Articoli, saggi, Inizio vita, fecondazione assistita -  Zanasi Francesca Maria - 2014-01-21

MATERNITA' SURROGATA - Francesca Maria ZANASI

Una delle tematiche della bioetica più interessanti e al tempo stesso più controverse, anche dal punto di vista giuridico, è costituita dalla fecondazione artificiale, detta anche procreazione medicalmente assistita (PMA), regolamentata della legge n.40 del 19 febbraio 2004.

Per fecondazione artificiale si intende la fecondazione del gamete femminile (ovocita) da parte del gamete maschile (spermatozoo) non per via naturale - ossia attraverso un rapporto sessuale – bensì artificialmente, attraverso diverse tecniche elaborate dalla scienza.

La fecondazione si definisce omologa quando il seme e l'ovulo utilizzati nella fecondazione assistita appartengono alla coppia di genitori del nascituro. La fecondazione eterologa si verifica, invece, quando il seme oppure l'ovulo (ovodonazione) proviene da un soggetto esterno alla coppia.

Mentre la fecondazione artificiale omologa è consentita dalla legge n.40/2004, maggiori problemi si configurano in relazione a quella eterologa.

In particolare, il dibattito si è incentrato su un particolare tipo di fecondazione assistita, la c.d. surrogazione di maternità, nella quale le funzioni procreative femminili, ossia la produzione dell'ovocita e la gestazione del feto, sono – l'una o l'altra o entrambe - demandate dalla donna che desidera avere figli (c.d. madre committente - che non può esercitare le predette funzioni, per sterilità o malattie varie), ad un'altra donna, denominata madre surrogata.

Nella maggior parte dei casi il seme viene fornito dal marito (o convivente more uxorio della madre committente), che pertanto riveste anche egli il ruolo di committente del nascituro nonché di padre genetico.

Per scendere nel dettaglio.

La surrogazione di maternità viene comunemente definita surrogazione gestazionale che identifica quella procedura in cui vengono impiantati nell'utero della madre surrogata uno o due embrioni, fecondati con lo spermatozoo del padre committente (o di un donatore, se il padre è sterile) e con gli ovociti della madre committente (o di una donatrice). In questo caso, quindi, la madre surrogata presta solo il proprio utero (ed è perciò detta madre gestazionale) ma non mette a disposizione i propri ovociti.

La maternità surrogata può esplicarsi in tre forme:

1) surrogazione di utero, detta anche "utero in affitto" (si tratta di fecondazione artificiale omologa), in cui gli embrioni, fecondati con gli spermatozoi del padre committente e gli ovociti della madre committente (che è quindi anche madre genetica/biologica), vengono impiantati nell'utero della madre surrogata, che porterà avanti la gestazione. Nel caso della donna con ovaie perfettamente funzionanti ma prive di un utero funzionante (o che per altri motivi clinici non possono sostenere una gravidanza) è l'unico modo per avere un figlio naturale biologicamente omologo, in tutto e per tutto frutto dell'unione tra sé e il proprio marito/compagno;

2) surrogazione di ovocita e di utero (si tratta di fecondazione artificiale eterologa) in cui gli embrioni, fecondati con gli spermatozoi del padre committente e gli ovociti della madre surrogata, vengono impiantati nell'utero della madre surrogata stessa, la quale è nel contempo sia madre genetica/biologica che madre gestante. È di tutta evidenza che, se non esistesse un contratto a monte, il figlio sarebbe a tutti gli effetti figlio della madre surrogata con tutti i conseguenti problemi emotivi che potrebbero sorgere. Per tale motivo questa surrogazione (detta tradizionale) è ritenuta una procedura troppo problematica anche sul piano giuridico ed è espressamente vietata in molti Paesi (ad esempio Italia, Francia, Spagna, Germania, Austria, e Svizzera).

3) surrogazione gestazionale (si tratta di fecondazione artificiale eterologa) in cui l'ovocita viene donato da una donatrice, diversa dalla madre surrogata. Si rinvengono pertanto tre madri: la madre genetica/biologica (la donatrice di ovulo), la madre gestante e la madre committente. In questa procedura l'ovocita della donatrice (la madre genetica, appunto) viene fecondato dallo spermatozoo del padre marito/compagno della madre committente, e poi gli embrioni vengono impiantati nell'utero della madre surrogata. E la forma di surrogazione praticata più diffusamente perché ha il vantaggio di evitare le complicazioni psicologiche e legali della surrogazione tradizionale in cui la madre surrogata fornisce anche l'ovocita.

LE NORME ITALIANE E LA DOTTRINA[1]

La maternità surrogata presenta molte criticità di ordine psicologico, etico, sociale, economico ma soprattutto legale.

In Italia, la legge n. 40/2004 sancisce espressamente il divieto al "ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo" (art.4[2], III co.), e prevede, altresì (art.12[3], VI co.), che "Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro."

Tale preclusione vigente nel nostro ordinamento ha portato al diffondersi del c.d. turismo procreativo, vale a dire di quel fenomeno per cui coppie, che non possono avere figli a causa dell'impossibilità della donna di procreare o di portare a compimento la gestazione (per malattia o per sterilità), si avvalgono della tecnica della surrogazione di maternità in un Paese estero, in cui la stessa è consentita. Ma non solo. Alla maternità surrogata ricorrono anche uomini che desiderano avere un figlio senza intraprendere una relazione con una donna. Si potrebbe ipotizzare il ricorso alla maternità surrogata da parte di coppie eterosessuali e omosessuali per ovviare alla disciplina adozionale per mancanza dei requisiti. Si ritiene invece che le attuali tecnologie abbiano aperto le porte a nuove forme di discendenza e a nuove configurazioni familiari, differenti dallo stampo tradizionale, permettendo anche alle coppie omosessuali di avere figli biologici. In Italia, infatti, così come negli altri Paesi europei ed extraeuropei, non esiste più solamente la famiglia tradizionale eterosessuale, ma esiste – ed è meritevole di pari dignità giuridica – una pluralità di relazioni affettive, familiari e di scelte procreative diverse.

In alcuni Stati (ad esempio Grecia, Irlanda, Regno Unito, Ucraina, Repubblica Ceca, India e Canada) è legale il rapporto giuridico sinallagmatico che si instaura tra, da un lato, la madre e il padre committenti (ovvero i genitori che commissionano la generazione di un figlio sul quale eserciteranno tutte le prerogative genitoriali) e, dall'altro, la madre surrogata che, per ragioni di solidarietà (come avviene in Inghilterra) o in cambio di denaro, è disposta a farsi impiantare gli embrioni, a portare avanti la gestazione e a partorire quel bambino sul quale ha già rinunciato ad ogni diritto.

Il problema in questi casi nasce quando la coppia italiana deve rientrare in Italia con il figlio. I genitori si recano presso la Rappresentanza diplomatica o consolare competente del luogo in cui è avvenuta la nascita (l'Ufficio di Stato Civile dell'Ambasciata registra le variazioni anagrafiche concernenti i cittadini italiani all'estero, anche se non residenti) per presentare l'atto di nascita (in originale o in copia conforme all'originale) del bambino ufficialmente rilasciato dall'Ufficio dello Stato civile del Paese estero, debitamente legalizzato e tradotto[4], nonché una dichiarazione sostitutiva comprovante la cittadinanza italiana di almeno uno dei genitori (se non iscritto nello schedario consolare). La nostra autorità diplomatica trasmette la richiesta di trascrizione del certificato di nascita all'Ufficio di Stato Civile del Comune di residenza dei genitori e rilascia un documento temporaneo al minore per permettere il viaggio di rientro in Italia. È facoltà dell'autorità diplomatica di indirizzare al Comune di residenza e alla Procura della Repubblica competente eventuali note in merito all'adempimento richiesto, ivi compresi i dubbi e le eventuali considerazioni in merito al ricorso alla maternità surrogata da parte della coppia o del singolo soggetto.

Per completezza va precisato che la legge n. 40/2004 nulla dispone in ordine alla liceità o meno della surrogazione di maternità attuata all'estero da cittadini italiani. Ed è infatti proprio sul punto che si è aperto il confronto dottrinale e giurisprudenziale.

In altre parole, gli interpreti, privi di una normativa di riferimento, hanno dovuto indagare quali siano, e se siano contra legem o meno in Italia, gli effetti della stipula di un contratto lecito, valido ed efficace in un Paese estero.

La dottrina si è quasi sempre mostrata restia a riconoscere la validità degli accordi di surrogazione di maternità, ritenendoli contrastanti con le disposizioni codicistiche di cui agli artt. 5[5] e 269[6] c.c..

In particolare, una parte della dottrina ritiene applicabile il principio di cui all'art.5 c.c. (che vieta gli atti di disposizione del proprio corpo "quando siano altrimenti contrari alla legge, all'ordine pubblico o al buon costume") a qualunque fattispecie che riguardi il corpo umano, compresa la messa a diposizione, a titolo gratuito o dietro corrispettivo, del corpo di un'altra donna per fini procreativi[7].

La posizione tradizionale della dottrina - rifacendosi a quanto statuito dall'art.269 c.c. (secondo il quale prova della maternità è il parto) ritiene che il rapporto di parentela si instauri solo con colei che abbia partorito il figlio, a prescindere da chi abbia fornito il materiale genetico (ovocita)[8]. Tale orientamento è stato tuttavia contestato da quanti lo ritengono oramai anacronistico, poiché legato ad un'epoca in cui era inimmaginabile l'esistenza contemporanea di una madre sociale (committente), una genetica o biologica (donatrice dell'ovocita) ed una uterina (gestante).

Vi è anche chi ha ipotizzato la configurabilità del reato di cui all'art. 567, II co., c.p. (reato di alterazione di stato) nella richiesta di trascrizione di un atto di nascita in cui la madre committente viene indicata madre giuridica a tutti gli effetti in luogo della partoriente. Peraltro, come di seguito meglio esposto nel commento alla sentenza del Tribunale di Trieste, per la configurabilità del reato: (a) manca la materialità del delitto poiché i certificati vengono validamente emessi dal Paese estero; e, (b) manca il dolo generico, ovvero la prova dell'elemento psicologico del delitto. Sul piano penale, peraltro, l'art. 7 c.p.[9] non contempla tra i reati commessi all'estero e perseguibili in Italia il delitto previsto e punito dall'art.12, l. 40/2004. E' evidente quindi come non sussista la giurisdizione del giudice italiano e sarebbe poco prudente configurare l'ipotesi di applicazione dell'art.6, II co. c.p.[10] laddove parte della condotta ritenuta illecita sia stata commessa in Italia (ad esempio il pagamento della prestazione).

La giurisprudenza, infine, si è sinora pronunciata in rare occasioni sul tema generale della surrogazione di maternità. In tempi recenti, dopo l'introduzione della l. 40/2004, oltre alla forte percezione dell'esigenza di adeguamento della normativa ai cambiamenti della società, il dibattito si è incentrato sulla possibilità o meno di dare ingresso in Italia agli effetti della legge straniera (che consente la fecondazione eterologa), tramite la trascrizione dei certificati di nascita provenienti dallo Stato estero.

Trascrizione del certificato di nascita che si traduce nell'attribuzione degli effetti giuridici italiani ad un atto prodotto da uno Stato estero, implicante (il certificato) una previa attribuzione dello status di figlio attraverso il riconoscimento, lecitamente effettuato in base ai criteri normativi vigenti nello Stato straniero.

Da tenere presente, per una lettura coscienziosa della giurisprudenza sotto riportata, che l'art.9[11] della l.40/2004 espressamente: (a) preclude al padre sociale l'azione di disconoscimento della paternità e l'impugnativa del riconoscimento per difetto di veridicità e (b) prescrive che la madre sociale non possa dichiarare di non voler essere nominata.

ORIENTAMENTO GIURISPRUDENZIALE

Tra le poche pronunce dei Tribunali italiani, alcune sono estremamente significative e, succedendosi nel tempo, hanno arricchito l'interpretazione normativa in materia, determinando un orientamento giurisprudenziale (che ad oggi si potrebbe considerare maggioritario) favorevole alla trascrizione dei certificati di nascita formati in Stati esteri di figli generati attraverso l'inseminazione eterologa, ovvero la maternità surrogata.

Il primo provvedimento, estremamente approfondito, è della Corte d'Appello di Bari del 13 febbraio 2009.

Apporta ulteriori importanti principi guida e spunti riflessivi il decreto del Tribunale di Napoli del 1 luglio 2011.

Interessante il provvedimento del PM di Catania, Dott.ssa Marisa Scavo in data 30 marzo 2013, che si incardina su un principio fondamentale condiviso dai colleghi di Bari, e di Napoli, ossia quello della responsabilità procreativa finalizzata a proteggere il valore della tutela della prole.

La sentenza del GUP presso il Tribunale di Trieste, pubblicata il 6 giugno 2013, recepisce e avvalora le considerazioni espresse nelle suddette decisioni ed esclude la configurabilità del delitto di cui all'art.567 c.p..

Di segno opposto, invece, con un orientamento interpretativo diverso, sono le decisioni del Tribunale di Forlì del 25 ottobre 2011 e del Tribunale per i Minorenni di Milano in data 3 agosto 2012 (pubblicato all'esito di un procedimento avente ad oggetto l'eventuale dichiarazione di adottabilità del minore ma che interessa per un passaggio della motivazione).

