Articoli, saggi, Malati fisici, psichici -  Redazione P&D - 2013-11-27

MARCO CAVALLO E LA CHIUSURA DEGLI OPG - Nicolao CONCHITA

Marco Cavallo, il cavallo azzurro di cartapesta simbolo della liberazione dei "matti" arriva a Reggio Emilia e tuona contro gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari ancora esistenti ed operativi in Italia.

Alto oltre 4 metri, realizzato sotto la guida di Vittorio Basaglia e Giuliano Scabia dal laboratorio del "Reparto P" dell"Ospedale psichiatrico di Trieste, continua a far parlare di sé, proprio come quarant"anni fa..

Fu nel 1973 quando, smanioso di libertà, ruppe il muro di cinta del manicomio San Giovanni di Trieste, seguito dai ricoverati, testimoni della scomoda e miserevole realtà manicomiale che, invadendo le vie della città con il loro carico di speranze, diedero il via all'inarrestabile processo di cambiamento che condusse poi alla stesura della Legge 180/78.

Questa volta Marco Cavallo riprende il suo viaggio per un"impresa ancora più audace ed ambiziosa: l"abbattimento dei luoghi comuni e la ferma opposizione ad ogni forma di discriminazione e di esclusione sociale.

Si tratta di rivendicare il rispetto della dignità di ciascuno così come l"enunciato costituzionale prevede, spezzare il binomio "follia e pericolosità sociale", porre fine REALMENTE alla cultura della salute mentale pre-basagliana.

L"iniziativa "Il viaggio di Marco Cavallo nel mondo di fuori per incontrare gli internati",  promossa a livello nazionale da un cartello di Istituzioni ed Associazioni, riunite sotto il nome di stopOPG, è partita da Trieste il 12 novembre per attraversare l"Italia, col compito di entrare negli ospedali psichiatrici giudiziari ancora operativi di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), Aversa (Caserta), Napoli Secondigliano, Montelupo Fiorentino (Firenze), Reggio Emilia e Castiglione delle Stiviere (Mantova) e sollecitarne la chiusura.

La carovana, dopo aver macinato circa 3500 chilometri e attraversato le città di Torino, Genova, Quarto, Livorno, Palermo, Barcellona Pozzo di Gotto, Aversa, Secondigliano, Roma, L"Aquila, Montelupo Fiorentino, Firenze, Leno, Reggio Emilia, Castiglione delle Stiviere, Limbiate, Milano, farà rientro a Trieste il 25 novembre.

L"obiettivo è richiamare l'attenzione dell"opinione pubblica e delle Istituzioni (amministrazioni comunali, regionali e centrali) sulla questione drammatica e complessa degli OPG, per smuovere dal torpore le coscienze, per stimolare una riflessione che conduca ad una valida risposta.

Gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari sono strutture giudiziarie che dipendono dall"amministrazione penitenziaria e che accolgono una popolazione internata variegata, differente sotto l"aspetto clinico, per profilo criminale, per tipologia di pericolosità sociale e per le caratteristiche antropologiche-culturali personali.

Si tratta di soggetti autori di reati penali, riconosciuti non imputabili o perché affetti da disturbi mentali o per cause diverse dal vizio di mente (ad esempio, la cronica intossicazione da alcol o da sostanze stupefacenti), ma socialmente pericolosi.

Di fatto non scontano una pena, essendo prosciolti perché infermi di mente, ma sono sottoposti ad una misura di sicurezza per la pericolosità sociale. Il meccanismo giuridico è farraginoso ed il codice penale prevede solo "trattamenti" di 2, 5 o 10 anni, a seconda del reato commesso.

Differentemente dall"autore di un reato che, una volta estinta la pena viene scarcerato, all"internato viene riconosciuta una licenza finale di esperimento, affidato cioè ad una comunità per appurare se sia davvero in grado di muoversi libero tra la gente.

È una prova che, se non ha buon esito, riconduce in OPG.

Se l"internato invece è ritenuto ancora pericoloso, la pena (che non è pena) e la cura (che non è cura) saranno prorogate.

Per quanto tempo? Dipende.. Durata dell'internamento e gravità del reato non rispettano alcun criterio di proporzionalità.

Dopo anni di denunce, a seguito dei lavori di una commissione parlamentare d"inchiesta presieduta dal senatore Marino, si giunge nel 2011 alla stesura della "Relazione sulle condizioni di vita e di cura all"interno degli Ospedali psichiatrici giudiziari". Questa presa di coscienza della questione, anche sul piano politico, ha condotto alla Legge 9/2012 che prescrive, con date e indicazioni precise, la chiusura degli OPG. Dapprincipio il termine era fissato al 31 marzo 2013, poi prorogato al 1 aprile 2014.

La Legge 9/2012 però appare come un frettoloso e pasticciato compromesso per cui, anziché chiudere definitivamente gli OPG, finisce solo per regionalizzarli e dargli una denominazione diversa: REMS (ndr: Residenze Esecuzione Misure di Sicurezza).

Soprattutto non affronta alla radice il problema: non modifica il Codice Rocco, datato 1930, per cui si continua ad associare follia a pericolosità sociale, riservando agli internati un trattamento speciale.

Risultato è che, non essendo state revisionate le norme del codice penale che dispongono l"internamento, rimanendo invariati i concetti di imputabilità, di pericolosità sociale e di misura di sicurezza, anche se destinati a scomparire, negli OPG continuano ad arrivare "folli-rei".

Questa è la denuncia di Marco Cavallo e stopOPG: per cui stop agli OPG e no categorico ai REMS, diversi per dimensioni e distribuzione territoriale, ma mossi dallo stesso impianto ideologico e giustificazione sociale inteso come misura di sicurezza a carattere custodiale

E fa di più.. Formula una piattaforma operativa su cui lavorare e che comprenda la presa in carico dei soggetti dimessi e dimissibili da parte dei Dipartimenti di Salute Mentale, con programmi e con risorse (economiche ed umane) ad essi riservati al fine di consentire un percorso di cura, assistenza e recupero personalizzato che punti al reinserimento lavorativo, sociale, familiare, abitativo.

Su questa base prevede:

  • la riforma dei Dipartimenti di Salute Mentale, che vanno rafforzati e potenziati sul territorio, a partire dai Centri di salute mentale operativi h24;
  • l"individuazione e la definizione di nuovi percorsi di cura;
  • la fissazione di budget individuali di cura e riabilitazione per favorirne l"integrazione e la reinclusione;
  • l"individuazione di strutture alternative di accoglienza nel caso in cui l"internato sia manchevole di una famiglia disposta ad accoglierlo od impossibilitata a farlo;
  • progetti individualizzati di sostegno alla quotidianità per non condannarli ad essere degli eterni assistiti o degli eterni internati. La magistratura di sorveglianza infatti, nel riesame della pericolosità sociale al termine della misura di sicurezza, tiene in forte considerazione le condizioni socio-economiche della persona.

Di fatto la mancata chiusura degli OPG è anche lo specchio di come funzionano (o non funzionano, o mal funzionano) i Servizi di salute mentale sul territorio nazionale.

La ritardata applicazione del DPCM del 1/4/2008 circa le "Modalità e criteri per il trasferimento al Servizio sanitario nazionale delle funzioni sanitarie, dei rapporti di lavoro, delle risorse finanziarie e delle attrezzature e beni strumentali in materia di sanità penitenziaria" ne è forse la causa principale.

Il numero di persone presenti nei sei OPG nazionali è di circa 1400 malati ospitati,  446 sono quelli dichiarati dimissibili e solo 160 sono quelli realmente passati a carico delle rispettive ASL[1] .

Varie le denunce di mancate dimissioni di internati che, sebbene sia venuta meno la loro pericolosità, non essendo opportunamente assistiti sul territorio, non possono accedere a misure alternative alla detenzione, contrariamente a quanto previsto dalla legge e stabilito dalla Corte Costituzionale).

