Legislazione e Giurisprudenza, Minori, donne, anziani -  Gasparre Annalisa - 2015-03-15

MINORI: UNA STORIA DI SOSTANZIALE ABBANDONO - Cass. 2413/15 - A. GASPARRE

- minori

- stato di abbandono: consiste nella privazione di assistenza morale e materiale da parte dei genitori o dei parenti, tenuti a provvedervi, non dovuta a forza maggiore di carattere transitorio.

- decreto di adottabilità


A seguito di una denuncia presentata dalla madre di tre bambine nei confronti del compagno, davanti al Tribunale per i minorenni si apriva un procedimento civile. In un primo momento era disposto l'allontanamento delle minori dal domicilio familiare, con loro collocamento presso la comunità, successivamente veniva sospesa la potestà paterna, sospensione poi confermata. In favore delle minori si disponeva affido eterofamiliare.

In seguito veniva aperto un procedimento volto alla declaratoria di adottabilità di una delle minori e veniva aperto un altro procedimento con cui si procedeva a revocare il disposto affidamento eterofamiliare delle due bambine e si disponeva l'affidamento ai Servizi sociali ed il collocamento in struttura, insieme alla madre ed alla loro sorella.

Successivamente era disposto l'allontanamento della madre dalla struttura dove invece permanevano le tre figlie, di cui erano state regolate (e protette) le frequentazioni delle bambine coi genitori.

Le minori sono state protagoniste, loro malgrado, di una storia giudiziaria "che evidenzia una loro pesante esperienza, di abbandono e di sofferenza determinata da una incapacità dei genitori di provvedere alle loro esigenze di cura ed assistenza"; dopo un primo allontanamento dei genitori con sospensione della potestà genitoriale, è seguito anche l'allontanamento dell'altra sorellina e quindi il loro ricongiungimento presso un unica struttura, nel tentativo di ricostruire una sorta di nucleo familiare con la madre attraverso l'aiuto degli operatori.

In tale contesto venivano emessi i provvedimenti di adottabilità che trovano la loro base nei continui attriti e discussioni nel tempo intervenuti tra la madre e gli operatori della struttura. I genitori sono stati giudicati incapaci di "prendersi cura delle proprie figlie in una modalità non pregiudizievole per esse, non hanno mostrato capacità di riconoscere le proprie responsabilità ed il dolore delle proprie figlie, continuando ad anteporre la loro vita affettiva ed i propri bisogni al benessere".

Le minori venivano dunque dichiarate in stato di abbandono.

I risultati delle indagini svolte sulla personalità dei genitori e il loro stile di vita avevano evidenziato "l'inidoneità dei medesimi ad assicurare alle figlie una crescita sana e regolare, un ambiente familiare capace di dare loro calore e protezione. Appariva, quindi, non più procrastinabile l'inserimento delle minori in un nucleo familiare, che assicurasse loro tutte le cure, l'affetto e le attenzioni di cui necessitavano per sviluppare correttamente la loro personalità e crescere in modo normale e sereno, tenuto conto che le due bambine erano praticamente vissute sin dalla nascita in un ambiente etero familiare". In particolare, il padre aveva avuto con le figlie "un'interazione piuttosto superficiale e priva di significati affettivi" mentre la madre, di umore instabile, era "in preda a scatti d'ira, aventi a oggetto anche le figlie", con l'effetto che, pertanto, "nessuno dei coniugi era da ritenersi in grado di riconoscere i bisogni di queste ultime, di anteporli a quelli personali e, perciò di prendersi cura di loro".

L'interesse del minore è il discrimine tra il mantenimento dei rapporti con la famiglia naturale e l'interruzione del legame, il danno reale o potenziale che il minore subiva o poteva subire continuando a vivere nella famiglia d'origine.

In caso di carenze materiali psicologiche e affettive inemendabili, non dipendenti da cause transitorie e di tale rilevanza da integrare una situazione di rischio grave ed irreparabile, la rescissione del legame familiare costituisce l'unico mezzo adatto a evitare maggiori pregiudizi al minore.

