, gli operatori potevano identificare per strada la richiedente, sig.ra A.V., nata il (...) a N., assistita dalla S.V., la quale riferiva che, mentre stava rientrando a casa, a bordo della propria autovettura insieme al figlio di 5 anni, notava di fronte a casa, dall'altra parte della strada, nascosto tra i cassonetti dell'immondizia, il suo ex marito, da cui è ormai separata da circa un anno e mezzo.

Molto spaventata, anche a causa del grave stress psicologico provocato dagli atti persecutori dell'uomo, che riferiva protrarsi da almeno un anno e mezzo, la Sua assistita decideva di contattare il 113, richiedendo l'intervento di una pattuglia.

Il personale poteva individuare, nel luogo indicato, l'ex marito d​ella sig.ra V., sig. B M S E E, nato a P.S. (E.) il (...), il quale confermava di trovarsi lì per vedere il figlio, pur non essendo il giorno stabilito per stare con il bambino.

Il sig. B. veniva congedato e consigliato di non stare troppo nelle vicinanze dell'abitazione della ex moglie.

La Sig.ra V., nel frattempo salita in ​casa con il bambino, riferiva di aver già presentato diverse denunce nei confronti del sig. B.. La stessa dichiarava, inoltre, di vivere in uno stato di profonda costrizione morale e stress psicologico e di aver paura ad uscire di casa".

I funzionari della Squadra Volante della Questura di Firenze, in relazione al medesimo episodio, nell'annotazione del 3 maggio 2014, dopo aver rilevato l'effettiva presenza dell'imputato in prossimità dell'abitazione della persona offesa, scrivono: "B. in un primo momento giustificava la sua presenza dicendo che stata aspettando l'autobus, ma poi confermava di trovarsi lì per vedere il figlio, anche se non era il suo giorno stabilito per stare con il bambino".

- 4 -

Sussistono​ ​nel caso in esame tutti i presupposti del reato di maltrattamenti.

Il bene tutelato dall'art. 572 del codice penale è l'integrità psico-fisica di coloro che, per età o per rapporti di tipo familiare o di affidamento, si trovino nelle condizioni di subire, proprio nei contesti in cui dovrebbero ricevere maggior protezione, condotte di prevaricazione fisica o morale che la minino.

La condotta penalmente rilevante ai fini del reato di maltrattamenti è quella consistente in comportamenti di vessazione fisica o morale non necessariamente qualificabili, se singolarmente considerati, come reato e ripetuti nel tempo.

L'art. 572 c.p. richiede condotte lesive, fisicamente o psicologicamente, che devono essere tali da portare a sofferenze morali, tra le varie: percosse, lesioni, ingiurie, minacce, privazioni e umiliazioni imposte alla vittima, ma anche atti di disprezzo e di offesa alla sua dignità, che si risolvano in vere e proprie sofferenze morali (si confronti Cass. pen. Sez. VI, 11-07-2014, n. 34197)

Nel caso in esame tali condotte di maltrattamento si sono concreate in:

- minacce gravi,

- percosse,

- lesioni,

- ingiurie,

- sputi,

- appostamenti,

- pedinamenti,

- telefonate moleste,

- atti di violenza sessuale.

Esse sono sfociate in minacce ed aggressioni anche nei confronti del fratello e del padre della persona offesa.

Deve, pertanto, ritenersi che la ripetizione della condotte offensive abbia assunto il carattere della abitualità che non può essere esclusa in virtù momenti di pausa tra i vari episodi lesivi. La giurisprudenza è infatti prevalentemente orientata a richiedere il carattere abituale della condotta di maltrattamenti (C., Sez. VI, 9.7.1996; C., Sez. VI, 28.2.1995; C., Sez. VI, 22.12.1992; C., Sez. VI, 3.3.1990; C., Sez. I, 25.11.1982; C., Sez. I, 17.12.1976 e di recente per la giurisprudenza di merito: A. Milano, 7.4.2006; T. Genova 24.11.2005; T. Trento 20.10.1999), anche se eventuali interruzioni di breve durata di questa non incidono sulla rilevanza penale della condotta complessivamente considerata (C., Sez. VI, 28.12.2002; T. Catania 23.7.2005, C., Sez. VI, 17.4.1998; C., Sez. VI, 7.6.1996; C., Sez. VI, 13.10.1989; C., Sez. VI, 16.10.1970).

