Legislazione e Giurisprudenza, Conciliazione -  Storani Paolo - 2014-02-11

MEDIAZIONE NON OBBLIGATORIA AVANTI AI GIUDICI DI PACE? - GdP Civitanova M. - Paolo M. STORANI

La ricca ordinanza del Giudice di Pace di Civitanova Marche - Est. Fedeli, pervenuta ieri, 9 febbraio 2014, alla Redazione di P&D, e che Vi presentiamo in forma integrale, suscita all'attenzione dei processualisti alcune considerazioni.

Lo scenario che si presenta al lettore è la possibilità di instaurazione del giudizio senza il previo saggio di mediabilità su cui Gino ARNONE l'11 aprile 2012 sviluppò un brillante prontuario proprio su questa Rivista.

Dal testo del provvedimento non è dato comprendere quale sia, nel catalogo delle materie per le quali è stata ripristinata l'obbligatorietà della mediazione, quella coinvolta dalla fattispecie in disputa; comunque, si tratta senz'altro di una che rientra nel precetto normativo del vaglio di mediabilità.

Attualmente, espunta dalla mediazione obbligatoria la materia dei sinistri stradali ed ampliato il fascio applicativo della responsabilità degli esercenti la professione sanitaria (assoggettata alla mediazione obbligatoria non è più soltanto quella medica, ma quella sanitaria in genere), il catalogo annovera il condominio, i diritti reali, la divisione, le successioni ereditarie, i patti di famiglia, la locazione, il comodato, l'affitto di aziende, il risarcimento del danno derivante da diffamazione con il mezzo della stampa o altro equiparato e di contratti assicurativi, bancari e finanziari, oltre alla suddetta responsabilità medica/sanitaria.

Apprendiamo dalla lettura dell'ordinanza civitanovese che è stata posta da parte convenuta la questione dell'improcedibilità di cui all'art. 5, 1° co., D. Lgs. 4 marzo 2010, n. 28.

Dopo la compiuta e colta dissertazione, la questione, nel lapidario momento di sintesi, viene disattesa e superata dal Giudicante non togato.

Il problema a questo punto è posto all'osservazione ed alle considerazioni dei nostri lettori con alcune glosse che s'impongono a margine.

Vale a dire: seguendo tale ermeneutica, il "Decreto del Fare" che ha ripristinato per le suddette materie l'obbligo di mediazione verrebbe posto nel nulla sol perché la figura del giudice di pace agirebbe quale un mediatore per legge, non essendo stato modificato l'art. 320 c.p.c.

Come ricorda il GdP di Civitanova Marche tale norma contempla il tentativo di conciliazione ad opera del magistrato non togato.

Liberato il campo dal falso problema della conciliazione in sede non contenziosa, che a nostro sommesso avviso non è pertinente, l'Estensore àncora il proprio ragionamento alla possibilità per il giudice di "dedurre dall"ordinamento positivo nella sua sistematicità, e in primis dalla Costituzione, tutti i principi giuridici che possono esserne tratti, compresi quelli espressi direttamente dalla Corte Costituzionale nelle sue pronunce, e applicarli ai casi concreti della vita".

E' pur vero, come divisa l'Estensore, che anche il giudice di pace è tenuto a condurre un'interpretazione costituzionalmente orientata della disciplina che deve applicare o disapplicare.

Ma qui il problema che si pone all'ermeneuta è, però, di tutt'altro spessore.

La questione è cosa fare della Legge n. 98/2013 che, piacendo o no, ha convertito la decretazione d'urgenza n. 69/2013; in Italia a far data dal 20 settembre 2013 è nuovamente in vigore, pur limitatamente alle materie dianzi ricordate, l'obbligatorietà della mediazione.

Pur nella infelicità del testo di legge, pare inconfutabile che il legislatore abbia inteso la mediazione obbligatoria quale un vero e proprio filtro all'accesso alla giurisdizione civile, sia quella di un tribunale, sia quella di un giudice di pace.

Sarebbe, quindi, arduo asserire e sostenere, come implicitamente fa il Giudicante di Civitanova Marche, che il legislatore italiano abbia di fatto previsto l'obbligatorietà soltanto per i casi più complessi e generalmente più ostici da conciliare come quelli demandati al tribunale o alla corte di appello.

Non solo: ma il giudice di pace così agendo lascia all'interno del processo una condizione di improcedibilità che poi ineluttabilmente permarrà.

Stanti le modifiche introdotte nell'ottica dell'innesto nel processo civile di una miriade di norme che riecheggiano la conciliazione/mediazione, di fatto anche (forse sarebbe preferibile sostenere: a maggior ragione) avanti al tribunale la mediazione non sarebbe più obbligatoria; gli esempi potrebbero moltiplicarsi a partire dal nuovo art. 185 bis c.p.c. in ordine alla proposta di conciliazione del giudice.

Allora, in Italia per via interpretativa giurisprudenziale la mediazione sarebbe divenuta volontaria.

Cosa che assolutamente non è.

A nostro sommesso orientamento la strada tracciata nel provvedimento in commento, già percorsa dal Giudice di Pace di Napoli, Sez. II, 23 marzo 2012, n. 10141, non risponde al dato normativo dal punto di vista ermeneutico.

Ricordiamo che tale pronuncia rigettò l'eccezione di improcedibilità sollevata da una compagnia assicurativa per il mancato esperimento della mediazione, all'epoca ancora obbligatoria in rca.

Va, infine, posto in risalto che la figura del mediatore richiede (impone) un'alta professionalità e sostenere che ogni giudice di pace sarebbe mediatore per legge svilirebbe l'opzione del legislatore che, magari in modo ottimistico, ha pur sempre delineato una specifica dotazione di tecniche appropriate al buon esito della procedura.

Ad ogni buon conto, ognuno si formerà la propria opinione dalla interessante lettura dell'ordinanza che Vi proponiamo.

GIUDICE DI PACE CIVILE DI CIVITANOVA MARCHE - Ordinanza

Posto che il decreto legislativo 4 marzo 2010, n.28 (pubblicato nella G.U. n.53 del 5 marzo 2010) sulla mediazione in materia civile e commerciale regolava già il procedimento di composizione stragiudiziale delle controversie vertenti su diritti disponibili ad opera delle parti, attuando, al contempo, la direttiva dell"Unione europea n. 52 del 2008, il decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69 (decreto "del fare", convertito in legge 9 agosto 2013 n. 98) ha ripristinato il procedimento di mediazione quale condizione di procedibilità della domanda giudiziale nelle materie elencate dall'articolo 5, comma 1 del predetto d.lgs. 28/2010. Osserva dunque sulla questione posta della improcedibilità di cui all"art.5, comma 1, del D.Lvo 04.03.2010 n.28, come modificato dalla nuova normativa, quanto segue:

per quanto concerne l"obbligatorio preventivo esperimento del procedimento di mediazione, questo è già stato previsto la Legislatore all"art.30 L.n 374 del 21.11.1991, la ratio della norma essendo volta a deflazionare il contenzioso ed a favorire soluzioni alternative rispetto alla pronuncia giudiziale come per rito. Del resto la norma di cui al prefato art.5, comma 1 non può considerarsi avulsa dal contesto preesistente e va necessariamente applicata all"interno dell"ordinamento giuridico nel quale la stessa viene inserita e s"inserisce. Orbene, nel raffronto e rapportando quanto contemplato dall"art.5, comma 1, nel giudizio davanti al Giudice di Pace, la cui disciplina rituale contempla il disposto di cui all"art.322 cpc –che disciplina il tentativo di conciliazione in sede non contenziosa-; atteso, inoltre, che l"art.320, 1 comma cpc prevede che "nella prima udienza il giudice di pace interroga liberamente le parti e tenta la conciliazione" e, laddove la conciliazione riesca redige processo verbale a norma dell"art.185, ultimo comma cpc., va ulteriormente fatto rilevare –tra l"altro- che "nel giudizio innanzi al giudice di pace, l'omissione dell'obbligatorio tentativo di conciliazione delle parti alla prima udienza (art. 320 c.p.c.) non è espressamente sanzionata con la previsione di nullità e può produrre tale effetto soltanto qualora abbia comportato, in concreto, un pregiudizio del diritto di difesa." (Cfr. Cassazione civile sez. II, 11 maggio 2010, n. 11411). Ordunque, come è evincibile dalla richiamata pronuncia, l"istituto della conciliazione è già presente nel procedimento di rito ed è considerato, dagli Ermellini, obbligatorio; inoltre, l"art.311 cpc prevede espressamente che "il procedimento dinanzi al giudice di pace per tutto ciò che non è regolato nel presente titolo o in altre espresse disposizioni, è retto dalle norme relative al procedimento davanti al Tribunale in composizione monocratica, in quanto applicabili"; orbene, tale norma non soltanto si pone in rapporto di specialità rispetto al procedimento dinanzi al Tribunale, ma dispone in via diretta che il procedimento davanti al Giudice di Pace è regolato dalle norme del titolo secondo del libro secondo come richiamato e, per ciò che le norme ivi contemplate regolano, fa premio (salvo "lacune") rispetto a quelle sul procedimento innanzi al Tribunale in composizione monocratica (di cui al capo terzo del libro primo di detto libro). È appena il caso di osservare come, in ossequio al D.Lgs.n.28/10, la nuova normativa sulla mediazione non appare contenere alcun richiamo al processo dinanzi al Giudice di Pace. Il richiamato articolo 320 cpc contiene disposizioni espresse in ordine al(l"obbligo del) tentativo di conciliazione come sopra evidenziato. Detto art.320 cpc non appare essere stato abrogato e/o modificato dal D.Lgs.n.28/10, sicchè l"applicazione dell"istituto della mediazione per le materie del Giudice di Pace comporterebbe una inutile duplicazione di quanto già assegnato alla competenza di questo Ufficio e riuscirebbe d"ostacolo alla celerità del processo ed alla sua ragionevole durata (art. 111 Cost e art. 6 CEDU). Il richiamato art.322 cpc prevede che:.

[I]. L'istanza per la conciliazione in sede non contenziosa è proposta anche verbalmente al giudice di pace competente per territorio secondo le disposizioni della sezione III, capo I, titolo I, del libro primo.

[II]. Il processo verbale di conciliazione in sede non contenziosa costituisce titolo esecutivo a norma dell'articolo 185, ultimo comma, se la controversia rientra nella competenza del giudice di pace.

[III]. Negli altri casi il processo verbale ha valore di scrittura privata riconosciuta in giudizio."

Ergo, il procedimento dinanzi al Giudice di Pace già prevede sia la conciliazione in sede non contenziosa in virtù dell"art.320, 1 comma cpc, che in sede non contenziosa (non prevista dinanzi al Tribunale) ai sensi dell"art.322 cpc e, detti istituti preesistono al D. Lgs n.28/10. Invero, il D.Lgs n.28/10 (al pari della successiva normativa in subiecta materia) non contiene come detto alcun richiamo al GdP né dispone espressamente l"abrogazione degli art.320 e 322 cpc. Ne deriva che nel procedimento dinanzi al GdP vanno applicate le disposizioni di cui al libro II, titolo I, dall"art.311 all"art.322 cpc.