Nel caso di specie, l'atteggiamento non collaborativo di entrambi i genitori, in particolare della madre nei confronti dei Servizi e il persistere di una sostanziale indifferenza del padre, nei confronti dei minori, erano tali da giustificare una situazione, qualificabile come stato di abbandono.

Come noto la L. 4 maggio 1983, n. 184, art. 1 (nel testo novellato dalla L. 28 marzo 2001, n. 149) attribuisce il diritto del minore di crescere nell'ambito della propria famiglia d'origine un carattere prioritario - considerandola l'ambiente più idoneo al suo armonico sviluppo psicofisico - e mira a garantire tale diritto attraverso la predisposizione di interventi diretti a rimuovere situazioni di difficoltà e di disagio familiare.

Da tale impostazione deriva che, per un verso, compito del servizio sociale non è solo quello di rilevare le insufficienze in atto del nucleo familiare, ma, soprattutto, di concorrere, con interventi di sostegno, a rimuoverle, ove possibile, e che, per altro verso, ricorre la "situazione di abbandono" sia in caso di rifiuto ostinato a collaborare con i servizi predetti, sia qualora, a prescindere dagli intendimenti dei genitori, la vita da loro offerta al figlio sia inadeguata al suo normale sviluppo psico-fisico, cosicchè la rescissione del legame familiare è l'unico strumento che può evitare un più grave pregiudizio ed assicurargli assistenza e stabilità affettiva.

Le declaratorie sullo stato di abbandono delle tre minori sono aderenti al dettato normativo ed alla relativa elaborazione giurisprudenziale. Secondo la Corte "La valutazione di inadeguatezza di ciascuno dei genitori ad allevare ed educare le tre figlie senza procurare danni irreversibili al loro sviluppo ed equilibrio psichico, inadeguatezza da intendere ed intesa anche come scevra da intenti sanzionatori o da verbali ed inaffidabili disponibilità e non esclusa dalla oggettiva disponibilità di sufficienti risorse economiche, appare coerente con l'ampio ambito delle acquisite ed esaminate risultanze e segnatamente con il riscontro delle condizioni di vita del nucleo familiare, dei profili di personalità di ciascun genitore".

Sul tema, su questa Rivista, "ADOTTABILITA': COSA SI INTENDE PER ABBANDONO" - App. Campobasso, 26.10.13 (15.2.2015)

Cass. civ. Sez. I, Sent., 09-02-2015, n. 2413

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FORTE Fabrizio - Presidente -

Dott. DOGLIOTTI Massimo - Consigliere -

Dott. GIANCOLA Maria C. - rel. Consigliere -

Dott. CAMPANILE Pietro - Consigliere -

Dott. BISOGNI Giacinto - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 28890-2013 proposto da:

M.O. (c.f. (OMISSIS)), O.M. (già A.) (C.F. (OMISSIS)), domiciliati in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CANCELLERIA CIVILE DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentati e difesi dall'avvocato MATERAZZI ROBERTO, giusta procura in calce al ricorso;

- ricorrenti -

contro

T.D., MO.ES., PROCURATORE GENERALE DELLA REPUBBLICA PRESSO LA CORTE DI APPELLO DI PERUGIA;

- intimati -

avverso la sentenza n. 565/2013 della CORTE D'APPELLO di PERUGIA, depositata il 05/11/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 16/01/2015 dal Consigliere Dott. MARIA CRISTINA GIANCOLA;

udito, per i ricorrenti, l'Avvocato ROBERTO MARIA MATERAZZI che ha chiesto l'accoglimento del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CERONI Francesca che ha concluso per la cassazione con rinvio della sentenza impugnata.

