Legislazione e Giurisprudenza, Mantenimento, alimenti -  Gasparre Annalisa - 2014-10-14

MANCATO ASSEGNO? VIOLATI I DOVERI DI ASSISTENZA FAMILIARE - Cass. pen. 41826/2014 - A.G.

Costituisce illecito penale non pagare il mantenimento stabilito: sono violati i doveri di assistenza familiare.

Di recente le Sezioni unite della Cassazione hanno affermato che "rientra nella tutela penale apprestata dall'art. 570 c.p., comma 1, ovviamente nella sussistenza di tutti altri elementi costitutivi della fattispecie, la violazione dei doveri di assistenza materiale di coniuge e di genitore, previsti dalle norme del codice civile" (Sez. U, Sentenza n. 23866 del 31/01/2013, r. 255271). Irrilevante è l'eventuale "stato di bisogno" della persona avente diritto alla prestazione economica, quale "conseguenza ed espressione della mancanza dei mezzi per la stessa sussistenza di detta persona".

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 10 giugno – 7 ottobre 2014, n. 41826 - Presidente Conti – Relatore Leo

Ritenuto in fatto

1. è impugnata la sentenza n. 633/12 con la quale la Corte d'appello di Napoli, in data 06/02/2012, in parziale riforma della sentenza assolutoria pronunciata il 30/06/2009 dal Tribunale di Napoli, ha dichiarato N.L. colpevole del delitto di cui ai comma 1 dell'art. 570 cod. pen., commesso in danno della coniuge separata R.N. .

N. era stato assolto dal primo Giudice, nonostante la prova della discontinuità con la quale aveva versato alla moglie le somme stabilite in sede di separazione giudiziale, per l'incompletezza della prova in merito alle conseguenze di tale suo atteggiamento, e cioè la mancanza dei mezzi di sussistenza per la citata R. . Il Tribunale aveva osservato che l'odierno ricorrente, all'atto della separazione, aveva lasciato alla moglie un libretto al portatore che valeva 45 milioni di lire, che la donna aveva abitato a lungo in una casa di proprietà del marito ed aveva riscosso in sua vece canoni di locazione per altro immobile, che in altri periodi aveva ricevuto denaro dall'amministratore del patrimonio ereditario indiviso del marito. Aveva aggiunto come la teste avesse disconosciuto alcune ricevute rilasciate al marito in modo ritenuto non attendibile, ed avesse in generale manifestato, durante la deposizione, sentimenti di forte acrimonia nei confronti dell'imputato.

Quest'ultimo, dal canto proprio, si sarebbe trovato in condizioni svantaggiate per l'intervenuto fallimento, non tali da sconfinare nell'indigenza ma idonee a rendere attendibili difficoltà episodiche di versamento dell'assegno.

1.1. La sentenza assolutoria era stata impugnata tanto dal Pubblico ministero che dalla parte civile.

La Corte territoriale, considerato provato un significativo inadempimento del N. , ed escluso che lo stesso (nonostante una intervenuta dichiarazione di fallimento) si fosse trovato nella materiale impossibilità di versare il dovuto, ha concluso che invece potrebbe considerarsi dimostrato lo stato di bisogno della R. , priva di redditi significativi e, in tempi recenti, fisicamente inidonea al lavoro.

Va precisato che le sentenze di merito si riferiscono a tre procedimenti riuniti, nei quali erano state elevate imputazioni parzialmente coincidenti sotto il profilo cronologico, la prima riferita genericamente all'art. 570 cod. pen., la seconda al comma 2 e la terza ad entrambi I commi della stessa norma.

La Corte territoriale ha indicato, nel dispositivo della propria sentenza, d'avere inteso modificare l'originaria imputazione ed escludere la continuazione ritenuta dal primo Giudice, dichiarando il N. colpevole di un solo delitto di cui all'art. 570, comma 1, cod. pen..

2. Contro la sentenza ha proposto ricorso il Difensore dell'imputato, articolando diversi motivi a sostegno dell'impugnazione.

2.1. Con un primo motivo si denuncia, a norma dell'art. 606, comma 1, lettera c), cod. prac. pen., l'asserita violazione degli artt. 76, 100, 122 e 576 dello stesso codice. L'appello della parte civile sarebbe stato proposto da Difensori privi di specifico mandato, per quanto "ambiguamente" sottoscritto anche dalla parte, e per tale ragione avrebbe dovuto essere dichiarato inammissibile.

2.2. In base al parametro già indicato, è dedotta la violazione degli artt. 568 e 576 cod. proc. pen., in quanto la parte civile avrebbe appellato la sentenza assolutoria senza alcun riferimento alla pretesa risarcitoria, ma con esclusivo riguardo alla responsabilità penale dell'imputato.

2.3. Il Difensore, in base all'art. 606, comma 1, lettera b), cod. proc. pen., prospetta anche la violazione del comma 1 dell'art. 570 cod. pen..

La Corte territoriale avrebbe in sostanza configurato una inadempimento parziale degli obblighi di mantenimento come violazione dei doveri morali di assistenza familiare, i soli rilevanti a norma della fattispecie indicata. Il comma 2 dell'art. 570 non conterrebbe una fattispecie aggravante del reato di cui al comma precedente, ma una figura autonoma, che interviene a sanzionare, relativamente ai doveri di assistenza materiale, le condotte più gravi, cioè quelle che fanno venir meno i mezzi di sussistenza. Una situazione, quest'ultima, che d'altra parte non coincide con quella del mantenimento di condizioni di vita adeguate al regime antecedente, e della cui integrazione non vi sarebbe nella specie prova adeguata.

3. In data 24/04/2014 il Difensore della parte civile ha depositato memoria, esponendo di non aver ricevuto avviso del ricorso proposto dall'imputato e di prestare comunque acquiescenza alla celebrazione dell'odierno giudizio, con richiesta di conferma delle statuizioni civili della sentenza impugnata.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è stato proposto sulla base di motivi privi di fondamento, e deve quindi essere rigettato. Ne discende la necessaria condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

2. è infondato anzitutto l'assunto d'una nullità della sentenza per l'asserita inammissibilità dell'appello che la parte civile aveva interposto, a suo tempo, contro la decisione assolutoria di primo grado.

Non è neppure necessario approfondire il tema dell'eventuale idoneità della sottoscrizione del Difensore, apposta sull'atto unitamente a quella della parte, a soddisfare le condizioni poste dagli artt. 100 e 122 cod. proc. pen. (idoneità negata, comunque, da Sez. 3, Sentenza n. 34779 del 22/06/2011, rv. 251246).

Infatti, come sopra accennato, la sentenza del Tribunale era stata nella specie appellata anche dal Pubblico ministero. Le Sezioni unite di questa Corte, con orientamento cui il Collegio ritiene di aderire, hanno già da tempo stabilito come il giudice del gravame, che su impugnazione del solo pubblico ministero condanni l'imputato assolto nel giudizio di primo grado, debba provvedere anche sulla domanda della parte civile che non abbia impugnato la decisione assolutoria (Sez. U, Sentenza n. 30327 del 10/07/2002, rv. 222001).

Quindi, l'Ipotizzata inammissibilità dell'appello proposto nell'interesse della R. non varrebbe comunque a determinare l'invalidità della sentenza posta ad oggetto dell'odierno ricorso.

Le osservazioni appena compiute concorrono a risolvere anche la seconda delle questioni poste con il ricorso difensivo. L'atto d'appello della parte civile conteneva, in verità, la richiesta di accogliere la domanda di risarcimento disattesa dal Giudice di prime cure. Ad ogni modo, quella domanda avrebbe dovuto essere valutata ed accolta, nella ricorrenza dei presupposti "sostanziali", indipendentemente dall'impugnazione della parte privata.

3. Si è avuto modo di accennare (supra, p.1.1. del ritenuto in fatto) che i Giudici territoriali, attraverso un processo di progressivo assestamento delle imputazioni (di segno favorevole all'accusato), hanno precisato con sufficiente chiarezza come la condanna del N. sia intervenuta limitatamente ad una condotta unitaria di violazione degli obblighi di assistenza familiare, sanzionata a norma del comma 1 dell'art. 570 cod. pen..

Il ricorrente propone In sostanza la tesi che la norma citata da ultimo non sanzioni violazioni di carattere economico e materiale, che assumerebbero rilievo solo nella prospettiva del comma 2 dell'art. 570 cod. pen., e solo alle condizioni previste in quella sede. La tesi, però, è stata autorevolmente smentita, di recente, dalle Sezioni unite di questa Corte, nella cui decisione si legge, dopo una disamina dei doveri di assistenza materiale che nascono dal rapporto di coniugio e dalla filiazione pur dopo la separazione: "deve, pertanto, affermarsi che rientra nella tutela penale apprestata dall'art. 570 c.p., comma 1, ovviamente nella sussistenza di tutti altri elementi costitutivi della fattispecie, la violazione dei doveri di assistenza materiale di coniuge e di genitore, previsti dalle norme del codice civile" (Sez. U, Sentenza n. 23866 del 31/01/2013, r. 255271).

Non è quindi necessaria, per l'integrazione della fattispecie de qua, l'induzione di uno stato di bisogno della persona avente diritto, quale conseguenza ed espressione della mancanza dei mezzi per la stessa sussistenza di detta persona. Il riferimento In tal senso della Corte territoriale, in un contesto che (come si è visto) è segnato dalla pluralità e dalla eterogeneità delle imputazioni, risulta in effetti ridondante, una volta che la stessa Corte ha limitato chiaramente l'affermazione di responsabilità al solo rapporto del N. con la moglie, ed alla sola ipotesi del comma 1.

Che poi il ricorrente fosse venuto meno ai propri doveri di assistenza materiale, nelle condizioni e con gli effetti descritti nella norma citata, risulta chiaramente dalla motivazione del provvedimento impugnato (a cominciare dall'omesso versamento, per molti anni, della somma mensile assegnata alla R. dal Giudice della separazione), ed è comunque questione di fatto, che non spetta a questa Corte sindacare, una volta constatata l'adeguatezza in proposito della motivazione offerta con la sentenza impugnata.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.



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