Fragilità, Storie, Diritti, Danno esistenziale -  Ricciuti Daniela - 2015-08-12

MANO DI POKER - Daniela RICCIUTI

"Non si può mai dire 'Questa è la cosa peggiore che mi possa capitare'. C'è sempre qualcosa che potrebbe superarla. La vita è come una partita a poker: la scala massima batte la media, la scala media batte la minima, la minima batte la massima. Non si può mai dire…".

E' quanto le rispondeva ogni volta che lei diceva che non le sarebbe potuto accadere niente di più brutto. Niente al mondo avrebbe potuto esser più doloroso, avrebbe potuto ferirla di più, ucciderla, come quello che era successo.

"Per alcune persone è tutto facile. Per me, invece...".

Non si trattava di vittimismo, non soltanto almeno. Effettivamente  non era stato affatto facile per lei.

Lo aveva tanto desiderato, aveva fatto di tutto per averlo. Per anni ed anni.

Aveva tanto pregato anche. Quante volte era andata da Sant'Anna, in quella chiesa a viale Dante, per chiederLe di aiutarla. Di intercedere per lei, Lei che era la protettrice delle mamme.

E proprio a Sant'Anna, in quella chiesa a viale Dante, poi, diciannove anni dopo, gliel'avrebbe dovuto riportare.

Lo avevano tanto desiderato quel figlio e lui era stato un figlio perfetto e li aveva ripagati di tutto.

Un ragazzo sensibile, educato, di gran cuore.

Per niente viziato, benché entrambi lo accontentassero in tutto - non ne potevano fare a meno. Però lui non ne approfittava. Mai.

Quando aveva compiuto 18 anni, per esempio. Avrebbe potuto chiedere loro qualsiasi cosa come regalo. I genitori, tra l'altro, avrebbero potuto permettersela.

Lui aveva scelto un Lapin.

E da quando era entrato nella famiglia questo nuovo amico, senza troppe parole semplicemente avevano smesso  - tutti - di mangiare carne di coniglio e - la mamma - di usare pellicce.

Col padre tanti gli interessi in comune: la passione per l'Inter - le partite le vedevano sempre insieme, solite postazioni, soliti personali riti scaramantici; l'amore per i libri - mai che l'uno tardasse a leggere qualche scoperta dell'altro: le impressioni andavano scambiate a caldo; il cinema, poi: dai classici in bianco e nero,  inarrivabili capolavori secondo il padre, agli ultimi film americani che piacevano al ragazzo: ci tenevano al confronto ed alla condivisione dei mondi di entrambi.

Grande complicità, netta consapevolezza del fatto che l'uno fosse davvero la continuazione dell'altro: stesse mani, stessa testa, stesso cuore.

Anche con la madre aveva un rapporto speciale. Parlavano di tutto, nessun pudore.

Lei, sedici anni più giovane del marito, si sentiva ed era trattata da lui quasi come figlia, e questo forse la faceva sentire ancora più vicina al figlio.

Non c'era acquisto che lei facesse senza il suo parere, che si trattasse anche di qualcosa di femminile, per se stessa, o per la casa. Lui aveva buon gusto e lei ci teneva molto alla sua opinione.

Condividevano la passione per l'arredamento, poi, e si divertivano insieme a scambiare di posto i vari mobili o ad innovare con qualche pezzo nuovo, magari trovato dagli antiquari o rigattieri che monitoravano periodicamente. Non sapeva mai, il padre, quando tornava a casa, come l'avrebbe trovata.

Una famiglia felice. Grande affetto, serenità, armonia, condivisione.

Quel giorno proprio non doveva succedere.

Lui, cioè, doveva stare da tutt'altra parte.

Poi, però, una serie di eventi imprevedibili...

Era andato, come ogni pomeriggio, a ripetere dall'insegnante di inglese, ma non l'aveva trovata: stranamente non c'era.

Allora aveva pensato di approfittare di questa imprevista libertà per andare  a far visita al suo amico gravemente malato, che sarebbe dovuto partire  il giorno dopo, doveva andare a Bologna per essere operato. Ma avevano anticipato la partenza e non aveva trovato neanche lui. Stranamente.

Non sapendo che fare, aveva pensato di andare nel bar in piazza, per ripararsi dal freddo - era gennaio, nevicava, era tutto ghiacciato - in attesa che la mamma lo venisse a prendere all'orario fissato.

Aveva appena iniziato a giocare al videogame - non era sua abitudine - quando era arrivato un ragazzo che neanche conosceva (lo conosceva solo di vista: andava alla stessa scuola di sua cugina) e lo aveva invitato ad andare con lui: "Dai! Vieni a farti un giro! Con la mia nuova Delta integrale: motore 2000 cm³ e 16V, potentissima! Sembra di volare!" - Aveva appena compiuto 18 anni ed il padre gliel'aveva regalata per il compleanno.

A lui, in realtà, non interessavano per niente le auto invece - non aveva voluto nemmeno prendere la patente, - ma per cortesia aveva accettato l'invito, purché tornassero in tempo, non voleva far aspettare sua madre.

Erano passati a prendere anche un altro ragazzo, un amico del fortunato neo-patentato, ed erano andati fuori città: lungo le rive del lago, la strada era dritta, non c'era molta gente di solito, con quel tempaccio poi... così avrebbero potuto "tirarla" la macchina e vedere a quanto poteva arrivare.

L'urto fu terribile.

L'auto, lanciata a 160 km orari sulla strada ghiacciata, alla prima frenata (ah! l'inesperienza!) era scivolata ed era andata a schiantarsi contro il muretto che costeggiava il lago.

Il guidatore ne era uscito completamente illeso. Per gli altri due ragazzi invece...niente da fare.

L'altro era stato più fortunato: morto sul colpo. Non aveva sofferto come lui: lo avevano sentito lamentarsi fino alla fine, che comunque non aveva tardato.

Era stato uno strazio, inutile dirlo.

Quando avevano appreso la notizia, i genitori...seduti sul divano, l'uno accanto all'altra, fronte contro fronte, era sembrato che ce l'avrebbero potuta fare in qualche modo. Sembravano in grado di superarlo questo colpo pur formidabile, sostenendosi reciprocamente, forti del loro amore.

Lui diceva sempre: "Non ci credere se ti dicono che col tempo l'amore passa/cambia/sbadisce/si spegne. Non è vero! Io la amo come il primo giorno. Dopo tanti anni provo la stessa passione, gli stessi sentimenti, ancora fuoco". E sarebbe stato così per sempre - ne era certo.

Certo, se non fosse successo quello che poi era successo...

Una tragedia del genere aveva avuto un impatto fortissimo sulla loro vita, ovviamente, non poteva essere altrimenti.

Aveva deflagrato tutto.

Loro stessi non esistevano più.

Lei era quasi impazzita dal dolore. Si era aggrappata ad una sorta di rituale quotidiano, che la vedeva impegnata ad occuparsi della tomba del figlio, a tenerla sempre pulita, in ordine, con i fiori freschi ogni giorno. E così sul luogo dell'incidente, dove aveva fatto erigere una croce in memoria.

Non faceva altro. Aveva così l'illusione di occuparsi ancora di lui in qualche modo.

Quella donna bellissima, sempre elegante, mondana e piena di vita, non c'era più. Nemmeno c'era più la sua folta chioma rossa, che da sempre l'aveva caratterizzata: le erano di colpo caduti tutti i capelli.

Lui pure si era spento. Aveva anche lui smesso di vivere.

Aveva continuato a tener vivo il ricordo del figlio a suo modo. Continuando le loro letture, le loro visioni, i loro scambi, ma da solo, in solitario.

Lei non si dava pace. Non riusciva a non pensare che in assenza di anche uno soltanto degli anelli di quella maledetta catena causale, fatta di circostanze strane ed imprevedibili, lui sarebbe stato ancora lì.

Cosa non avrebbe dato per riaverlo con sé! "Anche cionco, lo vorrei". Lo avrebbe accudito per tutta la vita, amorevolmente. Tutto purché fosse rimasto in vita.

Lui invece "filosofeggiava" - dicevano gli amici. Cercava di trovare nella sua immensa cultura (poliedrica, ma con spiccata preponderanza umanistica - non si sarebbe detto che era anche un grande ingegnere) qualche ragione, qualche appiglio, per darsi una spiegazione, per poter accettare quello che è inaccettabile per un genitore. Perdere un figlio è innaturale, è contro il ciclo normale della vita.

Se era successo era perché doveva succedere: era "necessario" e non "contingente", non avrebbe potuto esser diverso, non era casuale.

Quella strana serie di coincidenze non era tale in realtà: "Lo é per noi, per il nostro modo di ragionare: siamo dominati dall'idea della causalità, per cui siamo abituati a pensare che ad una causa segua sempre un effetto: ti avvicini al fuoco e ti bruci.

Ma in campi e sistemi diversi vigono altre regole, altri principi, altri meccanismi.

Ad esempio nella fisica quantistica, che non è dominata dalla legge della causalità, funziona diversamente: è come se prima ci si scottasse e poi ci si avvicinasse alla fiamma".

E così concludeva che era accaduto perché doveva accadere, perché non poteva non accadere.

In qualche modo queste speculazioni lo aiutavano. Ad accettare, a rassegnarsi, a darsi pace. Così pareva almeno.

Ma non riusciva a trasmetterlo a lei.

Anche in questo erano diversi, moglie e marito.

Nel modo di affrontare la loro tragedia.

E quella diversità, che fino allora era stata proprio quello che li aveva uniti forse, da quel momento li aveva allontanati irrimediabilmente.

Non comunicavano più.

Quelle fronti che si sostenevano l'un l'altra quella maledetta mattina, poi piano piano si erano allontanate.

E si erano ritrovati soli. Soli ad affrontare una prova così grande.

- "La più grande, la peggiore".

- "No, non si può mai dire...".



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