Appare quindi impossibile che una Regione possa essere in grado di prendersi in carico in modo dignitoso dei pazienti, soprattutto in tempo di tagli decisi dal Governo per sanità e sociale: troppi poche le risorse finanziarie, troppo poco il personale/operatori (spesso impossibilitato a garantire continuità assistenziale perché precario, sottoposto a turni faticosi, privo delle opportune competenze professionali, etc.), troppe poche le strutture (che spesso risentono della loro diversa destinazione d"uso, diversa da quella ospedaliera), troppi gli accorpamenti o gli smantellamenti dei Servizi, troppo il divario qualitativo/quantitativo dei servizi offerti sul territorio nazionale.

Gli interventi si muovono su modelli e risorse differenti in ogni Regione per cui la rispondenza in termini di efficacia ed efficienza degli scopi istituzionali assegnati risulta poi disomogeneo.

La complessità del problema prevede una soluzione che non può essere demandata al solo personale afferente ma prevede il coinvolgimento di più livelli istituzionali:

  • del Governo che, per il passaggio della medicina penitenziaria al servizio sanitario nazionale, deve assicurare il necessario finanziamento previsto dal Patto per la Salute;
  • delle Regioni che, per le prestazioni di cura e reinserimento, devono attribuire ai Servizi le necessarie risorse;
  • delle ASL e delle Amministrazioni comunali che devono potenziare i DSM delle ASL e dare forza ai servizi sociali territoriali garantendo diritti di cittadinanza a tutti i cittadini in modo equo ed egualitario;
  • della Conferenza Stato-Regioni al fine di prevedere  un meccanismo di incentivazione o di sanzione per la piena applicazione del DPCM 2008 con relativo monitoraggio a tutti i livelli dei risultati ottenuti.

Ma quello che Marco Cavallo sollecita all"attenzione dell"opinione pubblica è un cambiamento di pensiero, una prova di civiltà che coinvolge tutti, anche perché le politiche di sostegno dei diritti dei soggetti deboli è garanzia reale per tutti i cittadini.

Ed allora questa volta è il "fuori" che entra nell"OPG, guarda da vicino il soggetto-altro che è "dentro", con lui si confronta.

E la sensazione è di uno scoramento infinito.

Si ha l"impressione di essere in un microcosmo in cui le regole di vita sono puramente di tipo penitenziario e che ciascuno le abbia ben interiorizzate. Muri di solitudini da sgretolare, dignità violate, identità negate, mansuetudini indotte, sentimenti di inadeguatezza, di inettitudine.

L" annichilimento è totale. Un esercito di dimenticati.

Sofferenti di solitudini, preoccupati dell"abbondono.

Poi la parola di alcuni internati..

Nessuno fa delle rivendicazioni, ci si limita a quanto di più contingente vi possa essere. I toni sono sommessi, in punta di piedi. Con defezione si fa notare che, malgrado l"impegno di chi vi lavora, le condizioni di vita sono segnate dalla miseria e dalla rassegnazione, che la mancanza/carenza delle cose più elementari e di uso corrente (ad esempio per l"igiene quotidiana), è all"ordine del giorno. Si parla delle condizioni igieniche, del vitto, del vestiario, del mobilio, della carenza di personale, della struttura fatiscente. Null"altro.

Come se, l"istituzionalizzazione oltre che averli privati della libertà e della certezza della pena, li avesse depauperati anche dell"entusiasmo per i grandi sogni, le grandi speranze..

E poi la voce di Alessandro in "cura" all"OPG di Reggio Emilia da un po" di anni.

Ci dice che "..nella discarica umana presente negli OPG, la raccolta differenziata è fatta per patologie. La speranza è di riciclarmi in qualcosa di diverso, di più bello o solo di migliore..".

"La follia è una condizione umana. La società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione, quanto la follia" C. Basaglia



[1] dati tratti dal quotidiano Avvenire del 24/3/2013



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