A nulla vale la circostanza che tali condotte possano essere stati intervallate da momenti di intimità o di condivisione tra la coppia. Invero, il delitto di maltrattamenti contro familiari e conviventi di cui all'art. 572 c.p.si configura qualora sia dimostrata la "sistematicità" di condotte violente e sopraffattrici, ancorché queste non realizzino l'unico registro comunicativo col familiare, ben potendo, tali manifestazioni di mancanza di rispetto e di aggressività, essere intervallate da condotte prive di tali connotazioni o dallo svolgimento di attività familiari, anche gratificanti per la persona offesa (si confronti Cass. pen. Sez. VI, 02-04-2014, n. 15147).

- 5 -

Oggetto di tutela dell'art. 572 c.p. sono le persone della famiglia, ove per famiglia non si intende soltanto uh consorzio di persone avvinte da vincoli di parentela naturale o civile, ma anche un'unione di persone tra le quali, per relazioni e consuetudini di vita, siano sorti legami di reciproca assistenza, protezione e solidarietà, senza la necessità della convivenza e della coabitazione (si confronti Cass. pen. Sez. IV, 17 marzo 2010, n. 24688).

La rilevanza attribuita al tipo di legame che deve sorreggere le relazioni esistenti fra i soggetti di tale reato, ha anche giustificato una serie di pronunce della Suprema Corte che hanno riconosciuto la configurabilità di tale reato anche fra coniugi separati La fattispecie criminosa dei maltrattamenti infraconiugali può e deve ravvisarsi anche in situazioni di separazione e di sopravvenuta interruzione della convivenza, allorché la condotta del soggetto agente realizzi gli elementi strutturali tipici dell'ipotesi criminosa di cui all'art. 572 c.p. attraverso ripetute e insistite manifestazioni di offensività e di aggressività attuate in danno del coniuge separato (così Cass. pen. Sez. VI 21 gennaio 2009, n. 16658 ed in precedenza Cass. pen. Sez. VI, 1 febbraio 1999, n. 3570).

Peraltro la stessa Suprema Corte ha ravvisato un caso di maltrattamenti proprio nel caso in cui le reiterate ed offensive manifestazioni di aggressività erano state attuate dal coniuge separato per convincere la moglie a riprendere la convivenza (si confronti Cass. pen., sez. VI, 27 giugno 2008 n. 26571), con conseguente eventuale assorbimento del meno grave reato di stalking previsto dall'art. 612 bis del codice penale.

Occorre, infatti, rilevare che in tema di maltrattamenti in famiglia, lo stato di separazione legale, pur dispensando i coniugi dagli obblighi di convivenza e fedeltà, lascia tuttavia integri i doveri di reciproco rispetto, di assistenza morale e materiale nonchè di collaborazione. Pertanto, poichè la convivenza non rappresenta un presupposto della fattispecie criminosa in questione, il suddetto stato di separazione non esclude il reato di maltrattamenti, quando l'attività persecutoria si valga proprio o comunque incida su quei vincoli che, rimasti intatti a seguito del provvedimento giudiziario, pongono la parte offesa in posizione psicologica subordinata.

- 6 -

Deve ritenersi presente anche l'elemento soggettivo del reato previsto e punito dall'art., 572 del codice penale.Invero per la configurazione dei maltrattamenti non un dolo "programmatico" che avvolge i singoli, ripetuti, atti secondo una deliberazione anticipata e unitaria, ma è sufficiente la coscienza e volontà dei singoli atti di maltrattamento percepiti nella loro conseguenzialità come nella loro capacità di offesa, complessivamente valutata. Invero le finalità delle condotte poste in essere da B.M.S.E.S. non assumono rilievo. La sussistenza dell'elemento soggettivo del reato di maltrattamenti in famiglia non implica, infatti, l'intenzione di sottoporre il convivente, in modo continuo e abituale, ad una serie di sofferenze fisiche e morali, ma solo la consapevolezza dell'agente di persistere in un'attività vessatoria. Va ricordato che ai fini della configurabilità del reato non è necessario il dolo specifico, ossia che l'agente debba prefiggersi lo scopo di rendere abitualmente dolorosa la vita delle sue vittime, a causa di una inclinazione prevaricatoria, ma è invece sufficiente il dolo generico, ossia che il soggetto abbia la coscienza e la volontà di mantenere abitualmente un comportamento che sia causa di sofferenze e abbia effetto si degradazione dei rapporti tra i conviventi (si leggano Cass. pen. 18 febbraio 2010, n. 16836 e 18 novembre 2008 n. 45808).

- 7 -

II Pubblico Ministero, al capo b) dell'imputazione, ha contestato a B.M.S.E.S. il delitto di cui al secondo commadell'art. 612 del codice penale perché, in continuazione con il reato di cui al capo che precede, minacciava gravemente la moglie V.A. di un male ingiusto (in particolare di picchiarla fino a cagionarne la morte). Ritiene il giudice, in adesione alla giurisprudenza consolidata, che il reato di maltrattamenti in famiglia assorbe i delitti di percosse e minacce (Cass. pen., Sez. VI, 28/03/2012, n. 13898 e Cass. pen., Sez. I, 09/11/2005, n. 7043), nonché quelli di ingiuria, minacce e violenza privata che rientrano nella materialità di detto delitto (Cass. pen., Sez. V, 14/05/2010, n. 22790).

- 8 -

L'art. 572 del codice penale prevede la pena della reclusione da due a sei anni. Ritiene il giudice di doversi scostare dal minimo edittale.

Inducono a questa conclusione le seguenti circostanze:

a) la varietà e gravità dei comportamenti posti in essere dall'imputato concretatesi, come si è visto, in minacce gravi, percosse, lesioni, ingiurie, sputi, appostamenti, pedinamenti, telefonate moleste ed atti di violenza sessuale;

b) la durata di tali condotte che sono iniziate nel novembre del 2011 e sono proseguite fino al mese di aprile del 2014;

c) la circostanza che le stesse non sono cessate neppure a seguito dei ripetuti interventi della polizia;

d) l'estensione degli stessi a terze persone: quali il fratello ed il padre della persona offesa;

e) la commissione di parte delle condotte delittuose alla presenza del figlio minore: circostanza questa che, di per sé, avrebbe dovuto portare il pubblico ministero alla contestazione della circostanza aggravante di cui all'art. 61, comma 11 quinquies, quanto meno con decorrenza dal mese di agosto del 2013.

Pertanto, tenuto conto di quanto sopra esposto, ai sensi dell'art. 132 del c.p., la pena a carico di B.M.S.E.S. può essere equamente determinata in tre anni di reclusione.

Ai sensi del secondo comma dell'art. 442 del c.p.p. la pena va ridotta, nella misura di un terzo, ad anni due di reclusione.

L'imputato va, quindi, condannato - ai sensi del primo comma dell'art. 535 del c.p.p. (come richiamato dall'art. 442 del c.p.p.) - al pagamento delle spese processuali.

- 9 -

B.M.S.E.S. va condannato anche al risarcimento del danno a favore della parte civile. Le prove acquisite non consentono tuttavia la liquidazione del danno.

Ai fini della condanna generica al risarcimento dei danni non occorre che il danneggiato dia la prova della loro sussistenza ma è sufficiente l'accertamento di un fatto potenzialmente produttivo di conseguenze dannose, costituendo la pronuncia predetta una mera "declaratoria iuris", da cui esula ogni accertamento relativo sia alla misura che alla stessa esistenza del danno, nonché del nesso di causalità fra quest'ultimo ed il comportamento dell'autore dell'illecito.

Il danno subito dalla parte civile, in assenza di idonei parametri di valutazione, pertanto, sarà liquidato in separata sede.

Ai sensi del secondo comma dell'art. 539 del c.p.p., avendone fatto richiesta la parte civile, B.M.S.E.S. va condannato al pagamento di una provvisionale, nella misura di 5.000 Euro.

La somma in questione è quella per la quale si ritiene al momento raggiunta la prova. Occorre ricordare che la determinazione della misura della provvisionale è rimessa all'apprezzamento discrezionale del giudice di merito e non può essere oggetto di doglianza dell'imputato il quale può far valere le sue ragioni nella sede civile di liquidazione definitiva del danno.

- 10 -

Ai sensi dell'art. 541 del c.p.p., come richiamato dall'art. 442 dello stesso codice, non sussistendo alcun motivo per procedere alla compensazione, totale o parziale, questo giudice, con la sentenza che accoglie la domanda di risarcimento del danno, deve condannare l'imputato anche al pagamento delle spese processuali in favore della parte civile.

Ciò posto va ricordato che, secondo quanto disposto dall'art. 5 del D.M. n. 127 dell'8 aprile 2014, le tariffe penali valgono anche nei riguardi della parte civile costituita in giudizio.

Tenuto contò della natura, complessità e gravità della causa, delle contestazioni e delle imputazioni, del numero e dell'importanza delle questioni trattate e della loro rilevanza patrimoniale; della durata del procedimento e del processo; del pregio dell'opera prestata; dell'esito ottenuto, anche avuto riguardo alle conseguenze civili; ritiene il giudice di poter liquidare gli onorari nella misura di Euro 1.800 oltre alle spese generali, all'i.v.a. e al c.a.p.

- 11 -

Con riferimento al capo d'imputazione c) va rilevato che il delitto punito dall'art. 570 del codice penale prevede quale condotta penalmente rilevante: l'omessa prestazione dei mezzi di sussistenza da parte di chi che aveva l'obbligo nonché la possibilità di adempiervi.

Mezzi di sussistenza che non s'identificano con il quantum eventualmente dovuto a titolo di assegno di mantenimento o di alimenti, dal contenuto relativo e flessibile, commisurato alla capacità economica dell'obbligato come allastatus economico sociale del beneficiario, ma si limitano a ciò che è necessario per i bisogni elementari della vita: vitto, alloggio, vestiario, medicinali.

Ne discende che, ai fini della configurabilità del reato "de qua", non sussiste alcuna correlazione tra mezzi di sussistenza e l'assegno di mantenimento fissato dal giudice civile in sede di separazione: la mancata o minore corresponsione dell'assegno stabilito dal giudice civile, infatti, non è sufficiente di per sé a dimostrare la responsabilità penale se non è accompagnata dalla prova che, in ragione dell'omissione, siano venuti meno i mezzi di sussistenza all'avente diritto, tanto che il provvedimento del giudice civile non fa stato nel giudizio penale né in ordine alle condizioni dell'obbligato, né per ciò che riguarda lo stato di bisogno dell'avente diritto.

Pertanto, per la configurabilità del reato, deve positivamente dimostrarsi la sussistenza, in concreto, del duplice requisito dello stato di bisogno dell'avente diritto e della capacità economica dell'obbligato di fornire al primo i mezzi indispensabili per vivere (si confrontino, tra le tante, Cass., 28 ottobre 2009 n. 42631 e 8 luglio 2004 n. 37137).

Entrambi i parametri non sono stati oggetto di alcuna dimostrazione da parte dell'organo dell'accusa sebbene sollecitato da questo giudice con l'ordinanza del 25 febbraio 2014.

Al contrario dalle indagini svolte sembra emergere la condizione di indigenza in cui versa B.M.S.E.S. . Si vedano al riguardo le stesse dichiarazioni di A.V. laddove la medesima, in più occasioni, ha dichiarato che il marito non aveva alcuna stabile occupazione e ha specifico: "... non conosco se ha una casa dove può portare nostro figlio quando spetta a lui tenerlo, che non conosco se nostro figlio consuma i pasti quando è con il padre in quanto mi racconta che non mangia mai quando è con lui". Va ricordato che l'accertamento di responsabilità dell'imputato "al di là di ogni ragionevole dubbio", che ne legittima ai sensi del primo comma dell'art. 533 del c.p.p. la Condanna, sussiste esclusivamente quando il dato probatorio acquisito lascia fuori soltanto eventualità remote, pur astrattamente formulabili e prospettabili come possibili "in rerum natura", ma la cui effettiva realizzazione, nella fattispecie concreta, risulti priva del benché minimo riscontro nelle emergenze processuali, ponendosi al di fuori dell'ordine naturale delle cose e della normale razionalità umana (si confronti Cass. pen., Sez. I, 21 maggio 2008, n. 31456).

P.Q.M.

Il giudice dell'udienza preliminare,

- visti gli articoli 442 e 533 del c.p.p., ritenuti assorbiti i fatti di cui al capo b) dell'imputazione in quello di cui al capo a), dichiara B M S E

​ ​E colpevole del delitto di cui al primo capo d'imputazione e, tenuto conto della diminuzione del rito, lo condanna alla pena di anni due di reclusione, nonché al pagamento delle spese processuali;

- visti gli artt. 442 e 530, secondo comma, del c.p.p., assolve B M  ​S E​ ​E​ ​dal capo d'imputazione c) perché i fatti non sussistono;

- condanna B M S​ E​ E ​, con riferimento al delitto di cui al capo a), al risarcimento dei danni morali e materiali a favore della parte civile da liquidarsi ad opera del giudice civile;

- condanna B M S E E al pagamento della somma di 5.000 Euro in favore di A.V. a titolo di provvisionale;

- condanna inoltre l'imputato al pagamento delle spese di costituzione e difesa della parte civile che liquida nella misura di Euro 1.800 oltre alle spese generali, all'i.v.a. e al c.a.p.

Così deciso in Firenze, il 23 settembre 2014.

Depositata in Cancelleria il 4 ottobre 2014.



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