Svolgimento del processo

I distinti procedimenti n. 11/ 2010 ADS e n. 12/2012 ADS, inerenti il primo alla minore M.V., nata il (OMISSIS), ed il secondo alle sue sorelle M.G., nata il (OMISSIS), e M.F., nata l'(OMISSIS), tutte e tre figlie di M.O. e di A.M. ( O.) sposatisi il (OMISSIS) ed assistite dal curatore speciale Avv.to T. D., venivano definiti dal Tribunale per i minorenni di Perugia con le sentenze rispettivamente n. 13 e 14, entrambe del 5- 24.04.2013, con le quali si dichiarava lo stato di adottabilità della bambine, con nomina a loro tutore della dott.ssa Mo.E..

La complessa vicenda sottesa a dette declaratorie aveva inizialmente coinvolto le minori F. e G., a seguito della denuncia sporta nel 2006 dalla A. nei confronti del compagno M. O. e della conseguente apertura, dinanzi al T.M. dell'Umbria, del procedimento n. 571/07. Nell'ambito di questo procedimento, con provvedimento del 13.07.2007, era stato disposto l'allontanamento delle minori dal domicilio familiare, con loro collocamento presso la comunità Casa Santa Lucia di Gubbio, con altro provvedimento del 14.3.2008, era stata sospesa la potestà paterna, sospensione poi confermata con provvedimento del 24.4.2009, e con successivo provvedimento dell'8.1.2010, le bambine erano state affidate ad una famiglia. Successivamente, il 21.05.2010, dinanzi al medesimo Tribunale minorile, veniva aperto il procedimento n. 11/2010 ADS, volto alla declaratoria di adottabilità di M.V., nata nel (OMISSIS). In pendenza di questo secondo procedimento e data anche la ivi manifestata disponibilità materna, veniva aperto nei confronti di M.F. e G. il nuovo procedimento n. 187/2011, in cui, con provvedimento del 15.07.2011, revocato il disposto affidamento eterofamiliare delle due bambine, ne veniva disposto l'affidamento ai Servizi sociali ed il collocamento nella struttura "Il Porto Riparato" di (OMISSIS), insieme alla madre ed alla loro sorella V., al medesimo fine attinta da autonomo provvedimento, adottato in pari data nel diverso giudizio n. 11/2010 ADS che la riguardava.

Con decreto del 12-29.12.2012, la Corte di appello di Perugia respingeva il reclamo proposto dalla A. avverso i due decreti (del 6-13.08.2012), di analogo contenuto, con cui nei procedimenti n. 187/2011 e n. 11/2010 era stato disposto l'allontanamento della reclamante dalla struttura "Il Porto Riparato", ferma restando la permanenza in essa delle tre figlie, ed erano state regolate (e protette) le frequentazioni delle bambine coi genitori.

Emerge (dall'impugnata sentenza) che il decreto del 12-29.12.2012 era del seguente tenore:

"Questa è la storia giudiziaria delle tre minori, storia che evidenzia una loro pesante esperienza, di abbandono e di sofferenza determinata da una incapacità dei genitori di provvedere alle loro esigenze di cura ed assistenza; ad un primo allontanamento di G. e F. con la sospensione della potestà genitoriale nei confronti del M. è seguito anche l'allontanamento di V. dal contesto familiare con un ricongiungimento delle tre sorelline presso un unica struttura, con inevitabili problemi legati ai rapporti tra le stesse, nel tentativo di ricostruire una sorta di nucleo familiare con la madre attraverso l'aiuto degli operatori. In questo quadro, sicuramente non rassicurante per il benessere, soprattutto psichico delle bambine, vengono emessi, nell'ambito dei procedimenti n. 187/2011 e 11/2010, i provvedimenti oggi reclamati che trovano la loro base nei continui attriti e discussioni nel tempo intervenuti tra A.M. e gli operatori della struttura, sfociati, infine, negli episodi verificatisi tra il 20 e il 23 luglio 2012. Ed infatti, sulla base di quanto emerge dalle relazioni degli operatori, in atti, nella giornata del 20 luglio la A. aggrediva verbalmente e fisicamente l'educatrice di turno con urla e invettive, minacciandola di morte, spintonandola e provando a schiaffeggiarla;