CORTE D'APPELLO DI BARI SENTENZA DEL 13 FEBBRAIO 2009 (ITALIA-INGHILTERRA)

Nel 1997 (quindi prima della l. 40/2004), una coppia di coniugi (la moglie cittadina italiana, il marito cittadino inglese) aveva fatto ricorso alla surrogazione di maternità in Inghilterra poiché alla moglie era stato diagnosticato un tumore al collo dell'utero ed aveva subito un intervento chirurgico di isterectomia. La Corte d'Appello di Bari era stata chiamata a pronunciarsi sulla domanda di trascrizione nei registri dello Stato civile italiano dei c.d. parental order, emessi dall'Autorità Giudiziaria britannica nel 1998 e nel 2001, con i quali era stata attribuita alla madre committente (cd. madre sociale) la maternità dei due figli, nati con maternità surrogata. Il caso si era complicato perché i due genitori non avevano mai provveduto al riconoscimento in Italia delle due sentenze inglesi e nel frattempo la relazione matrimoniale era naufragata. Il Comune italiano aveva ritenuto non trascrivibili i "provvedimenti parentali" emessi dalla Family Proceedings Court principalmente (e per quanto qui ci interessa) perchè nell'ordinamento giuridico italiano non è prevista l'attribuzione della maternità a seguito di un accordo di surrogazione eterologa.

Con decisione del 13 febbraio 2009, la Corte d'Appello di Bari, sez. civ. per la famiglia, in accoglimento della domanda della madre, ha accertato la sussistenza dei requisiti di legge per il riconoscimento nello Stato italiano del parental order, dichiarandone l'efficacia ai fini trascrizionali.

A prescindere dalle considerazioni che seguono, di più amplia applicazione, vale premettere come nel caso specifico i giudici italiani abbiano ritenuto pienamente legittime le sentenze emanate dalla Corte inglese, innanzitutto sulla base del disposto dell'art. 33, I co., della l. 218/1995, antecedente alla modifica di cui all'art. 101 del d.lgs. 154/2012, secondo cui "il rapporto di filiazione è determinato dalla legge nazionale del figlio al momento della nascita". Nel caso in esame, non vi era alcun dubbio sulla cittadinanza inglese dei due bambini acquisita sia iure sanguinis dal padre inglese, sia iure soli essendo nati nel Regno Unito.

Ma il passaggio più interessante riguarda il recepimento nel nostro ordinamento degli effetti della normativa straniera conseguente alla valutazione della sua non contrarietà all'ordine pubblico. La legge di riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato n.218 del 1995 prevede, infatti, all'art.16, il limite all'applicabilità della legge straniera "se i suoi effetti sono contrari all'ordine pubblico". Tale principio è richiamato all'art.64, lett.g, ove è previsto il riconoscimento automatico delle sentenze straniere purché le loro disposizioni non producano effetti contrari all'ordine pubblico, e all'art. 65, che statuisce il riconoscimento dei "provvedimenti stranieri relativi alla capacità delle persone nonché all'esistenza di rapporti di famiglia o di diritti della personalità [...] purché non siano contrari all'ordine pubblico e siano stati rispettati i diritti essenziali della difesa".

Ordine pubblico internazionale

Si trattava, quindi, di comprendere se la contrarietà o meno all'ordine pubblico andasse verificata rapportando i valori di fondo dell'ordinamento interno (che la legge 40/2004 intende tutelare) agli effetti che la sentenza straniera avrebbe prodotto in Italia.

Nella propria interpretazione del significato di ordine pubblico, la Corte d'Appello di Bari si è richiamata all'orientamento della Corte di Cassazione (sez. lav.) che con decisione del 23.2.2006 n. 4040 aveva considerato come "La nozione dell'ordine pubblico...non può essere individuata esclusivamente sulla base dell'assetto interno...i parametri di conformità all'ordine pubblico internazionale non coincidono con le norme inderogabili dell'ordinamento italiano...ma devono essere rinvenuti in esigenze (comuni a diversi ordinamenti statali) di garanzia di tutela dei diritti fondamentali dell'uomo o in valori fondanti dell'intero assetto ordinamentale". Principio di ordine pubblico internazionale che "non si identifica con quello interno, perché altrimenti le norme di conflitto sarebbero operanti solo ove conducessero all'applicazione di nome materiali aventi contenuto simile a quelle italiane, cancellando la diversità tra sistemi giuridici e rendendo inutili le regole del diritto internazionale privato"(Corte Cass. sez. lavoro, 4.5.2007, n.10215).

Sul punto la Corte d'Appello di Bari ha pertanto concluso come, nel caso di specie, oltre che in via di principio, debba farsi riferimento alla nozione di ordine pubblico internazionale e che (a) il fatto che la legislazione italiana vieti la tecnica della maternità surrogata e che (b) sia ispirata al principio delle prevalenza della maternità "biologica" su quella "sociale", non sono, di per sé, indici di contrarietà all'ordine pubblico internazionale.

Il maggior interesse del minore

Una volta individuato il principio cardine di apprezzamento delle normative straniere di segno opposto in materia di maternità surrogata e del legittimo ingresso degli effetti delle stesse in Italia, il passaggio logico successivo ha riguardato il maggior interesse dei due minori ad essere riconosciuti come figli della madre sociale con la quale già vivevano in Italia.

La Corte d'Appello di Bari ha quindi richiamato: a) sia la Convenzione sui diritti dell'infanzia, approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York del 1989, ratificata e resa esecutiva in Italia con la l. 176/1991, che afferma che "in tutte le decisioni relative ai fanciulli/e di competenza sia delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative, l'interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente"; b) sia il Regolamento CE n. 2201/2003 che prevede che la valutazione della non contrarietà all'ordine pubblico delle sentenze straniere in materia di rapporti tra genitori e figli, debba essere effettuata tenendo conto "dell'interesse superiore del minore" (art. 23 del Reg. CE n.2201/2003 – direttamente applicabile ai Paesi UE).

Sotto questo profilo la Corte barese ha ritento che fosse meritevole di accoglimento la domanda della madre committente di vedere riconosciuti e trascritti nei registri dello Stato Civile italiano i certificati di nascita dei propri due figli: (a) in considerazione della primaria tutela al favor filiationis (rispetto al favor veritatis) essendo indispensabile continuare ad assicurare ai minori il rapporto con i genitori committenti, con i quali hanno vissuto sin dalla nascita; (b) sulla scorta del diritto alla libera circolazione delle persone tra i cittadini degli Stati membri dell'UE, alla luce del quale non era possibile immaginare che i due minori si potessero trovare nella condizione di vivere in uno Stato in cui non veniva riconosciuto il loro legame di filiazione con la madre sociale, che era stato invece riconosciuto da un altro Stato dell'UE.

Principi applicati

In conclusione la Corte d'Appello di Bari ha enucleato i seguenti punti fermi:

(a) la nozione di ordine pubblico internazionale è più ristretta rispetto a quella di ordine pubblico interno e non coincide con le norme inderogabili dell'ordinamento italiano, ma deve essere rinvenuta in esigenze (comuni ai diversi ordinamenti statali) di garanzia di tutela dei diritti fondamentali dell'uomo o in valori fondanti dell'intero assetto ordinamentale;

(b) la maternità surrogata è ammessa da alcuni Stati dell'UE, sì che non è contraria all'ordine pubblico internazionale, essendo evidente che essa non collide con le esigenze (comuni ai diversi ordinamenti statali) di garanzia di tutela dei diritti fondamentali dell'uomo o in valori fondanti dell'intero assetto ordinamentale;

(c) ...omissis...;

(d) nella valutazione degli effetti, nel nostro ordinamento, del riconoscimento o meno dei provvedimenti giurisdizionali stranieri deve aversi prioritario riguardo all'interesse superiore del minore;

(e) nel caso specifico l'interesse superiore del minore era senz'altro quello di vedere riconosciuti i provvedimenti inglesi;

(f) il mancato riconoscimento avrebbe leso il diritto alla libera circolazione all'interno della Comunità Europea dei cittadini degli Stati membri;

(g) la stessa giurisprudenza della Corte di Cassazione (seppur in ambito affine – 16.3.1999 n.2315) ha stabilito che il principio del favor veritatis non è inderogabile e che addirittura in alcuni casi deve cedere il passo al favor filiationis, avendo come parametro di riferimento il superiore interesse del minore che ha diritto ad avere una figura materna e una paterna.

Questi, in sostanza, i termini salienti e di più ampio interesse rispetto al caso specifico.

TRIBUNALE DI NAPOLI DECRETO 1 LUGLIO 2011 (ITALIA-USA COLORADO)

In senso analogo si è pronunciato il Tribunale di Napoli - sezione I civile - con decreto del 1.7.2011, in materia di trascrizione dei certificati di nascita di due bambini, nati in Colorado (USA) da padre single, con doppia cittadinanza italiana e statunitense, attraverso la tecnica della maternità surrogata. Avverso il rifiuto dell'Ufficiale di Stato civile italiano di procedere alla trascrizione dei certificati di nascita per ritenuta contrarietà all'ordine pubblico, il padre aveva proposto ricorso ex art.95 e 96 del DPR 396/2000[12].

I giudici partenopei hanno preliminarmente chiarito quale fosse l'oggetto del giudizio, ovvero "la possibilità di dare ingresso in Italia, tramite la trascrizione dei certificati di nascita, alla legge straniera che consente la fecondazione eterologa, ai soli fini del riconoscimento del rapporto di filiazione.". E poiché l'unico limite posto dal Testo Unico sullo Stato civile, nonché dalla legge sul diritto internazionale privato, è la nozione di ordine pubblico, è su detta definizione che è stato necessario sviluppare lo schema di ragionamento logico giuridico.

Ordine pubblico: confronto di valori costituzionali interni con quelli condivisi dalla comunità internazionale

In linea col giudice di Bari, anche il Tribunale di Napoli ha considerato come:

- da un lato, l'ordine pubblico sia concettualmente concepito come una "valvola di sicurezza...che...permette all'ordinamento giuridico di adattarsi alle trasformazioni sociali, economiche, politiche e culturali, conservando però un carattere proprio; quello di "limite protettivo" dei principi fondamentali dell'ordinamento"

ma anche come

- dall'altro, uno Stato come il nostro, facente parte di una comunità internazionale nella quale partecipa attivamente "non può che avere un atteggiamento di apertura verso gli altri stati in nome della condivisione di principi fondamentali della comunità civile.". E che di conseguenza "l'accettazione o il rifiuto della norma straniera, rectius dei suoi effetti, avverrà sulla scorta di una valutazione di compatibilità o meno con i valori costituzionali e con quelli condivisi con la comunità internazionale e non già con singole norme imperative.".

Ed è pertanto una lettura costituzionalmente orientata del divieto della fecondazione eterologa (art. 4 l. 40/2004) che ha convinto il Tribunale di Napoli che "La produzione degli effetti della normativa straniera...non collide con i principi costituzionali né con quelli recepiti dalla comunità internazionale alla quale l'Italia appartiene condividendone i valori.".

Assunzione di responsabilità della procreazione e tutela del frutto dell'inseminazione

L'iter logico giuridico sviluppato dal giudice partenopeo per approdare alla decisione in esame parte quindi dall'analisi combinata del divieto contenuto nell'art.4 della l.40/2004 e dei principi costituzionali espressi dagli artt. 29, 30 e 31 della Costituzione[13], la cui portata (sottolinea il giudicante) può essere pienamente compresa richiamando un precedente giudiziario del medesimo Foro (ordinanza Trib. Napoli 2.4.1997 – Foro It., 1997, 2677) che, affrontando un caso di disconoscimento del figlio da parte del padre committente, aveva considerato come il consenso prestato da quest'ultimo alla fecondazione eterologa, seppur non fosse idoneo ad escludere a priori la legittimità dell'azione di disconoscimento, aveva necessariamente il significato di "condotta socialmente rilevante di assunzione di responsabilità verso una nuova vita" nel rispetto dei diritti costituzionalmente protetti di un figlio (alla propria identità, al proprio nome e così via).

Questo orientamento del 1997 venne sottoposto al vaglio della Corte Costituzionale avanti alla quale il Tribunale di Napoli sollevò questione di legittimità costituzionale dell'art.235 c.c. nella parte in cui non preclude l'azione di disconoscimento di paternità al padre che abbia acconsentito all'inseminazione eterologa. Con sentenza 26.9.1998 n.347, la Corte Costituzionale, preso atto della carenza normativa, espresse il principio della necessità di tutelare i diritti della persona nata da fecondazione assistita nei confronti di chi (i genitori) si sia liberamente impegnato ad accoglierlo assumendone le relative responsabilità (v. Orientamenti giurisprudenziali in tema di procreazione medicalmente assistita prima e dopo la legge n.40/2004 in Famiglia e Diritto, 2007, n.1 pag.87).

Principio che è stato poi recepito dal Legislatore nell'art. 9 della l. 40/2004.

Prevalenza della verità legale

Con tutta evidenza, quindi, è dal 2004 (con l'introduzione del divieto al disconoscimento contenuto nell'art. 9 della l. n.40) che la "verità legale" ha fatto ingresso nel nostro sistema normativo attuando il principio di responsabilità nella procreazione e di rispetto dei diritti e doveri derivanti dalla procreazione stessa. Principi, tutti, costituzionalmente tutelati.

Principi applicati: responsabilità procreativa e diritti del figlio

Conclusivamente è stato pertanto affermato che la trascrizione del certificato di nascita di un minore, frutto di fecondazione eterologa in un Paese in cui la stessa è ammessa, non contrasta con il nostro ordine pubblico poiché in seno al nostro ordinamento risiede il principio guida della "responsabilità procreativa finalizzato a proteggere il valore della tutela della prole, principio che è assicurato sia dalla procreazione naturale che da quella medicalmente assistita ove sorretta dal consenso del padre sociale".

Di conseguenza, scrivono i giudici napoletani, "l'ingresso della normativa straniera, ovvero dei suoi effetti, non mette in crisi uno dei principi cardine dell'ordinamento ben potendo coesistere ed armonizzarsi il divieto di ricorrere a tecniche di fecondazione eterologa in Italia con il riconoscimento del rapporto di filiazione tra il padre sociale ed il nato a seguito di fecondazione eterologa...anche perché questo e solo questo è l'effetto prodotto e non certo la legittimazione tout court della fecondazione eterologa".

A diversa conclusione non si sarebbe potuto pervenire se non disconoscendo la concezione laica del nostro ordinamento che, fondata sulla c.d. bioetica laica in contrapposizione a quella cattolica, fa prevalere il c.d. favor affectionis (ovvero la preminenza del dato volitivo rispetto a quello biologico), e il favor legitimatis rispetto al favor veritatis ad esclusiva tutela dei diritti costituzionalmente garantiti del cittadino nato con fecondazione eterologa ammessa in Paese estero, i cui principi, se non condivisi dall'Italia, devono essere comunque rispettati in nome di quella condivisone dei superiori principi fondamentali della comune civiltà e di tutela del singolo individuo.

Il rischio di elusione del divieto ex art.9 l.40/2004

Di immeditata percezione in ogni caso che se, per espressa previsione di legge, in Italia il genitore sociale non può disconoscere il figlio avuto con fecondazione eterologa (ex art.9 l.40/2004), altrettanto, per converso, deve essergli permesso di confermare la propria assunzione di responsabilità, di affermare la verità legale con la trascrizione del certificato di nascita del figlio (alla cui tutela mira l'affermazione della verità legale) avuto con fecondazione eterologa in uno Stato in cui questo tipo di procedura è lecita. Una diversa interpretazione permetterebbe il superamento del divieto normativo interno, attraverso la deresponsabilizzazione del genitore committente con il semplice richiamo della violazione dell'ordine pubblico interno.

TRIBUNALE DI CATANIA, PM DOTT.SSA MARISA SCAVO, 30 MARZO 2013 (ITALIA-INDIA)

Alle medesime conclusioni (vale a dire che il principio guida è quello della responsabilità procreativa finalizzato a proteggere il valore di tutela della prole) è pervenuta (nella valutazione sull'ammissibilità o meno della trascrizione del certificato di nascita di prole nata mediante la tecnica della fecondazione eterologa all'estero), anche la Procura della Repubblica di Catania con provvedimento in data 30.3.2013 (fascicolo n.2/2013). Si trattava del caso di una coppia italiana, ricorsa alla procedura della maternità surrogata in India (ove tale tecnica procreativa è legale), che ha chiesto la trascrizione degli atti di nascita dei due figli (già iscritti agli Uffici dello Stato Civile di New Delhi), presso il Comune di residenza italiano.

TRIBUNALE DI TRIESTE SENTENZA DEL 6 GIUGNO 2013 (ITALIA-UCRAINA)

Più recentemente, sulla scorta di tali precedenti orientamenti giurisprudenziali, si è pronunciato anche il Tribunale di Trieste (Ufficio del giudice per l'udienza preliminare - sentenza n. 349/2013) che ha assolto due coniugi (che avevano fatto ricorso alla tecnica della maternità surrogata), imputati del reato di "alterazione di stato", di cui all'art. 567, II co, c.p., per aver consegnato all'ambasciata d'Italia a Kiev, con richiesta di trascrizione presso il Comune di Trieste, i certificati di nascita dei loro bambini rilasciati dall'Ufficio di Stato Civile di Zythomir in Ucraina, ritenuti tuttavia ideologicamente falsi, poiché in essa era indicata la moglie come madre dei minori.

La segnalazione era partita dal Capo della Cancelleria Consolare dell'Ambasciata d'Italia che, nonostante ritenesse i certificati formalmente validi, nutriva dubbi in ordine ad una eventuale maternità surrogata sulla base dei visti di ingresso del passaporto e dell'impossibilità di poter volare in stato avanzato di gravidanza (fino alla 36a settimana di gravidanza, le compagnie aeree accolgono le gestanti senza problemi, con regole che variano da compagnia a compagnia. Tuttavia, a partire dalla 28a settimana è necessario un certificato medico in cui la donna in stato interessante dichiara di non essere a rischio parto e al termine della 35a settimana scatta il "divieto di decollo" per evitare il pericolo che il piccolo venga alla luce in aereo).

Mancanza della materialità del delitto

Svolta l'istruttoria ed appurata la surrogazione di maternità, il giudice triestino ha preliminarmente appurato che i certificati di nascita erano formalmente validi e legittimamente confezionati dall'Ucraina ed ha quindi conseguentemente escluso di poterli considerare ideologicamente falsi, venendo così a mancare la materialità del delitto p.p. dall'art. 567 co.2 c.p., che prevede la condotta di chi "nella formazione di un atto di nascita, altera lo stato civile di un neonato, mediante false certificazioni, false attestazioni o altre falsità.".

Insussistenza dell'elemento psicologico

Gli imputati erano inoltre perfettamente consapevoli che la legge italiana vieta la fecondazione eterologa mentre è pratica legale in Ucraina, al quale Stato infatti si erano rivolti e dal quale avevano ricevuto regolari certificati di nascita dei propri figli, facendo così mancare anche la "prova della sussistenza dell'elemento psicologico di tale delitto, che richiede il dolo generico consistente nella contemporanea presenza nell'agente della consapevolezza della falsità della dichiarazione o certificazione, della volontà di effettuarla e della previsione dell'evento di attribuire al neonato uno stato civile diverso da quello che gli spetterebbe secondo natura (cfr. Cass., sez. VI, 12,2,2003 n. 17627, Ratano ed altro)".

L'OP e l'interesse superiore del figlio

Rinvia, in ultimo (relativamente alla convalida degli effetti civili della normativa straniera attraverso la trascrizione dei certificati di nascita), alle decisioni di Bari e di Napoli "secondo cui la valutazione di non contrarietà all'ordine pubblico degli effetti dell'applicazione della legge straniera, richiesta dall'art.16 della L.218/1995 andrebbe effettuata ex art. 23 del Reg. CE n.2201/2003, tenendo conto dell'interesse superiore del figlio".

TRIBUNALE DI FORLÌ DEL 25 OTTOBRE 2011 (ITALIA-KENIA)

Si tratta di un caso di surrogazione gestazionale effettuato in Kenia da cui sono nati due gemelli. Correttamente il Tribunale di Forlì aveva rilevato come fosse preliminarmente necessario appurare se la trascrizione di un atto di nascita validamente formato all'estero, che individui nei committenti il padre e la madre dei gemelli, sia (la trascrizione) contraria o meno all'ordine pubblico ai sensi del combinato disposto degli artt. 18 d.P.R. 396/2000 e 16 l. 218/1995.

Con una breve ma accurata motivazione, il giudice romagnolo è pervenuto alla conclusione della non contrarietà all'ordine pubblico della trascrizione dei certificati validamente emessi da un Paese estero, articolando il ragionamento attraverso il principio della responsabilità procreativa (nel senso che chi vi ha fatto ricorso non può avvalersi della illegittimità della fecondazione eterologa per negare il rapporto di filiazione con il nato), e attraverso il diritto costituzionalmente protetto del minore ad avere i genitori che si sono assunti quella volontà procreativa (facendo quindi prevalere il favor legitimatis rispetto al favor veritatis).

E testualmente conclude sul punto: "non è dunque contrario all'ordine pubblico – inteso come l'insieme dei principi etici, politi, economici e sociali che, in un determinato momento storico, sono posti dalla costituzione e dalle leggi (anche in via di adattamento al diritto internazionale) a base degli istituti giuridici, a presidio dei valori fondamentali che debbono essere rispettati per assicurare l'armonia dell'ordinamento giuridico – il riconoscimento dello stato di filiazione legittima del bambino nei confronti dei genitori che abbiano fatto ricorso, seppur in maniera illecita, alle tecniche di procreazione assistita."

L'approdo finale del Tribunale di Forlì è tuttavia disarmonico. Da un lato, infatti "assolve" il padre committente (nonché padre genetico), autorizzando la trascrizione del certificato di nascita dei bambini, dall'altro, penalizza la madre sociale alla quale, quindi, non viene permesso di risultare madre giuridica di quei bambini. Si legge infatti che: "La questione merita però un ulteriore approfondimento rispetto alla posizione della sig.ra ..., del tutto dissimile da quella del marito" ed organizza la propria decisione sulla base delle seguenti considerazioni:

·        che il principio di tutela della maternità prevista dall'art.31, II co., Cost. non può prescindere da un legame di tipo naturale fra madre e figlio dato dalla gestazione;

·        che corrisponde a un principio di diritto naturale il fatto che la madre debba essere individuata nella donna che ha permesso, tramite la gestazione, che l' iniziale fecondazione progredisse fino al punto di consentire la nascita di un essere umano;

·        che per contro non pare si possa parlare di maternità nel caso in cui non esista un legame naturale di gestazione fra madre e figlio;

·        che la legge n. 40/2004 si ispira chiaramente a questo principio, riconoscendo la gestazione come elemento imprescindibile del rapporto di maternità, laddove impedisce, da una parte, alla donna che abbia partorito un figlio nato a seguito di tecniche di procreazione assistita di non essere nominata nella dichiarazione di nascita, ai sensi dell'art.30, 1 co., d.P.R. 396/2000, e, dall'altra, al donatore di gameti di acquisire una relazione giuridica parentale con il minore;

·        che, allora, se la gestante non può disconoscere il proprio rapporto di maternità con il nato, ne deriva che tale esclusione implicitamente afferma che madre di un bambino non può che essere considerata la donna che lo ha fatto nascere alla vita;

·        che dunque la madre del bambino deve giocoforza essere individuata nella donna gestante e partoriente;

·        che pertanto la tecnica della maternità surrogata non ha titolo a trovare riconoscimento nel nostro ordinamento per contrarietà all'ordine pubblico, ai principi costituzionali in materia di tutela della maternità e alla normativa ordinaria in materia di procreazione assistita;

·        che quanto sopra viene avvalorato dal fatto che la richiesta non è supportata non solo dal parto, ma nemmeno da qualsiasi apporto all'atto di fecondazione;

·        che pertanto il legame materno si ridurrebbe a un semplice elemento volontaristico che prescinde da qualsiasi legame biologico o naturale;

·        che questo elemento volontaristico trova riconoscimento, valorizzazione e disciplina in appositi istituti giuridici, quali l' adozione di minorenne, che, nell' intento di tutelare l'infanzia prevedono la creazione di un vincolo giuridico che prevalga sul dato naturale.

All'esito di queste valutazioni, il Tribunale di Forlì ha dunque accolto il ricorso del padre sociale, ordinando la trascrizione del certificato di nascita dei minori (e si legge: "a prescindere dal fatto che la fecondazione sia avvenuta in violazione del disposto dell' art. 4, 3 co., legge n.40/2004.") e ha rigettato la richiesta della madre, perchè in contrasto con l'ordine pubblico.

Tribunale per i Minorenni di Milano 3 agosto 2012 (Italia-India)

Si tratta di un caso di surrogazione gestazionale effettuato in India da cui è nato un bambino. I genitori avevano chiesto la trascrizione del certificato di nascita formato in India nei registri dello Stato Civile di Milano. In seguito ad alcune perplessità (sulla tecnica procreativa), esposte dal Consolato d'Italia in India era stata sospesa la trascrizione del certificato da parte dell'Ufficiale di Stato civile di Milano e, all'epoca dei fatti, il minore risultava ancora non riconosciuto da parte dei genitori. E nel frattempo, su ricorso del Pubblico Ministero era stato instaurato avanti al Tribunale per i Minorenni di Milano un procedimento per ottenere la dichiarazione di adottabilità del minore laddove il padre sociale (anche genetico), non avesse provveduto al riconoscimento del piccolo.

Si legge nella motivazione che i supposti genitori erano "entrati in Italia con certificato di nascita che, seppur contenente dati difformi al vero e contrari all'ordine pubblico, erano invece conformi a quanto previsto dalla legislazione indiana...". Quindi, nonostante il certificato fosse validamente emesso da uno Stato straniero, il nostro Ufficio di Stato Civile non ne aveva riconosciuto la validità ai fini trascrizionali.

La procedura avanti al Tribunale per i Minorenni si è poi esaurita in cinque mesi – il 3.8.2012 - con sentenza di non luogo a provvedere sullo stato di adottabilità del minore grazie alle relazioni positive dei Servizi Territoriali.

Quanto ci interessa in realtà è un altro aspetto che si ricava dalla narrativa della precitata sentenza. Ovvero il decreto n. 1248/12 RG/E pubblicato il 4 maggio 2012 con cui il Giudice Minorile di Milano ha autorizzato l'impugnazione del riconoscimento effettuato dalla madre sociale "posto che, quale che sia la legislazione indiana (come si è evidenziato il consolato è incerto sul punto e i genitori nulla hanno prodotto) il riconoscimento effettuato dalla madre è stato ritenuto contrario ai principi di ordine pubblico ai sensi dell'art 16 della L. 218/1995 che non consente l'applicazione della legge straniera se i suoi effetti sono contrari all'ordine pubblico. In particolare il Tribunale ha ritenuto il riconoscimento e la sua trascrizione palesemente contraria non solo ai principi desumibili dall'art 269 cc (che presuppone che madre sia colei che ha partorito il minore) ma anche rispetto ai fini tutelati dalla legge n. 40 del 19 febbraio 2004...La contrarietà ai principi di ordine pubblico (dovendosi applicare la legislazione nazionale trattandosi di minore riconosciuto da cittadini italiani ex art 33 l. 218/85 come puntualmente osservato dal curatore) è altresì ricavabile dalla normativa sull'adozione posto che il minore è nato da ovulo di altra donna e partorito da altra donna ancora che non ha inteso essere nominata nell'atto di riconoscimento. La situazione pertanto non è in nulla difforme da una adozione di minore partorito da altra donna, con la differenza che, formandosi l'atto di nascita con le modalità scelte dalla coppia, si finisce per occultare le origini adottive del minore. Tutto ciò è avvenuto in violazione della normativa sull'adozione nella quale si richiedono alcuni presupposti che la coppia pacificamente non possiede, quale lo stato di coniugio, ma in particolare la differenza di età, nel caso di specie palesemente violata da entrambi i genitori (art 6.3 l. adoz. "L'età degli adottanti deve superare di almeno diciotto e di non più di quarantacinque anni l'età dell'adottando", nel caso di specie la differenza è di 47 anni per il padre ed addirittura di 53 per la signora YY).".

Concludendo

Da quanto sin qui analizzato, non può esprimersi che un giudizio favorevole in merito ai risultati cui sono pervenuti i Tribunali di Bari, Napoli e Trieste.

Nessun dubbio in effetti, sotto un profilo generale, come i principi richiamati nelle loro decisioni siano condivisibili non solo sul piano giuridico ma anche, e soprattutto, sotto il profilo socio culturale. Non tutti ma molti, in questo momento storico, vivono in famiglia e nella società civile delle dinamiche relazionali molto lontane da quelle dei nostri Costituenti, tanto da farci percepire la necessità che il Legislatore appronti un orizzonte di tutela più amplio.

Prendiamo la vicenda esaminata dai Tribunali di Forlì e di Milano. I capi d'accusa più gravi e gli effetti negativi delle pronunce ricadono solo sulla madre sociale, pretermessa dal proprio ruolo nonostante il divieto contenuto nell'art. 9 della legge 40/2004.

Ecco allora, in definitiva, che il risultato di un orientamento diverso e minoritario non può che essere impopolare.

La violazione della surrogazione di maternità (se di violazione può parlarsi quando la condotta viene perpetrata in uno Stato estero in cui è lecita e tale condotta non è prevista dal nostro art. 7 c.p.) penalizza la madre committente, la cui volontà procreativa non rileva e che incorre (incolpevolmente, quindi) nel divieto di non essere menzionata come madre del minore (art.9 l.40/2004).

Resta l'indubbia importanza giuridica e culturale della prova della maternità (art.269 c.c.) ma deve essere contemperata con il rispetto dei principi richiamati dall'orientamento giurisprudenziale maggioritario.

Riflessioni che inducono ad una lettura più approfondita della decisone del Tribunale di Forlì partendo da un'importante premessa: la maternità surrogata è fecondazione eterologa.

La fecondazione eterologa non è solo gestazionale, ma è anche donazione di spermatozoi (oltre che di ovociti, appunto). La donazione di spermatozoi e di ovociti deve quindi essere posta sullo stesso piano altrimenti si attuerebbe una grave discriminazione. Se in Italia infatti il padre sociale può essere padre anche solo per atto volontaristico (perché può non intervenire nella fecondazione dell'embrione quando viene demandata ad un donatore) allora questa chance va concessa anche alla madre sociale nonostante il nostro dettato normativo individui la madre come la donna gestante e partoriente.

Ad avvalorare la parità nella procreazione surrogata interviene anche l'art. 9 l.40/2004 secondo il quale la madre sociale non può dichiarare la volontà di non essere nominata nella fecondazione. Unica eccezione sulla quale si potrebbe ragionare e dibattere è proprio la previsione del terzo comma dell'art. 9 l.40/2004 dove si legge che "In caso di applicazione di tecniche di tipo eterologo in violazione del divieto di cui all'articolo 4, comma 3, il donatore di gameti non acquisisce alcuna relazione giuridica parentale con il nato e non può far valere nei suoi confronti alcun diritto né essere titolare di obblighi." Mentre nulla è previsto rispetto alla donatrice di ovocita. Vi è chi potrebbe ritenere che implicitamente il legislatore abbia inteso escludere la possibilità di accedere alla surrogazione di maternità da parte della donna proprio in virtù della nostra concezione di maternità. Si perverrebbe allora alla conclusione che la donna può eccedere alla donazione eterologa (sia di ovociti sia di spermatozoi) e che in tal caso non può non essere menzionata come madre del frutto dell'inseminazione a patto che l'embrione così fecondato le venga impiantato e partorisca. Argomentazione debole ma perspicace.

In ogni caso, la soluzione a cui si ritiene di pervenire è che la madre è certamente genitrice laddove sia gestante e partoriente a meno che non abbia stipulato un contratto di maternità surrogata all'estero, in uno Stato in cui è lecita la procedura e dal quale sia rientrata in Italia con il frutto della propria volontà procreativa. La maternità è stata acquisita all'estero dove la madre sociale è madre a tutti gli affetti a prescindere dalla nostra concezione della maternità collegata strettamente al parto. Negare al Paese straniero di poter decidere chi e come nel proprio territorio diventa madre, equivarrebbe alla violazione del doveroso rispetto dei principi di un altro Stato e soprattutto alla sconfessione dei principi condivisi da parte della comunità internazionale alla quale apparteniamo.

Non si può prescindere da queste riflessioni. Né si possono ipotizzare critiche di valore. Ci si trova di fronte a un Paese estero, in cui la procreazione è avvenuta, dove il ruolo della madre surrogata è ben normato, così come sono ben qualificati i doveri della madre committente che contrattualmente e giuridicamente non può che dichiarasi madre di quel bambino partorito da un'altra donna. Nessun senso avrebbe privare la madre sociale del diritto acquisito in uno Stato estero, espropriandola del diritto alla responsabilità procreativa, a scapito del maggior interesse del minore.

[1] La procreazione medicalmente assistita e le sue sfide, a cura di Lisa Lombardi e Silvia De Zordo, Editore Franco Angeli, 2013.

[2] ART. 4. l.40/2004 (Accesso alle tecniche).

1. Il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita è consentito solo quando sia accertata l'impossibilità di rimuovere altrimenti le cause impeditive della procreazione ed è comunque circoscritto ai casi di sterilità o di infertilità inspiegate documentate da atto medico nonché ai casi di sterilità o di infertilità da causa accertata e certificata da atto medico.

2. Le tecniche di procreazione medicalmente assistita sono applicate in base ai seguenti princípi:

a) gradualità, al fine di evitare il ricorso ad interventi aventi un grado di invasività tecnico e psicologico più gravoso per i destinatari, ispirandosi al principio della minore invasività;

b) consenso informato, da realizzare ai sensi dell'articolo 6.

3. È vietato il ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo.

[3] ART. 12. l.40/2004 (Divieti generali e sanzioni).

1. Chiunque a qualsiasi titolo utilizza a fini procreativi gameti di soggetti estranei alla coppia richiedente, in violazione di quanto previsto dall'articolo 4, comma 3, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 300.000 a 600.000 euro.

2. Chiunque a qualsiasi titolo, in violazione dell'articolo 5, applica tecniche di procreazione medicalmente assistita a coppie i cui componenti non siano entrambi viventi o uno dei cui componenti sia minorenne ovvero che siano composte da soggetti dello stesso sesso o non coniugati o non conviventi è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 200.000 a 400.000 euro.

3. Per l'accertamento dei requisiti di cui al comma 2 il medico si avvale di una dichiarazione sottoscritta dai soggetti richiedenti. In caso di dichiarazioni mendaci si applica l'articolo 76, commi 1 e 2, del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445.

