Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  privato.personaedanno - 2014-02-13

MINACCIA CON ARMA DA FUOCO PERCHE COMPILI IL C.I.D. IN PROPRIO FAVORE – Cass.5941/14 – Sabrina CAPORALE

A quanti non è mai capitato di compilare, a seguito di un sinistro stradale, il cosiddetto modulo di Constatazione amichevole o, comunemente detto CID?

Ebbene, la vicenda quest"oggi sottoposta all"attenzione della Suprema Corte è, a dir la verità, alquanto singolare.

Dopo un sinistro stradale due uomini, in concorso tra di loro e con violenza consistita nel puntare al collo della donna alla guida dell"altro veicolo, una pistola priva "del tappo rosso, e successivamente cercando di colpirla con una spranga di ferro", minacciandola più volte di morte, costringevano quest"ultima a firmare il c.i.d. di sinistro stradale in proprio favore.

Ebbene, già imputati e condannati in primo grado per tentata estorsione ai danni della donna, in data 17 ottobre 2012, gli stessi venivano sottoposti – con sentenza della Corte d"Appello di Roma - alla pena rispettivamente, di anni due di reclusione ed euro 500 di multa il primo e, anni uno e mesi otto di reclusione ed euro 400 di multa il secondo, per il medesimo reato.

A giudizio della Corte territoriale, i due avrebbero volontariamente cagionato il sinistro in relazione al quale avrebbero poi dato vita alle condotte descritte nel capo di imputazione.

Cosicché, proposto ricorso per Cassazione, i due ricorrenti, denunciavano la non corretta ricostruzione dei fatti operata dai giudici del primo e secondo grado di giudizio: dall"esame dei documenti nonché dall"analisi delle testimonianze "nulla lasciava intravedere l"ipotesi che i due imputati avessero volontariamente cagionato l'incidente che, invece, nella loro prospettiva, era stato determinato dalla donna. Ciò doveva, dunque, indurre i giudici del merito a riconoscere gli estremi per ritenere integrato il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni di cui all"art. 393 c.p".

Il ricorso è infondato !

Questo, quanto pronunciato dalla Suprema Corte di Cassazione.

«Può, parlarsi, infatti, di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone soltanto se il comportamento dell'agente si sia concretizzato nella realizzazione di una pretesa di diritto mediante la sostituzione della privata violenza agli effetti coattivi che scaturiscono, o che possono comunque scaturire, dal provvedimento giurisdizionale, conseguendo così direttamente, anche se con arbitrio, a causa dei mezzi impiegati, lo stesso effetto positivo che può scaturire da una posizione soggettiva qualificata, regolarmente azionata secundum ius. Il delitto di cui all'art. 393 cod. pen. si traduce, infatti - come anche rivela la sua collocazione topografica nel quadro dei reati contro l'amministrazione della giustizia - nella indebita attribuzione a sé stesso, da parte del privato, di poteri e facoltà spettanti esclusivamente al giudice, e l'agente deve essere animato dal fine di esercitare un diritto con la coscienza che l'oggetto della pretesa gli competa effettivamente e giuridicamente in toto, con la conseguenza che il reato di cui all'art. 393 cod. pen. non può ritenersi configurabile quando si tratti di pretesa illegittima in tutto o in parte o sia giuridicamente impossibile il ricorso al giudice».

«D'altra parte, - aggiunge la Corte - è pure ricorrente l'insegnamento secondo il quale, per la sussistenza della fattispecie in questione, è necessario non solo che la pretesa arbitrariamente esercitata sia munita di specifica azione, ma anche che la condotta illegittima sia mantenuta nei limiti di quanto il soggetto avrebbe potuto ottenere per via giudiziaria, escludendosi, dunque, l'applicabilità dell'art. 393 cod. pen., ove il fatto trasmodi il fine, producendo effetti ulteriori rispetto alla coazione in quanto tale, che è l'elemento che accomuna la pretesa giudiziariamente realizzata e dunque "eseguibile", e la pretesa direttamente "soddisfatta" dal privato attraverso l'uso della violenza o della minaccia (sul punto, e tra le tante, v. Cass., Sez. VI, n. 32721 del 21 giugno 2010)».

«Ebbene, nel caso di specie, è del tutto evidente che nessuna azione giudiziaria poteva consentire agli imputati di ottenere, da parte della persona offesa, una sottoscrizione del c.i.d. o una sorta di riconoscimento del debito, non senza rilevare, d'altra parte, non solo che risulta processualmente accertata la diretta ed esclusiva responsabilità degli stessi imputati nella genesi del sinistro, addirittura volontariamente prodotto, ma anche un evidente eccesso di violenza, del tutto incongruo rispetto alla realizzazione della ipotetica pretesa, al punto da aver esposto a pericolo di danno la stessa persona della vittima del reato.

(…) Il che basta ad escludere la riconducibilità del fatto all'interno del circoscritto perimetro entro il quale può trovare applicazione la particolare figura della "ragion fattasi"».



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