continuava in tale atteggiamento anche una volta rientrata in Comunità creando spavento tra i minori, ospiti della struttura;

nella giornata del 22 luglio si allontanava dalla comunità portando con sè le bambine senza fare rientro all'ora di pranzo e senza dare alcun avviso agli operatori, venendo, poi, ritrovata solo in serata, presso l'abitazione del M., dai Carabineiri di Narni allertati dalla comunità stessa. Le giustificazioni che A.M. cerca di fornire a questi suoi comportamenti (presunti maltrattamenti degli operatori ai danni delle bambine) sono prive di un qualsiasi riscontro probatorio che, sicuramente, non può essere cercato attraverso l'audizione delle minori stante la loro tenera età ed il condizionamento che sulle stesse può operare la madre. In realtà dalle relazioni che nel tempo si sono susseguite e che hanno avuto ad oggetto l'osservazione e la valutazione del ruolo genitoriale della A. è risultato che quest'ultima, pur avendo dato la disponibilità ad entrare in una struttura con le figlie, si è spesso allontanata da sola da detta struttura per raggiungere il marito M.O.; in particolare nella relazione 22.2.2012, nell'ambito del proc.n. 187/2011, si legge " M. appare piuttosto sfuggente ..continua a ritagliarsi molti spazi autonomi dove non permette nè agli operatori nè al servizio di entrare, spazi che spesso nascono dalla necessità di controllare il marito ed il suo lavoro... Tale rapporto con il Sig. M. assorbe molte delle energie della A. e spesso diviene prioritario al rapporto con le figlie. La signora A. appare inoltre molto instabile nell'umore, alterna fasi di assoluta serenità ad episodi molto aggressivi in tempi molto ravvicinati... In particolare nel periodo delle vacanze natalizie si è assistito ad un considerevole aumento di questi scatti di ira che hanno riguardato anche in modo molto diretto le bambine, anche alla presenza degli operatori, con eccessi di violenza nei loro confronti"; ed ancora si osserva che "in relazione alla valutazione delle capacità genitoriali della signora A.M. e del sig. M.O., si ritiene che ad oggi entrambi non siano in grado di prendersi cura delle proprie figlie in una modalità non pregiudizievole per esse, non hanno mostrato capacità di riconoscere le proprie responsabilità ed il dolore delle proprie figlie, continuando ad anteporre la loro vita affettiva ed i propri bisogni al benessere di G., F. e V.. Ne deriva, quindi, che in realtà l'atteggiamento che A.M. assume nei confronti degli educatori deriva soprattutto dalla sua incapacità di adeguarsi a delle regole, e dalla sua incapacità ad allontanarsi dal M., tutto ciò a discapito delle bambine. D'altro canto, in questo momento, non può assolutamente neppure prospettarsi la possibilità di un ricongiungimento della madre e delle bambine presso l'abitazione del M. dal momento che a carico dello stesso vi è ancora il provvedimento di sospensione della potestà genitoriale nei riguardi di G. e F., e che anche negli incontri protetti con V. non risulta una grande empatia dello stesso con la minore (vedi relazione del 29,9.2012). Inoltre dalle relazioni dei Servizi sociali riguardanti gli incontri che A.M. sta facendo con le sue figlie, come disposto dai provvedimenti 6.8.2012, risulta che la predetta non ha assolutamente superato la conflittualità insorta con gli operatori della struttura tanto che, quando arrivano per accompagnare le bambine, neppure li guarda o, comunque, rivolge un veloce saluto (relazione 29.9.2012). E' evidente, quindi, che in questo clima di tensione non è assolutamente possibile permettere alla A. di fare rientro nella struttura, potendo ciò essere fonte di ulteriori attriti che verrebbero sempre più a danneggiare la tranquillità delle minori. Nè in questa situazione si ravvisa l'opportunità di individuare una diversa struttura dove inserire G., F. e V. insieme alla mamma in quanto ciò determinerebbe un ulteriore trauma per le bambine che verrebbero a ritrovarsi in un diverso ambiente con nuovi problemi di socializzazione e, d'altro canto, non risolverebbe il problema della A. e della sua incapacità ad adeguarsi alle regole neppure nella consapevolezza che ciò sarebbe necessario per il benessere delle sue figlie".

Nel frattempo il 6.08.2012. veniva aperto l'ulteriore procedimento n. 12/2012 ADS, volto alla declaratoria di adottabilità delle sorelle M.G. e F., definito dal tribunale minorile con sentenza n. 14 del 5-24.04.2013, dichiarativa del loro stato di abbandono.

Con sentenza n. 565 del 9.10-5.11.2013 la Corte di appello di Perugia respingeva le distinte e riunite impugnazioni proposte avverso le due sentenze n. 13 e 14 del 5-24.04.2013 rese dal TM. La Corte territoriale osservava e riteneva che:

erano da condividere le premesse in fatto e gli argomenti che erano stati tratti in diritto nel provvedimento del 12-29.12.2012, con cui la medesima Corte di appello di Perugia aveva respinto il reclamo della A.;

l'impugnata sentenza del Tribunale per i Minorenni si era fondata sulla circostanza che il risultato delle indagini svolte ai sensi della L. n. 184 del 1983, artt. 10 e 12, con particolare riguardo alla delineata personalità dei genitori e al loro stile di vita, aveva messo in evidenza l'inidoneità dei medesimi ad assicurare alle figlie una crescita sana e regolare, un ambiente familiare capace di dare loro calore e protezione. Appariva, quindi, non più procrastinabile l'inserimento delle minori in un nucleo familiare, che assicurasse loro tutte le cure, l'affetto e le attenzioni di cui necessitavano per sviluppare correttamente la loro personalità e crescere in modo normale e sereno, tenuto conto che le due bambine erano praticamente vissute sin dalla nascita in un ambiente etero familiare. Non era risultata la presenza di congiunti con i quali le minori avessero avuto rapporti significativi; tali valutazioni si fondavano sul presupposto, che il padre avesse avuto con le figlie "un'interazione piuttosto superficiale e priva di significati affettivi" mentre la madre, era connotata da umore instabile ed era, spesso, in preda a scatti d'ira, aventi a oggetto anche le figlie, in modo tale che nessuno dei coniugi era da ritenersi in grado di riconoscere i bisogni di queste ultime, di anteporli a quelli personali e, perciò di prendersi cura di loro;

l'incapacità della madre di assumere le proprie responsabilità genitoriali, era evidenziata nelle relazioni An., successive alle dimissioni della A. dalla struttura protetta (avvenute il 6.8.2012), dove si evidenziavano reazioni inadeguate, aggressività e manifestazioni di disinteresse o di eccessivo interesse nei confronti delle figlie, tali da consentire al Tribunale per i Minorenni le suddette conclusioni circa l'incapacità della donna ad assumere il proprio ruolo genitoriale e a comprendere i bisogni affettivi delle figlie, bisogni cui non era riuscita a sopperire, mediante la sua permanenza in comunità (permanenza condizionata a frequenti allontanamenti per poter andare a vivere con il marito);

l'atteggiamento d'indifferenza e d'incapacità comunicativa del M., indicato quale l'unico soggetto investito del compito di procurare i mezzi di sussistenza alla famiglia e il rapporto conflittuale tra le parti, erano ulteriori argomenti a giustificazione del provvedimento adottato dal Tribunale per i Minorenni;