4. Chiunque applica tecniche di procreazione medicalmente assistita senza avere raccolto il consenso secondo le modalità di cui all'articolo 6 è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 5.000 a 50.000 euro.

5. Chiunque a qualsiasi titolo applica tecniche di procreazione medicalmente assistita in strutture diverse da quelle di cui all'articolo 10 è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 100.000 a 300.000 euro.

6. Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro.

7. Chiunque realizza un processo volto ad ottenere un essere umano discendente da un'unica cellula di partenza, eventualmente identico, quanto al patrimonio genetico nucleare, ad un altro essere umano in vita o morto, è punito con la reclusione da dieci a venti anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro. Il medico è punito, altresí, con l'interdizione perpetua dall'esercizio della professione.

8. Non sono punibili l'uomo o la donna ai quali sono applicate le tecniche nei casi di cui ai commi 1, 2, 4 e 5.

9. È disposta la sospensione da uno a tre anni dall'esercizio professionale nei confronti dell'esercente una professione sanitaria condannato per uno degli illeciti di cui al presente articolo, salvo quanto previsto dal comma 7.

10. L'autorizzazione concessa ai sensi dell'articolo 10 alla struttura al cui interno è eseguita una delle pratiche vietate ai sensi del presente articolo è sospesa per un anno. Nell'ipotesi di più violazioni dei divieti di cui al presente articolo o di recidiva l'autorizzazione può essere revocata.

[4] Gli atti rilasciati dai Paesi che hanno aderito alla Convenzione di Vienna dell'8 settembre 1976, che prevede il rilascio di un modulo plurilingue, sono esenti da legalizzazione e da traduzione. Tali Paesi sono: Austria, Belgio, Bosnia e Erzegovina, Croazia, Estonia, Francia, Germania, Italia, Lituania, Lussemburgo, Macedonia, Moldova, Montenegro, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Serbia, Slovenia, Spagna, Svizzera e Turchia.

[5] Art. 5 c.c. (Atti di disposizione del proprio corpo).

Gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica, o quando siano altrimenti contrari alla legge, all'ordine pubblico o al buon costume.

[6] Art. 269 c.c. (Dichiarazione giudiziale di paternità e maternità).

La paternità e la maternità naturale possono essere giudizialmente dichiarate nei casi in cui il riconoscimento è ammesso.

La prova della paternità e della maternità può essere data con ogni mezzo.

La maternità è dimostrata provando la identità di colui che si pretende essere figlio e di colui che fu partorito dalla donna, la quale si assume essere madre.

La sola dichiarazione della madre e la sola esistenza di rapporti tra la madre e il preteso padre all'epoca del concepimento non costituiscono prova della paternità naturale.

[7] In tal senso, Dogliotti, L'inseminazione artificiale e il parere del Comitato nazionale per la bioetica, in Famiglia e Diritto, 1994, p.554.

[8] Si veda, a tal proposito, Giammarinaro, I rischi: proibizionismo e mercificazione, in Avvenimenti, 12.3.2000; e Ferrando, Libertà, responsabilità e procreazione, Cedam, 1999, p.444.

[9] Art. 7. cp (Reati commessi all'estero).

E' punito secondo la legge italiana il cittadino o lo straniero che commette in territorio estero taluno dei seguenti reati:
1) delitti contro la personalità dello Stato italiano; (1)
2) delitti di contraffazione del sigillo dello Stato e di uso di tale sigillo contraffatto;
3) delitti di falsità in monete aventi corso legale nel territorio dello Stato, o in valori di bollo o in carte di pubblico credito italiano;
4) delitti commessi da pubblici ufficiali a servizio dello Stato, abusando dei poteri o violando i doveri inerenti alle loro funzioni;
5) ogni altro reato per il quale speciali disposizioni di legge o convenzioni internazionali stabiliscono l'applicabilità della legge penale italiana.

[10] Art. 6 (Reati commessi nel territorio dello Stato).

Chiunque commette un reato nel territorio dello Stato e' punito secondo la legge italiana.

Il reato si considera commesso nel territorio dello Stato, quando l'azione o l'omissione, che lo costituisce, e' ivi avvenuta in tutto o in parte, ovvero si e' verificato l'evento che e' la conseguenza dell'azione od omissione.

[11] ART. 9. l.40/2004 (Divieto del disconoscimento della paternità e dell'anonimato della madre).

1. Qualora si ricorra a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo in violazione del divieto di cui all'articolo 4, comma 3, il coniuge o il convivente il cui consenso è ricavabile da atti concludenti non può esercitare l'azione di disconoscimento della paternità nei casi previsti dall'articolo 235, primo comma, numeri 1) e 2), del codice civile, né l'impugnazione di cui all'articolo 263 dello stesso codice.

2. La madre del nato a seguito dell'applicazione di tecniche di procreazione medicalmente assistita non può dichiarare la volontà di non essere nominata, ai sensi dell'articolo 30, comma 1, del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396.

3. In caso di applicazione di tecniche di tipo eterologo in violazione del divieto di cui all'articolo 4, comma 3, il donatore di gameti non acquisisce alcuna relazione giuridica parentale con il nato e non può far valere nei suoi confronti alcun diritto né essere titolare di obblighi.

[12]

ART. 95 (Ricorso)

1. Chi intende promuovere la rettificazione di un atto dello stato civile o la ricostituzione di un atto distrutto o smarrito o la formazione di un atto omesso o la cancellazione di un atto indebitamente registrato, o intende opporsi a un rifiuto dell'ufficiale dello stato civile di ricevere in tutto o in parte una dichiarazione o di eseguire una trascrizione, una annotazione o altro adempimento, deve proporre ricorso al tribunale nel cui circondario si trova l'ufficio dello stato civile presso il quale è registrato l'atto di cui si tratta o presso il quale si chiede che sia eseguito l'adempimento.

2. Il procuratore della Repubblica può in ogni tempo promuovere il procedimento di cui al comma 1.

3. L'interessato può comunque richiedere il riconoscimento del diritto al mantenimento del cognome originariamente attribuitogli se questo costituisce ormai autonomo segno distintivo della sua identità personale.
ART. 96 (Procedimento)

1. Il tribunale può, senza particolari formalità, assumere informazioni, acquisire documenti e disporre l'audizione dell'ufficiale dello stato civile.

2. Il tribunale, prima di provvedere, deve sentire il procuratore della Repubblica e gli interessati e richiedere, se del caso, il parere del giudice tutelare.

3. Sulla domanda il tribunale provvede in camera di consiglio con decreto motivato. Si applicano, in quanto compatibili, gli articoli 737 e seguenti del codice di procedura civile nonché, per quanto riguarda i soggetti cui non può essere opposto il decreto di rettificazione, l'articolo 455 del codice civile."

[13] ART. 29.

La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.

Il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare.

ART. 30.

È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio.

Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti.

La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima.

La legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità.

ART. 31.

La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.

Protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.



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