Articoli, saggi, Generalità, varie -  Redazione P&D - 2016-09-25

Misure cautelari: accertamenti per la compatibilità al regime carcerario - Giuseppe Sciaudone

LegalMente al di là della Psichiatria Forense VII edizione Palermo, 4-5-6 Ottobre 2016 Hotel Casena dei Colli.

Relazione: accertamenti per la compatibilità al regime carcerario

"Per poter veramente affrontare la "malattia", dovremmo poterla incontrare fuori dalle istituzioni, intendendo con ciò non soltanto fuori dall'istituzione psichiatrica, ma fuori da ogni altra istituzione la cui funzione è quella di etichettare, codificare e fissare in ruoli congelati coloro che vi appartengono. Ma esiste veramente un fuori sul quale e dal quale si possa agire prima che le istituzioni ci distruggano?"

Franco Basaglia

Relazione: accertamenti per la compatibilità al regime carcerario

Mi chiamo Giuseppe Sciaudone, sono uno psichiatra e da pochi anni sono in pensione; ho sempre svolto la mia professione presso centri di salute mentale della regione Campania. Ritengo che questo tipo di pratica sia stata molto utile per acquisire un"esperienza clinica indispensabile per la professione di psichiatra forense.

INCARICO E SVOLGIMENTO

Un po" di storia…Per il Giudice c"è sempre stata la possibilità di accertare la compatibilità alla custodia cautelare in carcere; si trattava però solo di un accertamento medico specialistico, una sorta di "visita fiscale", libera da adempimenti formali (ad es., il giuramento all"atto del conferimento dell"incarico, in udienza o in camera di Consiglio; l"obbligo di avvertire le parti ecc.). Soprattutto il Giudice chiedeva al proprio consulente di valutare le condizioni di salute di un detenuto, attraverso una relazione nella quale raramente richiedeva che venisse posto esplicitamente il problema della compatibilità. Oggi la situazione è molto più complessa e, a mio avviso, sempre più intricata nell"accertamento sulla compatibilità, in particolare quando implica la valutazione di problemi di salute mentale sofferti dal detenuto e, quindi, quello che era solo un parere del medico/consulente è divenuto una vera e propria perizia. La sintomatologia psichiatrica come sappiamo, è facilmente amplificabile, se non addirittura simulata; certamente, l"intero quadro clinico e umano è connotato da una sofferenza umana indiscutibile, legata anche alla condizione di detenzione.

Ritengo che si possa considerare molto ridotto il tempo a disposizione dello psichiatra per rispondere al quesito del giudice: soli cinque giorni (con possibilità di brevi proroghe).

In merito, credo che vi siano alcune questioni che evidenzierei, inerenti il quesito stesso: vi è, innanzitutto, scarsa letteratura che ci sorregge nel nostro operare; scarsa rispetto ad altre questioni (per es. la capacità d"intendere e volere, pericolosità sociale e capacità di stare in giudizio) per le quali abbiamo numerosi scritti, modelli e prototipi ai quali rifarci. Neppure possiamo pensare di rivolgerci a paesi vicini e lontani, ove mi sembra di aver capito che il problema sulla incompatibilità di un detenuto al regime carcerario si affronti con più semplici e diverse modalità (cosa che ho avuto l"occasione di esplorare con il pretesto di ampliare il materiale per le mie lezioni al Master di Criminologia presso l"Università di Firenze, dove apporto il mio modesto contributo in materia di compatibilità alla custodia cautelare).

Un"altra difficoltà nella quale credo si incorra, in qualche modo parallela a quella appena descritta, è quella dovuta ad una ambiguità del legislatore, il quale ha lasciato ampi margini di discrezionalità per decidere sulla compatibilità, anche se credo che a questa flessibilità corrisponda invece poi nella prassi una estrema rigidità.

Rigidità, come abbiamo visto, innanzi tutto nei tempi: il perito ha tempi brevissimi per incontrare il periziando, consultare il medico penitenziario (di solito introvabile), ricavare la documentazione necessaria e studiarla, infine decidere la risposta al quesito ed elaborare la perizia; nei casi gravi, anche solo 2 giorni.

Ecco che già nel 1995 mi chiesi e scrissi nelle conclusioni di una relazione di perizia di accertamento, richiesta da una sezione dell"Ufficio per le Indagini Preliminari del Tribunale di Napoli: "siamo medici o pizzaiuoli?" Inviai tale relazione di perizia all"amico Professore Paolo Cendon, il quale accolse la mia ironica protesta pubblicandola online sul suo sito "persona e danno", sostenendo in tale sede le mie tesi.

All"epoca, speravo che la situazione cambiasse; invece ora posso solo dire che è peggiorata: c"è un gioco di forti pressioni per uscire in tempi brevi dal carcere e questo si palesa ancor di più in materia di incompatibilità per coloro che sono in custodia cautelare con accuse di appartenenza alla criminalità organizzata; per il detenuto l"eventuale incompatibilità è divenuta talvolta l"unica possibile strada per uscire dal carcere.

