Legislazione e Giurisprudenza, Matrimonio, famiglia di fatto -  Redazione P&D - 2015-03-16

MATRIMONIO NULLO: NON DOPO TRE ANNI ANCHE IN CASO DI INCAPACITA – Cass. civ. 1621/15 – Dario Primo TRIOLO

- Nullità del matrimonio

- Giurisdizione ecclesiastica e ordine pubblico

- La Cassazione ribadisce il suo orientamento e riscrive i rapporti tra giurisdizione italiana ed ecclesiastica

Il rapporto tra sentenze ecclesiastiche di nullità del matrimonio e ordinamento italiano rappresenta sicuramente uno degli argomenti di maggiore interesse degli ultimi anni.

Sebbene il nostro codice civile contenga, agli artt. 117 e ss., una disciplina della nullità del matrimonio, tale vizio, secondo la disciplina canonica risultante dai Patti Lateranensi, può essere dichiarato anche dai tribunali ecclesiastici. Le due giurisdizioni sono, infatti, tra loro autonome ed indipendenti, per cui può ben succedere che risultino pendenti nello stesso momento due domande di nullità, una dinnanzi al tribunale ecclesiastico e l"altra dinnanzi al tribunale italiano (Cass. 18627/14).

Le sentenze di nullità pronunciate dai tribunali ecclesiastici, però, non hanno immediata efficacia nel nostro ordinamento, ma devono essere sottoposte ad un giudizio da parte della Corte d"Appello competente, che deve accertare da un lato che sia stato rispettato nel corso del giudizio ecclesiastico il diritto di difesa e dall"altro che tali pronunce non siano contrarie all"ordine pubblico.

Ed è proprio tale ultimo limite che ha particolarmente acceso il dibattito in dottrina ed in giurisprudenza, in quanto a seconda dell"interpretazione che si fornisce di tale criterio, potrebbe aversi un  restringimento o un allargamento dell"ambito di efficacia nel nostro ordinamento delle pronunce rese dai tribunali ecclesiastici.

In un"ottica di collaborazione e di riconoscimento con la giurisdizione di tali tribunali, le Sezioni Unite, con la pronuncia 19809/08, avevano differenziato l"ordine pubblico in assoluto e relativo, concedendo solo al primo un"efficacia ostativa al riconoscimento delle sentenze ecclesiastiche.

Ed infatti, le Sezioni Unite hanno ritenuto che, nel procedere a tale riconoscimento, non si può non considerare la particolarità dell"ordinamento canonico, per cui si potrà ritenere che la sentenza emessa a seguito del giudizio rotale contrasti con l"ordine pubblico soltanto quando il vizio accertato in tale giudizio non trovi alcun riscontro, neanche astrattamente, nel nostro ordinamento.

La giurisprudenza ha fatto rientrare nel concetto di ordine pubblico assoluto i principi di affidamento e di buona fede,  che hanno impedito il riconoscimento nel nostro ordinamento di sentenze di nullità pronunciate dai tribunali ecclesiastici per esclusione dei bona matrimonii da parte di uno dei coniugi qualora l"altro coniuge non ne fosse a conoscenza o comunque non era in condizione di conoscere tale stato d"animo con l"uso dell"ordinaria diligenza.  Si legge, infatti, in Cassazione 28220/13 che "la declaratoria di esecutività della sentenza del tribunale ecclesiastico che abbia pronunciato la nullità del matrimonio concordatario per esclusione, da parte di uno soltanto dei coniugi, di uno dei bona matrimonii, cioè per divergenza unilaterale tra volontà e dichiarazione, postula che tale divergenza sia stata manifestata all'altro coniuge, ovvero che sia stata da questo effettivamente conosciuta, ovvero che non gli sia stata nota soltanto a causa della sua negligenza, atteso che ove le suindicate situazioni non ricorrano la delibazione trova ostacolo nella contrarietà con l'ordine pubblico italiano, nel cui ambito va ricompreso il principio fondamentale di tutela della buona fede e dell'affidamento incolpevole".

Il problema dell"ordine pubblico è tornato alla ribalta anche negli ultimi anni, a seguito del revirement di una parte della giurisprudenza che ha ritenuto che fosse contrastante con l"ordine pubblico delibare una sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio in caso di convivenza prolungata dei coniugi dopo il matrimonio.

Infatti, secondo Cass. 1343/11, la prolungata convivenza tra i coniugi rappresenta condizione ostativa alla delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio concordatario laddove si sia tradotta in un rapporto corrispondente alla durata del matrimonio o comunque ad un periodo di tempo considerevole dopo la celebrazione del matrimonio, in quanto siffatta situazione esprime la volontà di accettazione del rapporto proseguito, confliggente con l'esercizio della facoltà di rimetterlo in discussione. Di diverso avviso, invece, la sentenza della Cassazione n. 8926 del 2012 che, in una fattispecie in cui si era accertato il vizio simulatorio di uno degli sposi, ha escluso che la convivenza dei coniugi successiva alla celebrazione del matrimonio, che pur nella specie considerata si era protratta per oltre trent'anni, esprimesse norme fondamentali che disciplinano l'istituto del matrimonio; pertanto tale sentenza ha ritenuto che la convivenza prolungata non fosse ostativa, sotto il profilo dell'ordine pubblico interno, alla delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio canonico.

Sul punto si sono pronunciate le Sezioni Unite, con la sentenza 16379/14 che hanno aderito ad un concetto restrittivo di ordine pubblico. Ed infatti hanno ritenuto le Sezioni Unite che qualora tra i coniugi si sia instaurata una convivenza superiore a tre anni, non è più possibile procedere a delibare la sentenza ecclesiastica di nullità, sussistendo un contrasto con l"ordine pubblico. Il termine di tre anni viene dalle Sezioni Unite ricavato dalla disciplina in tema di adozioni, in quanto ritenuto idoneo ad indicare una convivenza che possa ritenersi stabile e duratura.

A tali principi si uniforma la sentenza che si annota che applica tali affermazioni anche ad un caso di nullità del matrimonio dichiarata dalla Sacra Rota per incapacità al consenso di uno dei nubendi. Ritiene la sentenza che il termine di tre anni costituisce "una sorta di riscontro, di messa alla prova, con esito positivo del progetto di condivisione di vita ed affetti che costituisce il presupposto della celebrazione del matrimonio", che impedisce la delibazione della sentenza ecclesiastica.

Tale impedimento opera anche qualora il tribunale ecclesiastico abbia accertato una forma di incapacità in uno dei nubendi, che possa equipararsi alle ipotesi di incapacità naturale ex art. 120 c.c.. Ed infatti, la sentenza annotata, ribadendo quanto già espresso dalle Sezioni Unite, ritiene che non sia possibile per il giudice italiano andare a sindacare e differenziare le diverse ipotesi di nullità accertate dall"ordinamento canonico, sottoponendo solo alcuni vizi al limite dei tre anni. Tale accertamento, infatti, risulta precluso al giudice italiano, in quanto determinerebbe un"inammissibile invasione della giurisdizione italiana in quella ecclesiastica, con violazione degli accordi di Villa Madama.

La convivenza prolungata per oltre tre anni rappresenta un limite al riconoscimento nel nostro ordinamento delle sentenze ecclesiastiche per qualunque tipo di vizio che dalle stesse venga accertato.

L"orientamento delle Sezioni Unite, quindi, ha trovato riscontro nelle sentenze di legittimità successive, tra cui si segnala anche Cass. 1494/15, e conferma l"inizio di un nuovo rapporto tra giurisdizione italiana e giurisdizione ecclesiastica.



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati