Changing Society, Persone con disabilità -  Marra Angelo D. - 2014-05-19

MINIMA DI DIRITTO DISEGUALE - Angelo D. MARRA

Ieri, durante un incontro sulla parità di genere organizzato dal mio Consiglio dell'Ordine, riflettevo su quanto possa essere utile combattere la discriminazione di ambiti diversi giovandosi delle esperienze maturate in ciascuno. Mi spiego: gli strumenti elaborati per contrastare la discriminazione di genere possono essere utili anche per rimuovere la discriminazione basata sulla disabilità, o quella scaturente dalla differente origine etnica. Ma vale anche il contrario: le cose che abbiamo "appreso" in tema di disabilità, possono valere con riferimento alla discriminazione di genere.

Ecco che, in questa prospettiva, rifletto sulla natura delle azioni positive. Normalmente, queste vengono considerate accettabili per restaurare l'uguaglianza sostanziale che altrimenti difetterebbe (purché  dette azioni siano temporanee).

Si è infatti evidenziato che le azioni positive di genere sono diverse dagli "accomodamenti ragionevoli" perché, mentre le prime sono destinate a non durare nel tempo essendo intrinsecamente temporalmente limitate, i secondi dovrebbero avere carattere "permanente". Ciò  perché costituiscono quel differente arrangiamento che rende possibile l'esercizio, alla singola persona disabile considerata, del diritto umano o della libertà fondamentale altrimenti negata. E la condizione di (potenziale) esclusione del soggetto  disabile permane. Pertanto, visto il carattere estremamente individualizzato della misura, ed il fatto che - se si elimina l'accomodamento - l'individuo torna a non poter godere il diritto o la libertà in questione, la "misura di diritto diseguale" nei confronti della persona disabile non sarebbe destinata a venir meno con lo scorrere del tempo.

Affascinante prospettazione che, per certi profili, evidenzia una peculiarità importante: se in ragione della tua diversità hai bisogno di un accomodamento ragionevole, questa necessità ti accompagnerà per sempre.

Mi domando: ma, con riferimento alle questioni di genere, è poi così vero che le azioni positive hanno carattere temporaneo? L'idea è che per ristabilire l'uguaglianza sia possibile applicare misure di diritto diseguale che poi, nel tempo,  non saranno più necessarie e quindi verranno meno. Ma è vero che una volta raggiunta la "parità",  l'esigenza delle azioni positive (e la loro giustificabilità) verrà meno? Io credo, onestamente, di no.

Cioè, se elimini le azioni positive messe in campo, allora, la condizione della donna nella società di oggi tenderà a tornare quella che era in passato. Questo non perché la donna abbia meno valore dell'uomo ma semplicemente perché i rischi connessi alla diseguaglianza e all'oppressione sono sempre - nella storia dell'umanità - dietro l'angolo e, quando pensiamo di esserci evoluti in una direzione, se abbassiamo (culturalmente) la guardia, rischiamo di piombare nuovamente nella "barbarie".

Dunque, ammettiamolo,  anche le azioni positive di genere, sono destinate ad un carattere tendenzialmente perpetuo.

Allora, mi dico, non sarebbe più semplice abbandonare l'impostazione di stampo ottocentesco che ci vorrebbe tutti uguali (che si traduce nell'imbarazzo di fronte allo strumento giuridico "azione positiva"), in favore di una ricostruzione più aderente alla realtà che tenga conto del fatto che non siamo tutti uguali? Ma, sorge spontanea la domanda, come si fa a costruire un diritto diseguale che sia anche diritto giusto? Il quesito, posto in questi termini, è probabilmente indecidibile. Un passo avanti però lo si può forse fare evitando un attaccamento eccessivo a feticci ideologici: in altri termini, non c'è nulla di male se le azioni positive non sono temporanee. Questo non costituisce pregiudizio per il sistema giuridico. Non ci si deve domandare se le azioni positive sono accettabili; non si pone ( e non si deve porre) un problema di "tollerabilità" della azione positiva considerata. Semmai, il quesito dovrebbe riguardare l'adeguatezza rispetto al valore-persona che si intende presidiare.

Dunque, così come le azioni positive per le persone con disabilità non hanno carattere temporaneo, anche le azioni positive per la tutela della donna non sono - in realtà - destinate a venir meno (se non in tempi talmente lunghi da rendere specioso il quesito).

Altro tema solo accennato: le quote. Con riferimento alla condizione delle persone con disabilità il sistema delle quote minime (mi riferisco al collocamento obbligatorio prima e mirato oggi) non ha dimostrato grandi risultati in termini di inclusione ed 'esperienze lavorative di successo' di persone disabili. Temo che la stessa cosa possa accadere con le quote di genere.

C'è, però, una differenza: una cosa e una quota sul posto di lavoro, altra è una quota in una competizione elettorale. È un dato incontestabile che la partecipazione delle donne (ma vale anche per le persone con disabilità) alla vita politica sia minore rispetto a quella degli uomini. Per cambiare le cose,  è necessario essere presenti laddove sono assunte le decisioni (questo vale, di nuovo, anche per la disabilità). Quindi, ben vengano le misure che attuano la partecipazione.

Personalmente auspicherei di vivere in un paese in cui una quota di genere (o di altra natura) non fosse necessaria ma, poiché è evidente la carenza di partecipazione di alcuni gruppi di persone rispetto ad altri, ben vengano - ribadisco - regole correttive.

Questi sono, almeno a mio parere, solamente " esperimenti" minimi (come pure le mie considerazioni) di diritto diseguale. Valorizzare le differenze con il diritto, per propria natura caratterizzato da una sorta di 'attrazione' nei confronti di elementi di simmetria e fattori di similitudine, non è affatto semplice. Ma la complessità della comunità in cui viviamo è l'evolversi del pensiero umano impongono di riflettere sulla diversità come fattore positivo e comunque, ineliminabile della realtà.

Le considerazioni che precedono vorrebbero solo servire a far riconoscere che il diritto è uno strumento e - come tale - può essere sostituito o aggiornato senza patemi d'animo. Non c'è nulla di sacro ed intangibile nel giuridico: l'importante è giungere ad una sempre migliore qualità della vita ed inclusione sociale in cui ciascuno possa fiorire come valore-persona. Si licet: il fine giustifica i mezzi.



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