secondo l'appellante a) l'accertamento eseguito dal Tribunale per i Minorenni sarebbe stato inadeguato in rapporto alla valutazione della capacità genitoriale, sia dal punto di vista, di carattere negativo, dell'impossibilità di provvedere agli obblighi di cura, mantenimento, istruzione ed educazione delle minori, sia dal punto di vista del positivo accertamento dell'idoneità dell'incapacità genitoriale suddetta a procurare danni gravi e irreversibili, alla crescita delle minori medesime; b) la valutazione della personalità dei genitori sarebbe stata datata, perchè eseguita il 27 dicembre 2009; c) le modalità di realizzazione degli incontri protetti, rispetto alle proposte formulate dalla Dott.ssa An. (con la conseguente impossibilità, secondo l'appellante, di tenerne conto ai fini della decisione) e le evoluzioni positive dei comportamenti genitoriali, evidenziate nelle relazioni degli ultimi anni, nel senso della ricostituzione di un rapporto accettabile delle figlie con entrambi i genitori, in modo particolare con la madre, sarebbero state tutte indicative della sussistenza di indici interpretativi univoci, attestanti la positiva incidenza del comportamento dei genitori sul normale sviluppo psico-fisico delle minori; d) il ruolo dei Servizi, in prospettiva, doveva essere quello di un maggiore coinvolgimento nell'educazione e nello sviluppo delle figlie;

le osservazioni proposte in sede di appello non erano confortate da elementi probatori, che potessero porre in discussione le premesse, giustificanti la conferma dei provvedimenti di sospensione della potestà genitoriale e indicative dell'incapacità di entrambi i genitori, di provvedere alle incombenze loro affidate nei confronti delle figlie. Tale valutazione coinvolgeva il padre, per la conclamata sua indifferenza e la madre per la sua inadeguatezza complessiva, manifestata anche nella mancata collaborazione al progetto di ristabilimento dei rapporti familiari, rispetto al ruolo dei servizi;

non si rivelavano elementi sopravvenuti, idonei a evitare la naturale conseguenza dei provvedimenti originari, che era la declaratoria di stato di abbandono;

l'incapacità genitoriale, che aveva determinato la sospensione dall'esercizio della potestà, aveva trovato conferme nelle successive relazioni di aggiornamento, redatte dalla Dott.ssa An. e dalle assistenti sociali del Comune di Terni, rispettivamente nei mesi di gennaio e febbraio 2013;

le assistenti sociali avevano confermato che non vi era stata "un'evoluzione nella modalità relazionale sia da parte dei genitori che delle bambine", gli incontri protetti avevano confermato l'incapacità della madre di gestire la relazione con le figlie, mentre i miglioramenti nel rapporto delle figlie con il padre, attestati dalla Dott.ssa An. nella relazione del 7/1/2013, non apparivano decisivi, nel senso della rivalutazione della capacità genitoriale del M., considerato che, nonostante i momenti in cui egli riusciva a ritrovare un minimo di legame affettivo con le figlie, nel suo complesso egli risultava distante da un rapporto soddisfacente. In tale ultimo senso, si dovevano esaminare i fastidi della figlia verso l'atteggiamento del padre, che consisteva anche in sfoghi con attacchi di turpiloquio, oltre a una sostanziale assenza di atteggiamenti affettuosi nonostante le rare situazioni di coinvolgimento emotivo, che però non avevano eliminato la sua confessata "scarsa capacità ad esternare emotività e affettività";

sulle modalità di realizzazione degli incontri protetti tra i genitori e le figlie, non potevano accogliersi le censure formulate in sede d'impugnazione, tanto più che anche all'udienza del 5 marzo 2013, per la declaratoria di adottabilità, svoltasi davanti al Tribunale per i Minorenni, il curatore aveva concluso per l'accoglimento della declaratoria di stato di adottabilità delle minori M.G. e F. e all'udienza del 3 ottobre 2012 aveva formulato analoghe conclusioni, per quanto riguardava la minore M.V.;

il concetto di "interesse del minore", come delineato nell'applicazione giurisprudenziale della L. n. 184 del 1983 e prioritariamente, nella verifica dello stato di abbandono, inteso quale privazione di assistenza morale e materiale da parte dei genitori o dei parenti, tenuti a provvedervi, non dovuta a forza maggiore di carattere transitorio, considerava quale discrimine tra il mantenimento dei rapporti con la famiglia naturale e l'interruzione del legame, il danno reale o potenziale, che il minore subiva o poteva subire continuando a vivere nella famiglia d'origine, cosicchè in caso di carenze materiali psicologiche e affettive inemendabili, non dipendenti da cause transitorie e di tale rilevanza da integrare una situazione di rischio grave ed irreparabile, la rescissione del legame familiare costituiva l'unico mezzo adatto a evitare maggiori pregiudizi al minorenne. L'atteggiamento non collaborativo di entrambi i genitori, in particolare della madre nei confronti dei Servizi e il persistere di una sostanziale indifferenza del padre, nei confronti dei minori, erano tali da giustificare una situazione, qualificabile come stato di abbandono, non essendo emersi elementi nuovi in epoca successiva ai provvedimenti di sospensione della potestà genitoriale;

la L. 4 maggio 1983, n. 184, art. 1 (nel testo novellato dalla L. 28 marzo 2001, n. 149) attribuiva al diritto del minore di crescere nell'ambito della propria famiglia d'origine un carattere prioritario - considerandola l'ambiente più idoneo al suo armonico sviluppo psicofisico - e mirava a garantire tale diritto attraverso la predisposizione di interventi diretti a rimuovere situazioni di difficoltà e di disagio familiare. Ne conseguiva che, per un verso, compito del servizio sociale non era solo quello di rilevare le insufficienze in atto del nucleo familiare, ma, soprattutto, di concorrere, con interventi di sostegno, a rimuoverle, ove possibile, e che, per altro verso, ricorreva la "situazione di abbandono" sia in caso di rifiuto ostinato a collaborare con i servizi predetti, sia qualora, a prescindere dagli intendimenti dei genitori, la vita da loro offerta al figlio fosse inadeguata al suo normale sviluppo psico- fisico, cosicchè la rescissione del legame familiare era l'unico strumento che potesse evitargli un più grave pregiudizio ed assicurargli assistenza e stabilità affettiva;

dagli atti, pur non emergendo alcuna situazione di abbandono di carattere materiale, emergeva l'inadeguatezza dei genitori nel prendersi cura del minore e tale elemento era sufficientemente provato, anche per l'epoca più recente e successiva ai primi provvedimenti del Tribunale per i Minorenni di Perugia, anteriori rispetto a quello oggetto dell'attuale controversia;

alla luce di quanto sopra, doveva essere rigettata l'impugnazione e doveva essere confermata interamente la declaratoria di stato di adottabilità, pronunziata dal Tribunale per i Minorenni dell'Umbria, Avverso questa sentenza il M. e la A. ( O.) hanno proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi e notificato il 4.12.2013 al PG presso il Giudice a quo nonchè il 4-9.12.2013 all'avv.to T.D. curatrice speciale e ad M. E. tutore speciale delle minori, che non hanno svolto attività difensiva.

Motivi della decisione

A sostegno del ricorso il M. e la O. denunziano:

1. "Violazione e falsa applicazione della L. n. 184 del 1983, art. 8 e ex art. 360 c.p.c., n. 3 ed omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio ex art. 360 c.p.c., n. 5".

Sostengono in sintesi che i giudici d'appello hanno omesso di motivare e comunque dato risposte stereotipate e/o contraddittorie sul motivo di gravame inerente al mancato rigoroso accertamento dell'incapacità di entrambi i genitori di adempiere all'obbligo di mantenere, educare ed istruire la prole, al fine di garantire un equilibrato ed armonioso sviluppo della personalità delle minori, ciò considerata anche la risalenza al 27.12.2009 dell'indagine sulla loro personalità demandata al CSM di Terni, non rinnovata nonostante le reiterate richieste di tutte le parti, e soprattutto il fatto che sin dal marzo 2008 il M. non aveva più incontrato le figlie più grandi, G. e F., in quanto era stata sospesa e poi non revocata, la sua potestà genitoriale nei confronti delle stesse, il che aveva anche impedito di osservare il suo comportamento con loro.