Appare a questo giudice che una diversa interpretazione si manifesterebbe paradossale, e comunque contra legem, in evidente contrasto con il delineato quadro sistemico e finirebbe per vanificare lo scopo del legislatore diretto proprio a favorire la conciliazione delle controversie di competenza del gdp che già svolge ex lege la funzione affidata al mediatore , assorbita dalle pregresse evidenziate motivazioni: diversamente, verrebbe conculcato il diritto di cui all'art. 24 Cost.(tertium comparationis, in collegato con l'art. 111 Cost., 1° e 2° comma). Il merito di aver tracciato questo percorso va al pronunciamento della Corte costituzionale sentenza n. 314 del 17 dicembre 2013 ), i cui punti nodali sono: l'intenzione (mens) del legislatore, cui fa riferimento l"art. 12 delle Preleggi, non è, a ben riflettere, quella soggettiva della maggioranza parlamentare che redige la norma, ma è quella oggettiva ed autonoma dello Stato, staccata dalla volontà dell"organo ed inserita armonicamente in seno al più ampio ordinamento giuridico: le norme vanno, pertanto, interpretate ed applicate alla stregua dei criteri di coerenza interna all"ordinamento, di non contraddittorietà e di razionalità". Il giudice deve cioè dedurre dall"ordinamento positivo nella sua sistematicità, e in primis dalla Costituzione, tutti i principi giuridici che possono esserne tratti, compresi quelli espressi direttamente dalla Corte Costituzionale nelle sue pronunce, e applicarli ai casi concreti della vita. E ciò perché lo Stato di diritto ha elaborato un complesso ed armonico sistema giuridico, alla cui stregua non è propriamente legittimata un"interpretazione anelastica, asetticamente avulsa dall"intero sistema, della singola norma, a differenza di quanto può avvenire nel c.d. "Stato di legge" nel quale manca la stessa nozione di ordinamento giuridico. Consegue che, nel nostro ordinamento, il giudice, ordinario o speciale che sia, non applica, di fatto, quella norma che si manifesta incompatibile col quadro generale sistematico risultante dall"ordinamento nella sua totalità ; tenendo conto il lettore che il giudice deve interpretare le leggi ordinarie applicando anche, ove occorra, direttamente la Costituzione(norme precettive, drittwirkung).Già nel 1950 la migliore Dottrina aveva riconosciuto che al giudice ordinario, per quanto egli fosse "incompetente a pronunciare l"illegittimità costituzionale di una legge", non si potesse negare la competenza ad interpretare ed applicare direttamente la Costituzione se non altro in quanto gli era consentito di rigettare "come manifestamente infondata la pregiudiziale di incostituzionalità": il giudice, nel momento stesso in cui decide di non sottoporre una disposizione di legge ordinaria al giudizio della Corte Costituzionale, viene a dare di tale disposizione una interpretazione conforme a quello che a suo giudizio è il significato della Costituzione, pur in presenza di riserva del sindacato di costituzionalità attribuita alla Corte Costituzionale. Il precipitato è che non vi è monopolio alcuno della interpretazione delle norme costituzionali a favore della Corte Costituzionale: come la Corte costituzionale non può fare a meno di interpretare le norme di legge ordinaria nel giudizio di costituzionalità, così i giudici comuni debbono poter partire dalle norme costituzionali nella interpretazione delle leggi ordinarie applicate ai casi concreti della vita, traslitterati in controversie giudiziari. Ciò, in forza del potere creativo del diritto degli organi investiti della funzione giurisdizionale a tutto vantaggio dei giudici ordinari nei confronti della Corte Costituzionale. Riconoscendo che la Costituzione ha codificato determinate scelte politiche fondamentali, imponendole a tutti i poteri dello Stato, ivi compreso quello giudiziario, autorevoli Giurisperiti individuano compiti peculiari e specifici che i giudici sono chiamati ad assolvere, in particolare l'applicazione diretta delle norme costituzionali quando ciò sia tecnicamente possibile in relazione alla res litigiosa, e l'interpretazione di tutte le leggi in conformità ai principi contenuti nella Costituzione.

Ciò stante, questo Giudicante ritiene inconferente ergo disattende l'eccepita improcedibilità.

Quanto premesso,

FISSA

Ex art. 320, 1° comma cpc l"udienza per il preliminare tentativo di conciliazione per il__________________________h___________;

In difetto di conciliazione, come sopra disposto, fissa per la medesima udienza i termini di cui all"art.320, 3° e 4° comma cpc.

Il Giudice di Pace di Civitanova Marche



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati