Changing Society, Intersezioni -  Redazione P&D - 2016-10-14

Mauro Bernardini - Assisi, una settimana in agosto (con la musica di Mozart, suonata da un Maestro)

I

Da anni non ci recavamo ad Assisi.

E" un"occasione singolare, propiziata dall"associazione culturale Accademia, cui Mara ha prontamente aderito già qualche mese fa, per ascoltare dell"ottima musica -quella di Mozart-; presentata ed eseguita dal maestro Modugno e filtrata, storicamente e culturalmente, da Massimo Cacciari.

Ma è pure un"occasione per rivedere la cittadina che costituisce il momento più alto, la sintesi, dell"Italia centrale, per non dire dell"Italia tutta; che, a partire da Firenze e da Dante, dalla loro arte e dalla loro lingua, si modella su quella centrale.

Firenze è stata pure capitale d"Italia, dal 1865 al 1871, ma Assisi potrebbe esserlo in spirito; infatti dai Romani a S. Francesco e oltre ha espresso quanto di meglio, di più originale, di più spirituale si possa fare nel nostro Paese.

Partiamo con relativo comodo. Viaggeremo sulla variante di valico, che, inaugurata dal nostro "Primo Console" – pardon Primo Ministro - Matteo Renzi, altro figlio di Firenze, nel dicembre scorso, ancora non abbiamo mai visto.

Il tracciato è molto ben disegnato, scorrevole, perfetto. Si vede che è un"autostrada, pur di montagna, ma di ultima generazione, che si è lasciata alle spalle il modello accidentato di cinquant"anni fa. Anche il panorama è molto bello, per quanto lo si può scrutare, tra una galleria e l"altra, tra un autocarro e l"altro.

Se proprio lo si volesse ammirare, converrebbe, paradossalmente, percorrere il vecchio tracciato, ormai battuto pochissimo, specie dai mezzi pesanti; come, ad Assisi, ci ha confermato Massimo, un illustre collega che insieme a noi partecipava alla settimana musicale, in un intervallo. Precisandoci, anzi, che la vecchia strada ha preso il nome di "Panoramica".

Bene, sulla variante tutto scorre liscio. Ma appena ridiscesi in pianura, intorno a Firenze, si avverte una certa arsura; è infatti una giornata caldissima, in cui il sole martella.

Fatta una sosta per mangiare un boccone e rifornirsi di gasolio a Lucignano -parlata decisamente toscana e ottima carne!- imbocchiamo la superstrada per Perugia.

Gran caldo, ma la visibilità è ottima e il panorama davvero bello e suggestivo. Si aprono scorci sul lago Trasimeno, in mezzo ai monti, da Tuoro a Passignano.

"Dobbiamo passarci qualche giorno, in un fine settimana", dico con Mara, "Ci staremmo bene".

Il lago ha sempre la sua suggestione, specie nell"Italia centrale, dove evoca ricordi remoti, di un"epoca vulcanica, e ricordi storici, della nostra era.

Difficile non pensare ad Annibale e ai Romani, e alla battaglia della seconda guerra punica avvenuta, in un nebbioso mattino di giugno, nel 217  a. C. , proprio sulle sponde del Trasimeno, dove ora stiamo passando.

Ancora una volta, dopo gli scontri nella pianura padana, la sorte vide prevalere il condottiero cartaginese, con le sue micidiali astuzie di guerra; abile a disorientare il nemico da ogni parte e a stringerlo in un"imboscata, tra le alture e le acque; abile a sfruttare le impazienze del console Caio Flaminio, pur coraggioso e determinato, che si fa  sorprendere dal grande avversario con l"esercito ancora in ordine di marcia.

Ma dov"erano i Cartaginesi? Sulle colline, con le truppe leggere, all"imbocco della pianura, con la cavalleria, o da un"altra parte ancora? La nebbia è calata sul campo e i legionari, più che vedere, sentono le grida dei nemici, che li attaccano da tre parti diverse.

Il console Flaminio guida la lotta e cerca di mantenere la calma. Ma un Gallo di Insubria -gli "infidi Galli", partigiani di Annibale, così ancora li chiama Cicerone al tempo della congiura di Catilina, nel 62 a. C., un secolo e mezzo dopo- lo riconosce e lo trafigge con l"asta; solo la fermezza dei militi della terza fila riesce a salvare il suo corpo dalla spoliazione.

La battaglia è perduta, l"esercito annientato. I Romani hanno migliaia di morti e migliaia di prigionieri – solo un quarto dei soldati fuggitivi riuscirà a stento a tornare a Roma-; e Annibale, con sottile perfidia, rimanda senza riscatto gli Italici, trattenendo come prigionieri soltanto i Romani. Ma, come sappiamo, non riuscirà nel suo intento di staccare i primi dai secondi e, dopo tante battaglie vinte, finirà per perdere la guerra.

Il nostro viaggio prosegue. Giungiamo a Ospedalicchio, dove sarebbe bene – anzi obbligatorio, ci avevano detto – uscire dalla superstrada, data la concomitanza della visita di papa Francesco, oggi 4 agosto 2016, a S. Maria degli Angeli.

Ci rimettiamo così sulla vecchia nazionale, senza aver mai attivato il navigatore, per non correre il rischio – soliti paradossi - di "disorientarci" di fronte a qualche difficoltà da "lui" non prevista

Dopo averla scorta sul monte davanti a noi, arriviamo ad Assisi e ci portiamo a destra, verso la chiesa di S.Chiara; infatti sulla vecchia guida del Touring si era visto che la nostra destinazione, la foresteria delle Suore Benedettine, in Via S.Apollinare, è molto più vicina a questa che alla chiesa di S. Francesco, a sinistra. Tuttavia non è facile muoversi nella cittadina umbra – specie di isola, quasi totalmente pedonalizzata - dopo anni che non ci vai e senza navigatore.

Per fortuna una telefonata alla foresteria e le opportune istruzioni impartite a voce da una gentile, disponibile addetta – "raggiunga la Porta Nuova, all"estrema destra del paese, entri senz"altro nelle mura e poi prosegua diritto, quindi percorra tutta la discesa, verso piazza Vescovado, poco dopo è arrivato; se ha problemi mi richiami" – mi sollevano un po" il morale.

Prendo coraggio e cerco di fare come mi ha detto. Incredibilmente funziona!

Vari rettifili dentro le mura, forse solo un passaggio col rosso, accompagnato dalla fortuna che nessuno viene in salita, e dopo non molto tempo siamo alla foresteria. Un bel posto, in vista della valle – il Convento delle Suore Benedettine di S. Giuseppe -, che presto impareremo a conoscere.

La prova, di circolazione in spazi ristretti e pedonalizzati, però, non è finita. Lasciate le valigie, la stessa gentile addetta che mi ha parlato al telefono, nel darmi il telecomando per il parcheggio, mi fa presente a viva voce che, per raggiungerlo, si deve percorrere, in discesa, tutta Via S. Apollinare su cui è posto il Convento, uscire dalle mura, questa volta da porta S. Pietro, fare un certo giro, rientrare nelle mura in un altro punto e quindi, dopo passato un arco e aperti due cancelli,  parcheggiare sul prato!

Il mio morale si abbassa di nuovo, anche perché avevo deciso di essere già arrivato. Tuttavia una precisa indicazione, quella di un cartello, finirà per risolvere il problema. Proprio sulle mura, ad un certo punto, è scritto "Suore svedesi di S. Brigida". Lì si deve rientrare.

Avendolo già notato all"andata, mi si è riaperto il cuore alla speranza. E infatti, ritrovato il cartello e andato oltre, pur in mezzo a bivi non segnalati, poderose salite in strette carreggiate, tentativi di aprire cancelli indebiti, sono infine riuscito a parcheggiare! Con la piacevole constatazione che il secondo cancello è quello di uscita a piedi e che l"uscita stessa, alla fine, è molto vicina alle nostre suore, senza dover rifare, questa volta a piedi, il non breve giro appena fatto in macchina.

Il mio umore, fino a quel momento piuttosto cattivo, anche per il caldo, migliora decisamente. Ora ci siamo, sul posto; e ci resteremo!

La mattina seguente siamo riuniti, con tanti altri ospiti, nella grande,  fresca sala delle conferenze, posta al primo piano; con soffitto a solide capriate di legno e con ampie pale di ventilazione.

L"ambiente ha diversi finestroni, ed anche un balconcino, da cui si possono scorgere, agevolmente, oltre alla vallata, a perdita d"occhio, la sottostante chiesa di S. Pietro e, più in là, quella di S. Francesco, col campanile sorprendentemente a destra.

Va bene che ad Assisi tutto è magico, ma ci sembrava proprio che fosse a sinistra!

In realtà, quando ci recheremo sul posto e potremo guardare da vicino, noteremo che quella, che ci sembrava la facciata, è una facciata; non la principale, ma quella del transetto sinistro, di cui il campanile, in effetti, resta alla destra. Potenza dei punti di vista!

Il fondo della sala, sorta di proscenio, ci presenta un sottile tavolo per i relatori e, sulla destra, un poderoso pianoforte a coda, un classico Steinway, con accordatore italiano, già fascinoso di per sé, prima ancora di cominciare.

Compare il maestro Giuseppe – "Pino" – Modugno, per noi ormai familiare, benché ogni volta ci proponga, insieme alle sue scioltissime suonate, tanti elementi nuovi.

Il tema della mattina è il sorgere, nell"età moderna, a far tempo dal "600, della musica tonale, sul grande alveo della musica modale, caratteristica dei secoli precedenti, a partire dal canto gregoriano.

Impercettibilmente, com"egli ci dice, cambiò il gusto e il cambiamento, in occidente, coinvolse tutti. In un "nuovo" mondo, non più geocentrico ma eliocentrico, dominato dal sistema copernicano, supportato dalla scienza di Galileo e di Newton e dalla filosofia di Cartesio, anche la musica muta e si rinnova. Non più una piccola scala, con 4 modi, ma una scala più ampiamente articolata – sette note fondamentali e cinque alterazioni di note, quindi dodici tonalità - con 2 soli modi: maggiore e minore. Il primo sinonimo di gioia e di luce, il secondo di tormento e di instabilità.

Il compositore, che alla fine ha a disposizione ventiquattro tonalità, oscilla continuamente tra luce e tenebre, come avverrà soprattutto nell"ottocento romantico. Ma Mozart, nel settecento, anticipa già questa tendenza.

La sua vita (1756-1791) fu una vita di studio e di incontri. Non fece altro che studiare e comporre, pur essendo rapidissimo ad apprendere, una sorta di "spugna".

Il riferimento di Mozart a Vienna – era nato e proveniva da Salisburgo, che però gli andava "stretta", ci ricorda il nostro maestro – fu Haydn (1732 – 1809); il padre della sinfonia e del quartetto d"archi; anche se i due uomini non potevano essere più diversi, e non solo per età.

Il primo, Mozart, dopo i tour nell"Europa come enfant prodige, nel resto della sua breve vita fece sempre fatica ad affermarsi; forse in anticipo sui tempi, non ebbe particolare successo di pubblico, meno ancora di cassetta, finendo prematuramente, assillato dai debiti.

Haydn, invece, legato al principe Esterhazy e da lui protetto, godette, già nella sua non breve vita, di vasta notorietà e costante successo presso il pubblico; sempre ben pagato; da ultimo, in due tour inglesi, profumatamente; forse il più ricco musicista della storia della musica. Fu conosciuto e stimato anche da Napoleone.

Ciò accadde del resto – così mi viene da pensare – pure a due geni contemporanei della fisica elettrica, Volta e Galvani.

Il  primo dei due fu ascoltato e introdotto con tutti gli onori all"Institut de France nel 1801, proprio da Napoleone, allora Primo Console; mentre Galvani, bolognese, dedicatario del mio non dimenticato liceo classico, non ebbe certo, in vita, altrettanto successo e finì i suoi giorni nella difficoltà, avendo pure rifiutato, come docente universitario, il giuramento di fedeltà alla Repubblica Cispadana, nel 1797.

Così andava nel settecento, il secolo dei lumi, della scienza e…..della musica.

Le composizioni di Haydn erano gioiose e facili da comprendere. Modugno ce ne dà un saggio al grande pianoforte a coda, iniziando una sinfonia in mi bemolle maggiore. Una musica armoniosa e dolcissima che si diffonde nella grande sala, in mezzo allo svolazzare delle tende, abbinate alle vetrate aperte ; oltre le quali si staglia il panorama verdissimo della valle, con le case, le chiese, i cipressi e il cielo. Quasi una composizione pittorica rinascimentale; natura nell"arte e arte nella natura!

"Haydn è un po" come Giotto", ci dice il nostro maestro, "un fondatore di architetture classiche, un compositore di musica piena di stabilità".

E subito, in contrappunto, suona la sinfonia in sol minore di Mozart del 1790, la sua più nota sinfonia (n. 40, K 550), piena di movimento, certo, ma anche di inquietudine e di instabilità.

Col sistema tonale, ci spiega, compare pure la dissonanza, prima rigorosamente bandita e ritenuta anzi il diabolus in musica.

L"interprete-esecutore, dal canto suo, deve dar conto dell"emotività dell"artista- compositore; la quale, nella  scrittura nera delle note sul pentagramma, non c"è.

Dopo pranzo, nel primo pomeriggio, andiamo a fare due passi, e a prendere una boccata d"aria, risalendo verso S.Chiara.

Cammin facendo, in Via S. Agnese – Agnese era la sorella minore di Chiara, i cui genitori ebbero tre figlie, tutte femmine e quindi elargirono loro, specie alla prima, Chiara appunto, l"istruzione solitamente riservata ai maschi – incontriamo un piccolo, caratteristico locale. Sorta di versione assisana, cioè assai più colorita e insaporita, dello snack ,  munito di macchina per il caffè.

Chiediamo di sederci e di avere due espressi. Veniamo serviti con ogni riguardo da due simpatici personaggi, evidentemente marito e moglie; che si esprimono con il loro caratteristico accento umbro, peraltro molto simile a quello toscano della provincia di Arezzo.

Avviamo una piccola conversazione; parlano come i miei cugini di Castiglion Fiorentino, posta tra Arezzo e Cortona. Mio padre era di là e, in effetti, anche Assisi, centro fortificato su di un"altura (m. 424 s.l.m.), ha un po" gli stessi caratteri urbanistici e paesaggistici, appunto di "castiglione", così ricorrenti nell"Italia centrale.

Assisi, però, è terrazzata, come nota il suo poeta romano Properzio – presto vediamo anche lui -; cioè accostata al monte (Subasio) con diversi gradoni creati dall"uomo, su cui corrono, nel senso della lunghezza, vie parallele, relativamente pianeggianti, situate ad altezze diverse. Le forti salite e le gradinate, ottime per fare un po" di gambe, benché talvolta mal viste, sono riservate ai passaggi da un livello all"altro.

Lasciamo presto il localino, per ritornare alla sala conferenze.

Modugno ci intrattiene sulla "forma sonata" e quindi la sera, dopo cena, ce ne esegue una magnifica di Haydn e una, non meno bella, di Mozart, entrambe in sol maggiore; cioè nella tonalità della gioia e della luce. Alla fine applausi a scena aperta, più che meritati, come in teatro.

Date le caratteristiche della musica, dormiremo sonni tranquilli; l"inquietudine e il tormento sono rinviati!

II

Il maestro, oggi, riprende l"affascinante discorso della musica modale e di quella tonale. La seconda si evolve dalla prima, che ha un suo vertice in Pierluigi da Palestrina (1525 – 1594), autore di una Missa Papae Marcelli (attribuita all"anno 1562).

Essa, e in essa il kyrie, è forse il maggior esempio di musica modale, polifonica (corale) approvata dal papa; ciò che determinò la salvezza di questa arte, nella forma più evoluta, appunto polifonica, anche nel mondo cattolico.

La Riforma Protestante in Germania, infatti, aveva rimesso tutto in discussione. Lutero, nella Messa, introduce il canto del popolo, in tedesco, espressione della sua teologia di libero esame delle scritture – non a caso da lui tradotte in tedesco - da parte di ogni fedele; che deve essere messo in grado di capire e di partecipare.

Nel mondo cattolico, e nella consequenziale Riforma Cattolica, la c.d. Controriforma, basata sul Concilio di Trento (1545-1563) -diverse sessioni del quale si tennero a Bologna, nel Palazzo Bevilacqua di Via D"Azeglio, a cinque minuti di strada dalla nostra casa di Via Castiglione - non sfuggì  l"importanza di coinvolgere il popolo, in qualche modo, nella musica in chiesa.

Qualcuno proponeva un ritorno al passato, cioè al canto gregoriano monodico, attraverso il quale si riteneva che il testo sarebbe stato più comprensibile. Ma proprio la Missa Papae Marcelli , una messa polifonica a 6 voci, in ricordo di Marcello II, papa per sole tre settimane nel 1555, e delle sue direttive, avrebbe invece contribuito a convincere il Concilio che polifonia e comprensibilità del testo erano conciliabili.

Qui ritorna in mente il nostro recente viaggio in Germania - a Lipsia e Weimar, nel giugno scorso - in cui musica e chiesa, con la partecipazione del popolo o pubblico che dir si voglia, sono ben più compenetrate che da noi; sia nel senso che un concerto ad es. di composizioni di Bach, alla Thomaskirche di Lipsia – ov"egli era solito suonare - ha in chiesa, appunto, la sua sede più degna e naturale, consti di musica sacra o no; sia nel senso che la cerimonia religiosa, in particolare la Messa, è continuamente sostenuta e ritmata dalla musica, vuoi strumentale vuoi vocale; e, quest"ultima, sia del popolo sia dei cantori.

Spesso, tra i cantori, ci sono 4 voci, di primissimo ordine: due femminili, soprano e contralto, e due maschili, tenore e baritono (o basso).

Così è stato, ad es., nell"altra grande chiesa di Lipsia, la Nicolajkirche, dove, per la prima volta, Mara ed io, abbiamo partecipato alla Messa protestante (evangelico-luterana); nella liturgia così simile alla nostra, cattolica, da colpirti in profondo e da farti ripensare intensamente alle comuni radici cristiane. Così simile alla nostra, a parte i canti e la musica qui decisamente più importanti, anche se non in alterazione, ma piuttosto in aggiunta, del rito.

Ritornando alla musica rinascimentale, prima di Palestrina, e poi insieme a lui, come ci ricorda Modugno, si erano affermati, anche in Italia, una serie di talenti fiamminghi, da Josquin Despez (1450- 1525) a Orlando di Lasso (Roland de Lassus o de Lattres, 1532- 1594), per poi far posto ad altri grandi italiani, come Claudio Monteverdi (1567- 1643), con cui si consuma il passaggio dalla musica rinascimentale a quella barocca.

E poi, con Antonio Vivaldi, nato a Venezia nel 1678 e morto a Vienna, ov"è sepolto, nel 1741 - l"immortale autore delle 4 Stagioni, peraltro dopo la sua scomparsa caduto nell"oblio e riscoperto solo nel Novecento - e con il suo quasi contemporaneo Johan Sebastian Bach (1685-1750), la musica barocca culmina e diviene esempio forte di musica tonale.

Nel settecento, poi, e quindi con Haydn e Mozart, si afferma la "forma-sonata".

Essa consta, come ci spiega il nostro maestro, al solito con esempi pratici – cioè con toccate estemporanee del grande pianoforte come lui sa fare, anche durante una lezione o conferenza, pur contornato da strumenti multimediali e quindi afflitto (talvolta) da vari problemi tecnici – di due temi principali, in due tonalità diverse.

"Sono quasi due personaggi, questi temi, e possono seguire l"uno una melodia malinconica e drammatica, l"altro una melodia allegra e gioiosa. Come tutti i personaggi, vanno interpretati. All"introduzione segue uno sviluppo, magari con dissonanza (non ammissibile nella musica modale)".

Ci fa l"esempio della sonata di Mozart n. 8 per pianoforte in La minore (K 310,composta a Parigi nel 1778), in cui al tema malinconico si contrappone il secondo tema, gioioso

Mentre parla ce la suona. Ci fa notare che, nello sviluppo, si ripete e ritorna il secondo tema, ma con la tonalità minore - La minore, appunto -  da interpretarsi quindi come malinconico, drammatico, un po" violento, anch"esso

E infine c"è una chiusa, peculiare di Mozart – la sonata dovrebbe concludersi con la tonalità di impianto – ancora più drammatica, con un numero di battute (121-133) sovrabbondante (secondo il canone classico). Ma Mozart è Mozart e le regole le fa lui. Talvolta è illuminista (razionale), talvolta è pre-romantico (passionale).

Pranzo e quindi passeggiata per Assisi, cominciando dal locale di Via S. Agnese, con il caffè. Oggi, anzi, imitando due occasionali vicini di tavolo, prendiamo un dolcino alla ricotta, semplice e gustoso. Commenti (favorevoli) con i coniugi umbri. Il marito, per la verità, non solo parla come i miei cugini castiglionesi, ma ricorda molto da vicino il comico Benigni, in effetti nato anche lui a Castiglion Fiorentino, frazione di Manciano.

Prudentemente non glielo facciamo notare, ma ci limitiamo a dircelo fra di noi, con il sottile piacere della scoperta, che danno tutte le somiglianze.

Via S.Agnese collega Piazza Vescovado con S.Chiara, due luoghi fondamentali di Assisi. Nel primo di essi, rammentata da una statua moderna in bronzo, non priva di significato, avvenne la spoliazione di S. Francesco. Egli cioè, davanti al Vescovo Guido II, e davanti a tutti, rinunciò ad ogni diritto sui beni paterni, per scegliere un Padre soprannaturale; e si privò anche dei vestiti che indossava, svestendosi completamente.

Fu ricoperto da una tela di sacco datagli dal Vescovo, che divenne l"emblema del suo ordine. Correva l"anno 1200 circa, un bel pezzo fa; ma i luoghi sono questi, veri e reali, e non sono particolarmente cambiati.

Sulla Piazza si affaccia la semplice, suggestiva chiesa di S.Maria Maggiore, in pietra rosa locale; prima di S.Rufino, posta su gradoni più alti, cattedrale della città. Ma il vescovado, dai tempi di S.Francesco, non si è più spostato ed è tuttora qui.

Con la sua navata e con la sua cripta, S.Maria Maggiore è il centro di Assisi e ne riassume lo spirito; ed è proprio ad un passo dalla nostra foresteria, appena sottostante.

Sotto e al posto della cripta, prima, c"erano delle domus romane e, tra esse, quella del poeta Properzio; la cui ombra aleggia intorno, come augurandoti il benvenuto a casa sua. "Veni, hospes bononiensis,, mihi gratissimus es", sembra dire nella sua lingua classica, con venature umbre. E così certamente avrebbe detto, in un ideale incontro di duemila anni fa!

Nel pomeriggio Modugno ci intrattiene sulla Sonata in DO maggiore per pianoforte a quattro mani, composta da Mozart a Vienna nel 1787 (K 521) e ce ne suona dei pezzi.

Anche qui, pur nella luminosità della melodia, ben presto gioia e dramma si alternano.

Ascoltiamo con trasporto e attenzione e il nostro ne approfitta per introdurre un altro importante argomento della musica del settecento, quello delle "variazioni". Famosissime le variazioni Goldberg, composte da Bach, su commissione privata, alla metà del secolo (1741-1745) e dedicate al giovane musicista di questo nome.

"E" come dire la stessa cosa, ma con altre parole", ci spiega Modugno.

Certo può obiettarsi che "con altre parole", non si dice proprio "la stessa cosa". Comunque le variazioni musicali, nel tardo settecento (anni "70- "80), hanno particolare successo; anche in dipendenza della regola per cui "il musicista non può ripetersi".

Esse, in realtà, hanno dato forza alla musica occidentale. Da poche note, ad es. DO-RE-MI, sono nate intere sinfonie.

Dopo cena il nostro ci intrattiene ancora, da par suo, con la musica di Mozart. E l"effetto "concerto in teatro", suonato da un eccellente interprete-esecutore, si ripete come la serata precedente. Applausi a scena aperta; "Bravo, bravo" ; di nuovo applausi.

Esegue, tra l"altro, la breve fantasia per pianoforte in RE minore, composta da Mozart a Vienna nel 1782 (K 397), rimasta incompiuta dall"autore. Essa non ha certo il carattere gioioso e spensierato di altre composizioni – del resto il compositore usa il RE minore o il SOL minore proprio per drammatizzare – ma sembra anticipare l"epoca romantica, quasi precorrendo accenti di Beethoven e di Chopin.

Il discorso, fatto un accenno al "preludio" e al "preludiare" – già lo faceva Bach; nell"ottocento invece si parlerà di ouverture - prosegue anche la mattina successiva. Modugno ci ricorda che Mozart, quando vuole drammatizzare ulteriormente, usa pure la scala cromatica, cioè la percussione in continuità, con un solo dito, dei tasti bianchi e neri del pianoforte; pratica che, già nell"antichità, con altri strumenti, esprime dolore e angoscia.

Quindi il nostro torna agli inizi della musica mozartiana ed esegue al piano una delle sue prime opere, la sinfonia n. 1 in MI bemolle maggiore (K 16); composta dall"autore a Londra nel 1764, quando aveva solo otto anni. Ne ha vissuti appena trentacinque, ma la sua produzione è vastissima, essendo in pratica durata decenni!

Che armonia, che originalità, che struttura ; ha solo otto anni, ma c"è già, in lui, lo spirito che lo caratterizzerà sempre.

Pranzo, sosta al piccolo locale di Via S.Agnese per il caffè, e poi, con Mara, che è particolarmente attratta dal libro di Dacia Maraini, Chiara d"Assisi–Elogio della disobbedienza,  visita alla chiesa dedicata a lei, come il libro..

La chiesa - edificata poco dopo la morte della santa, nel 1252, e compiuta già nel 1265 - è una immagine stupenda e luminosa nel contesto di Assisi.

Bella e suggestiva anzitutto all"esterno; con la semplice facciata in pietra bianca e rosa, arricchita da un magnifico rosone; con i suoi archi rampanti, a sinistra, che divengono veri e propri muri incrociati; con l"edificio preesistente del primo monastero delle Clarisse, in pietra più rustica, a destra; con la piazza stessa antistante, la sua balconata e la vista della piana, un po" sfalsata rispetto a quella che vediamo dalla nostra residenza, a valle; e la vista del paese e soprattutto, più in alto di tutto, della imponente Rocca Maggiore, a monte.

Se fosse una musica settecentesca, sarebbe una lieve, melodiosa, affascinante sinfonia in DO maggiore – probabilmente scritta da Mozart, quello più solare – espressione della gioia e della luce.

Pure l"interno è attraente, con la sua unica navata, le sue tavole dipinte, i suoi frammenti di affreschi, il suo allargarsi nel transetto; all"interno di una spazialità ormai gotica, ma temperata nello stile e nell"ambiente dell"Italia centrale, cioè un ambiente romanico, più evidente all"esterno.

Sopra l"altare maggiore sta un un Crocifisso ligneo sagomato, del duecento, con il corpo arcuato e gli occhi chiusi nella morte; espressione, insieme realistica e simbolica, del Christus Patiens. Invece, nella latistante cappella, sorta di seconda chiesa, a destra, sta il celebre, solenne Crocifisso che parlò a S.Francesco e lo invitò a restaurare la sua chiesa in rovina: l"edificio di S.Damiano, in legno e pietra, fuori le mura, o la Chiesa Universale, intangibile?

Quest"ultimo Crocifisso  è un"opera, con accenti bizantini, del secolo precedente. Il Redentore ha gli occhi aperti e il corpo magro e stilizzato, ma non martoriato. E" espressione del Christus Triumphans, che risorgerà e anzi, in qualche modo, è già risorto.

Lì per lì, in una visita frettolosa, non si nota la differenza. Ma poi, guardando meglio, e aiutandosi con le istruzioni e le guide, essa si percepisce ; e si riflette che, com"è logico, è stato questo Cristo, in qualche modo già risorto, a parlare al cuore di S.Francesco.

Ritorno alla sala conferenze dove il nostro Modugno, abile cultore della multimedialità, ci propone la Quinta di Beethoven – drammaticissima, ta…ta..ta..; ta..ta..ta..! – in abbinamento con uno spassoso filmetto americano anni cinquanta.

Il film rappresenta un incontro-scontro fra due coniugi - perché, nella vita reale, va forse diversamente? Tra me e Mara è tutto un incontro-scontro, certi giorni anche più volte -.

I due attraversano i più vari sentimenti e atteggiamenti e, ad un certo punto, la moglie sospetta il marito pure di tradimento. Ma non mancherà il lieto fine.

Per quanto incredibile possa sembrare, le diverse scene del film - naturalmente muto a parte la musica - la gestualità degli attori, le loro espressioni interpretano mirabilmente la musica stessa. Sembra quasi che Beethoven, vissuto fra sette e ottocento – la quinta sinfonia è del 1801 - l"abbia composta proprio per quella pellicola; tutta di là da venire, a lui assolutamente sconosciuta e inconoscibile.

Riprova che questa arte parla a tutti e a ciascuno a suo modo; e che ne sono possibili varie interpretazioni e trasposizioni, in sentimenti, stati d"animo e pure colori diversi, come il nostro ama spesso  ricordarci.

La sera è dedicata ancora all"esecuzione di opere di Mozart e, precisamente a tre sonate per pianoforte coeve. Anzitutto la sonata n. 12,  in FA maggiore (K 332), composta, con le altre (secondo un"attribuzione) nell"estate 1778. Essa segna, appunto con queste altre, il passaggio dal clavicembalo al pianoforte, di cui il compositore intuisce tutte le potenzialità. Apparentemente brillante e allegra, comunque bellissima!

Poi il maestro esegue la sonata n. 11, in LA maggiore (K 331), universalmente nota per il suo terzo movimento, pieno di brio e di esotica vitalità, il rondò alla turca; più comunemente detto "marcia turca" . Ricca di dinamismo, anzi trascinante e irresistibile, quasi incompatibile con il restare fermi e seduti. Ma propriamente ancora allegra? Fu scritta dal suo autore nei giorni della morte della madre.

Infine esegue nuovamente la sonata n. 8, in LA minore (K 310), che aveva già accennato, a campione, la mattina del giorno precedente. E", come detto, la tonalità della tristezza e del dolore, drammatica, pre-romantica. E così noi la percepiamo nella sera assisana, nella grande sala delle conferenze che si apre sulla vallata di S.Maria degli Angeli, sotto il cielo stellato, con le ruote del carro maggiore.

III

Col maestro Modugno ricominciamo la mattina seguente e ripercorriamo la vita di Mozart. Dopo il 1778 si trasferisce a Vienna e compone, in due anni, con molti inciampi nella censura – l"argomento è l"uguaglianza ed è quindi rivoluzionario - le Nozze di Figaro. E fu un successo, per quanto effimero.

Poi è la volta del Don Giovanni – il tema eterno dell"amore, del piacere e della dannazione; ce ne parlerà a lungo e approfonditamente, da par suo, Massimo Cacciari – che, dopo una prima fortunata a Praga, a Vienna non ebbe un incondizionato successo.

La vita del grande musicista a Vienna, del resto, non era facile. Ebbe quattro figli, di cui uno solo sopravvissuto. Poi perse anche il padre Leopold, e ne risentì molto. Leopold era importante per lui; era il suo genitore e primo maestro e con lui, ad es., nel 1770,  a 14 anni, aveva soggiornato un mese a Bologna.

Qui, proprio a "casa nostra", certamente all"Accademia Filarmonica di Via Guerrazzi, ma forse anche a S.Giovanni in Monte, la nostra chiesa parrocchiale, egli aveva incontrato ed avuto approfonditi rapporti culturali col frate francescano Giovanni Battista Martini, uno dei maggiori musicologi e compositori del settecento, noto in tutt"Europa; a cui è dedicato il nostro Conservatorio e delle cui opere, inclusa una monumentale Storia della Musica (antica), si fregia il nostro recente Museo Internazionale (e Biblioteca) della  Musica, di Strada Maggiore.

Il padre Martini, grande erudito, in quel breve periodo – ma la capacità di apprendere dell"enfant prodige era infinita - gli fece conoscere le composizioni e gli spartiti del cinquecento – Palestrina e i Fiamminghi – e lo introdusse alla polifonia.

E, infatti, l" arte di Mozart ormai maturo a Vienna si evolve sempre di più verso la polifonia, benché egli sappia fare tutto; anche composizioni essenziali e "pure", costituite solo da melodia e accompagnamento – e Modugno ce ne suona una, davvero bella! –

Ma appunto, a differenza del "classico" compositore italiano, residente a Vienna, Salieri, ad es., egli sa muoversi anche con la polifonia, con la melodia e col "canone"; cioè una melodia ripetuta da diverse voci, che insegue sé stessa ("fra Martino, campanaro, dormi tu", canta una prima voce, che continua, con altre parole; mentre, con le stesse parole, incomincia una seconda voce e poi una terza….).

Nei melodrammi, ad es. nel Flauto Magico, il grande musicista ci mette di tutto, avvalendosi della sua arte colta, oltre che del suo innato talento : polifonia, canoni, "fughe". Il Don Giovanni, poi, ha un sottotitolo che la dice lunga : "Dramma giocoso in due atti".

Allora è dramma, o è giocoso? La distinzione non vale con Mozart. Egli mischia, e sa mischiare, tutti i generi. E" una sua tipica "contraddizione"; tende all"espressione dolorosa e drammatica, ma con intermezzi gioiosi, talvolta mutuati, paradossalmente da Bach, nella forma della fuga.

E, così dicendo, il nostro maestro ci fa ascoltare, registrata, una fantasia in FA minore, composta per un organo meccanico ( K 594, di cosa non si appassionava il genio salisburghese!). Nelle sue note metalliche, quanta suggestione.

E poi, ancora, esegue al pianoforte l"inizio della "Sonata al chiar di luna" di Beethoven – così denominata nell"ottocento, ma dall"autore intitolata semplicemente "Sonata, quasi una fantasia" - . Il primo argentino movimento è allegro o triste?

E" la commistione, o ambiguità, di Mozart, che continua in epoca romantica.

Quella commistione, anche con la polifonia, che, per lui, va avanti fino alle ultime sinfonie (n. 39, 40 e 41, quest"ultima detta Jupiter, del 1788) ; e poi, ancora di più, nell"ultima opera, rimasta interrotta, che segna il trionfo della polifonia stessa, la Messa da Requiem. Alla cui esecuzione, per un caso fortunato, abbiamo recentemente assistito nell"ambiente incomparabile della chiesa di S.Domenico, a Bologna.

Il pomeriggio è libero, cioè non occupato da incontri o temi musicali. L"organizzazione, però, mette a disposizione una visita guidata di Assisi. Mara e io, come buona parte dei nostri compagni, aderiamo con entusiasmo.

La visita riparte, naturalmente, da Piazza Vescovado e dalla chiesa di S.Maria Maggiore, centro e cuore della cittadina e della vicenda di S.Francesco.

La guida è Alessandra, un"alta e ben piantata signora umbra, anzi di Assisi.

Sembra uscita direttamente dagli affreschi della chiesa stessa e, fin dall"inizio, ci rende partecipi non solo di una visita, ma di una narrazione. Espone ad alta voce – si verrà poi a sapere che ha fatto pure teatro –; diletta i nostri occhi mostrandoci, quasi offrendoci, le bellezze storico-artistiche del luogo, del suo paese; carezza i nostri orecchi con il suo parlare forte e suadente, pronunciato benissimo, ma insieme intinto nell"inconfondibile accento locale.

Ci parla del "processo" che, proprio lì, oppose il giovane Francesco al padre, di fronte al Vescovo ed ai cittadini e che si concluse con la rinunzia del primo ai beni paterni; del Vescovo attuale che sta ancora lì, adesso, nel semplice vescovado, come ci stava Guido II nel 1200; del fatto che ad Assisi capoluogo comunale, senza le frazioni, ci sono circa 1100 residenti, di cui circa 500 religiosi; e di tante altre cose, assolutamente diverse dal solito.

Ci ricorda, ancora, che ad Assisi, proprio in Piazza Vescovado, ha soggiornato pure . Goethe; in un bel palazzo signorile posto un po" più in alto. Teniamolo a mente, il grande tedesco; perché alla fine, col Prof. Cacciari, se ne parlerà molto.

Entriamo quindi, con la guida, in S: Maria Maggiore, procedendo nella semplice e suggestiva navata e poi ci rechiamo nella cripta, di cui si è già detto, con raccoglimento e partecipazione.

Usciamo e risaliamo verso S.Chiara. La rivediamo con lei – la guida- e, con lei, ci intratteniamo, oltre che sulla chiesa e sulla cripta (ottocentesca, col corpo della santa, ritrovato sotto l"altare maggiore nel 1850) anche su alcune vetrine, una specie di piccolo museo, che si visita prima dell"uscita. Qui ci sono vesti monacali manufatte da lei – la santa – cingoli, oggetti diversi; ed anche la bolla che approva il suo ordine religioso.

Usciamo e, passando per la Piazza Comunale, con i suoi palazzi medioevali e, perfettamente conservato nella fronte, col tempio romano di Minerva (ora S.Maria sopra Minerva), ci incamminiamo verso S.Francesco, dall"altra parte della cittadina. Ci affrettiamo, perché non rimane molto tempo a disposizione e si deve superare il controllo all"ingresso. La basilica, infatti,  è sorvegliata da nostri (giovani) militari armati, in verità gentilissimi, che fanno aprire le borse e controllano che i visitatori non abbiano con loro armi o altri strumenti atti a nuocere.

Entriamo nella chiesa inferiore, con la sua unica, oscura navata, affiancata da cappelle su piani rialzati. Al fondo sta, con accesso da una doppia scala, la semplice tomba del santo, in pietra.

Il suo corpo fu portato qui pochi anni dopo la morte, ma vi rimase nascosto fino al 1818, quando fu ritrovato e fu costruita l"attuale cripta.

Nel 1939 papa Pio XII dichiarò S.Francesco Patrono d"Italia; e da allora, davanti alla sua tomba, arde una lampada votiva, offerta dai Comuni italiani e alimentata dall"olio che ogni anno, il 4 di ottobre, giorno della sua festa, un Sindaco, a turno, offre a sua volta.

Passiamo nel transetto. Ammiriamo, subito a destra, gli affreschi di santi di Simone Martini e, poi, ci soffermiamo, rapiti, davanti alla famosa, imponente, Madonna in trono e Angeli di Cimabue, con a lato il caratteristico ritratto del nostro santo a figura intera.

Nulla di "edificante" e di agiografico, malgrado l"aureola. Anzi, assai realistico. Sembra proprio lui, dal vivo, come ce lo siamo sempre immaginato. Col saio scuro e i piedi nudi e le mani (lievemente) perforate dalle stimmate, chiare; con l"immancabile aureola, come detto, la quale tuttavia, per contrasto, fa ancor meglio risaltare il viso, dipinto da un sapiente realismo, con un naso caratteristico e uno sguardo profondo ed umanissimo, tra ironico e sorridente.

Insomma : una parlante fotografia e insieme, come capita coi ritratti di un grande autore, mille volte di più, di diverso, di più vivo di una fotografia.

Oltre alle composizioni giottesche sul soffitto, ammiriamo, nel transetto sinistro, gli stupendi affreschi di Pietro Lorenzetti. Difficile non soffermarsi, sotto la Crocifissione, sulla famosa Madonna col Bambino tra S.Francesco, a sinistra e S. Giovanni Evangelista, a destra, dal fondo dorato.

Per il consueto "irrazionale nell"arte" (ma non troppo), i due santi sono posti sullo stesso piano, come contemporanei.

Senonché il Bambino, che non è rivolto a Giovanni, ma guarda verso l"altro, pare chiedere alla madre "Ma chi è quest"uomo, che verrà?". E la Madonna, nell"indicarlo con un eloquente gesto della mano destra, a dita ripiegate e pollice disteso  "Ma è S.Francesco!" pare dire ad alta voce.

La voce di Alessandra ci indica ogni cosa, ci illustra sinteticamente tutto e ci guida, per un"erta scala interna, alla chiesa superiore, che visitiamo quindi in senso inverso, dal transetto all"ingresso.

E" qui, in doppio registro, il famoso ciclo di affreschi di Giotto – o comunque da lui impostati e diretti – sulla vita di S.Francesco, uno più bello e interessante dell"altro;  un vero poema, sinfonico, di storia sacra.

Gli affreschi non sono un accessorio della chiesa, ma sono la chiesa stessa, come del resto avverrà poi alla Cappella degli Scrovegni di Padova.

Qui l"ambiente è più grande e, non a caso, seguendosi la Legenda Maior, tantissimi sono gli episodi ripresi dalla pittura : dal sogno di Innocenzo III all"offerta al Sultano della prova del fuoco, dall"acqua scaturita dalla roccia alla predica agli uccelli. Se si pensa che siamo appena alle soglie del trecento – l"epoca di Dante – figure, volti, colori, concezione della scena e prospettive hanno del meraviglioso.

Ma il tempo sta per scadere e l"osservazione deve essere rapida. Tutto finisce. Anche questo meraviglioso sogno nella storia dell"arte italiana.

Ci avviamo all"uscita, cercando di cavare, da ogni riquadro, tutta la suggestione possibile. Per quanto mi riguarda, tengo la coda dell"occhio rivolta fino all"ultimo a quella Cacciata dei diavoli da Arezzo che - con l"azione del santo sul proscenio, gli edifici colorati ed arrampicati sul colle, nello sfondo, sormontati dai diavolacci in fuga, ingenui ed espressionisti ad un tempo - mi ha sempre colpito; forse pensando inconsciamente a mio padre, che era appunto di Arezzo.

"Pare che, all"epoca, gli edifici fossero proprio dipinti così", ci dice Alessandra.



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immagine A3M

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