Articoli, saggi, Procedura penale -  Giovanni Sollazzo - 2013-11-16

MANDATO D'ARRESTO EUROPEO, ESTRADIZIONE: LEGGE ED APPLICAZIONE ANALOGICA - C. C.

Una recente sentenza sul tema, pubblicata (temporaneamente), come alle volte accade, a guisa di attuale notizia dal sito ufficiale della Corte di cassazione (sez. VI, n. 41642 depositata in data 13 ottobre 2013), offre lo spunto per una sintetica, anche se certamente non esaustiva, panoramica sullo "stato" dell'estradizione (esecutiva e passiva), quale istituto applicato ad un soggetto avente nazionalità - nonché cittadinanza -, di uno Stato membro dell'Unione Europea.

Poiché i fatti cui si riferisce la menzionata pronuncia risultano commessi entro il luglio 2002, per chiarezza espositiva, pare necessario prendere le mosse dall'ultimo articolo della legge di attuazione alla decisione quadro 2002/584/GAI relativa al mandato d'arresto europeo ed alle procedure di consegna tra gli Stati membri: l'art. 40 della legge n. 69  del 22 aprile 2005 (Disposizioni per conformare il diritto interno alla decisione quadro 2002/584/GAI).  Tale articolo, esplicita le scelte allora effettuate dallo Stato italiano in merito alla possibilità (colta ed attuata) di continuare a trattare le richieste (m.a.e.) posteriori al 1° gennaio 2004 ma relative a fatti commessi in data non posteriore al 7 agosto 2002, conformemente al sistema precedentemente applicabile, ovvero, quello estradizionale.

L'estradizione, a sua volta, come disciplinata nell'XI libro del codice di procedura penale il cui titolo I contempla, fra le disposizioni generali, la norma che dispone la prevalenza delle convenzioni e del diritto internazionale generale 1, segue le norme codicistiche solo ove non diversamente regolata e si caratterizza per essere soggetta ad un duplice vaglio: giurisdizionale ed amministrativo, salvo  consenso dell'interessato.

Preliminarmente, pare opportuno rilevare (sulle orme della Corte) che l'applicabilità ex art. 40 delle norme relative all'estradizione anziché quelle relative al sistema semplificato del mandato di arresto europeo (l. n. 69/2005) è stata di recente sottoposta a giudizio di Costituzionalità in relazione alla mancata possibilità di una "estensione analogica" in melius per il condannato. Specificatamente si poneva in discussione la possibilità di estendere quanto disposto dall'art. 18 co. 1 lettera r): la Corte d'appello rifiuta la consegna ove si tratti di m.a.e. esecutivo purchè se ne disponga l'esecuzione in Italia conformemente al diritto interno, ad una condanna per reato commesso da cittadino UE, antecedentemente alla data posta come limite.

L'inammissibilità di quanto richiesto veniva però dichiarata, fra l'altro, sulla base dell'impossibilità, per la Corte adita, di introdurre un meccanismo considerato spurio, anche in relazione alla norma transitoria "contestata" (Corte Cost. n. 274/11).

Il medesimo articolo (art. 18 co. 1 lett. r), era stato d'altra parte già dichiarato costituzionalmente illegittimo nella parte in cui non prevedeva il rifiuto di consegna a seguito di m.a.e. esecutivo, di cittadino UE, che poteva vantare legittima ed effettiva residenza o dimora nel territorio dello Stato, ai fini di una esecuzione di pena conforme al diritto interno. Posta in essere esercitando una facoltà  derivante dalla decisione quadro, facendo esclusivo riferimento al cittadino italiano, la norma determinava una discriminazione non consentita, tradendo lettera e ratio della norma europea cui veniva data attuazione (Corte Cost. n. 227/10).

Nel caso sottoposto al vaglio di legittimità della Corte di cassazione (madre di soggetto minore con più di tre anni, nei  cui confronti era stato emesso mandato di cattura internazionale e cittadina di Stato membro UE), come premesso, l'interessata non poteva vantare cause ostative all'estradizione, basate  sulla legge n. 69/2005.

La condizione di madre di prole con età inferiore ai tre anni con lei convivente, quale causa ostativa contemplata dall'art. 18 lettera s), pur ritenuta espressione di un principio generale cui l'ordinamento italiano è informato, munita di "forza espansiva" applicabile a situazioni simili, non pare sempre invocabile con tale semplicità.

L'impegno al rispetto dei valori fondamentali, fra i quali, i diritti dei minori, sembra dunque ancor oggi suggerire un previo accertamento dell'esistenza, nell'ordinamento di riferimento, di idonee garanzie, la cui assenza, potrebbe forse congruamente motivare, un eventuale rifiuto alla richiesta estradizione.



1In dottrina si è osservato che la funzione della norma non è quella di stabilire una gerarchia tra le fonti ma "più semplicemente di ricordare come questa è articolata e di chiarire in tal modo quale il ruolo delle norme codicistiche"; così MARCHETTI, M.R. in   Compendio di procedura penale, Padova, 2010.



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