2. "Violazione e falsa applicazione della L. n. 184 del 1983, art. 8, ex art. 360 c.p.c., n. 3 ed omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio ex art. 360 c.p.c., n. 5".

Deducono che con gli appelli delle due sentenze avevano sostenuto pure che, quand'anche, come non era, si fosse ritenuta sussistente la loro incapacità genitoriale, tale incapacità non poteva essere apprezzata come tale da avere provocato o da poter provocare danni gravi ed irreversibili all'equilibrata crescita delle figlie ed assumono in sintesi che nella sentenza che ha definito i gravami non si rinviene una motivazione sufficiente in merito a detto necessario accertamento, non trovando alcuna rispondenza nella documentazione in atti gli unici elementi valorizzati ossia l'atteggiamento non collaborativo nei confronti dei Servizi di entrambi i genitori ed in particolare della madre nonchè il persistere di una sostanziale indifferenza del padre nei confronti delle minori.

3. "Violazione e falsa applicazione dell'art. 17 legge n. 184 del 1983 ex art. 360 c.p.c., n. 3 ed omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio ex art. 360 c.p.c., n. 5".

Si dolgono che la Corte d'Appello non abbia pronunciato nè motivato sulle loro istanze di rivalutazione della personalità e delle capacità genitoriali, già richieste in passato anche dai Servizi e dalla Curatrice.

I tre motivi del ricorso non meritano favorevole apprezzamento.

Le declaratorie sullo stato di abbandono delle tre minori, confermate in appello, si rivelano aderenti al dettato normativo ed alla relativa elaborazione giurisprudenziale nonchè fondate su ragioni puntuali, logiche ed esaurienti, come condivisibilmente, seppure implicitamente, ritenuto, dunque legittime. La valutazione di inadeguatezza di ciascuno dei genitori ad allevare ed educare le tre figlie senza procurare danni irreversibili al loro sviluppo ed equilibrio psichico, inadeguatezza da intendere ed intesa anche come scevra da intenti sanzionatori o da verbali ed inaffidabili disponibilità e non esclusa dalla oggettiva disponibilità di sufficienti risorse economiche, appare coerente con l'ampio ambito delle acquisite ed esaminate risultanze e segnatamente con il riscontro delle condizioni di vita del nucleo familiare, dei profili di personalità di ciascun genitore, anche tratti nel dicembre 2009 dall'esito dell'indagine affidata al CSM di Terni, dei contegni individuali, interpersonali e sociali dagli stessi nel tempo tenuti e soprattutto dei correlati connotati del rapporto con le tre figlie, una volta allontanate dall'habitat domestico e da allora in poi vissute in altro contesto ambientale con continuo apporto, sostegno e vigilanza delle strutture pubbliche ma senza la costante presenza dei genitori, neanche della madre. D'altra parte, le dedotte censure involgono prevalentemente la motivazione della sentenza d'appello e sostanziandosi in gran parte in mere critiche o in rilievi di errori valutativi ed addebiti di mancato esame, smentiti dal tenore dell'impugnata pronuncia, pure in punto di frequentazioni paterne delle figlie e di verifica della relativa evoluzione, attuata tramite osservazione protrattasi sino al primo bimestre del 2013 da parte dei Servizi pubblici, con assistenti sociali ed ausilio di psicoterapeuta, appaiono nel loro complesso inammissibili, anche rispetto ai limiti che la nuova formulazione dell'art. 360 c.p.c., n. 5, nella specie applicabile ratione temporis, pone alla deduzione in questa sede di tale tipologia di vizi (in tema cfr cass. SU n. 8053 del 2014; cass. nn. 5133,7983, 12928 e 1391 Idei 2014).

Conclusivamente il ricorso deve essere respinto.

Non deve statuirsi sulle spese del giudizio di legittimità, non avendo gli intimati svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere generalità ed atti identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.

Così deciso in Roma, il 16 gennaio 2015.

Depositato in Cancelleria il 9 febbraio 2015



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