Prima, quando il detenuto ti chiedeva "torno a casa?", oppure ti diceva "mi voglio curare" (cosa peraltro complessa nelle nostre carceri), si poteva rispondere "è il Giudice che decide". Ora non è più così; quasi decide il medico, e il detenuto lo sa; egli sa anche che la risposta al quesito è secca: SI – NO (aspetto di rigidità nella prassi di cui sopra).

Si può immaginare quanto sia difficile, per l"ausiliario del Giudice, fornire una risposta di questo tipo: un carico, per il medico, che va ben oltre la sua competenza in materia, investendo aspetti umani, sociali, culturali e giudiziari.

In termini brevi:

il Giudice va in ansia: una volta avuta notizia (da qualsiasi parte provenga) che il detenuto sta male e in 15 giorni deve esprimersi in merito.  Ciò può avvenire in ogni momento del processo: capita infatti molto frequentemente che per uno stesso detenuto il Giudice ponga lo stesso quesito nel giro di poco tempo, e ciò può avvenire anche quando l"imputato è stato condannato e attende l"appello.

Quanto sopra descritto può determinare che il perito incontri diverse volte il periziando (mi è capitato di incontrare anche 6 volte un detenuto); a quel punto fra perito e periziando si instaurano rapporti delicati che sfiorano, sia pure da lontano, una relazione terapeutica. E a questo punto il medico va in ansia; si trova inevitabilmente a irrigidirsi, il che comporta un abbassamento nella qualità della pratica della sua professione, oppure si ritrova a essere coinvolto in termini che non dovrebbero concernere questa anomala tipologia di setting.

Vorrei riportare a questo punto il quesito classico come richiesto al perito, anche se negli ultimi tempi si ricorre a formule più ristrette; comunque il classico quesito sulla compatibilità alla custodia cautelare in carcere richiesto al perito è il seguente:"esaminati gli atti, effettuati gli accertamenti medici del caso e sentito il parere del medico penitenziario, dica il Perito se si trovi in condizioni di salute particolarmente gravi incompatibili con lo stato di detenzione e comunque tali da non consentire adeguate cure in costanza di detenzione in carcere, tenendo conto dell"eventuale praticabilità degli interventi diagnostici o terapeutici presso i Centri Clinici dell"amministrazione penitenziaria, nonché della possibilità di disporre, ai sensi dell"art. 11 dell"ordinamento penitenziario, il ricovero in luogo esterno di cura, fermo restando lo stato di detenzione. Abbia cura il Perito non solo di accertare quali siano le condizioni di salute del detenuto e quali le cure necessarie, fornendo in proposito tutti i dati tecnico-scientifici necessari od utili, ma anche di chiarire: quali concrete limitazioni derivino al detenuto dalla sua malattia e in che rapporto le stesse si pongano con il regime carcerario, rispetto alla custodia domiciliare od ospedaliera ovvero rispetto alla libertà; quali in concreto siano le cure necessarie od utili alla guarigione o comunque a dare sollievo al malato, quali gli accertamenti eventualmente necessari e se e come le cure e gli accertamenti possano essere praticati nel carcere ovvero nelle strutture ospedaliere o ambulatoriali esterne, quale sia la possibile evoluzione della malattia".

Anche se i quesiti sono espressi con una formula che sembra complessa, in sostanza però, il Magistrato chiede al perito se il detenuto può continuare a curarsi in carcere oppure dovrebbe essere inviato presso una struttura ospedaliera interna al circuito carcerario, CDT o struttura Ospedaliera esterna; infine, se essere inviato agli arresti domiciliari.

Bisogna però fare anche molta attenzione circa il fatto che al perito psichiatra si fa richiesta di una perizia rivolta essenzialmente agli aspetti di interesse psichiatrico; ma quando un perito va a visitare un detenuto, anche se psichiatra, egli è sempre un medico, e pertanto ove mai dovesse ravvisare problemi di incompatibilità alla custodia cautelare in carcere per problemi gravi di salute fisica dovrà comportarsi da medico e gestire la situazione con urgenza. A questo punto è indispensabile avvalersi - a mio avviso - della collaborazione dei sanitari dell"Istituto di detenzione, chiedendo un parere scritto.

Entrando nel merito dello svolgimento della perizia, o consulenza tecnica per la Procura, in merito alla compatibilità alla custodia cautelare in carcere, ritengo di dover iniziare, "dal generale al particolare", ponendo, prima di entrare nel vivo degli aspetti clinici salienti, l"indispensabile accento sugli incarichi che riguardano esponenti della criminalità organizzata campana (esperienza per me molto lunga) e calabrese, più di recente ma egualmente intensa, nonché sulla condizione carceraria in generale.

I tempi della custodia cautelare sono lunghi (tempi lunghi dei processi; tante persone coinvolte in uno stesso processo; verifica dell"attendibilità dei pentiti ecc.): qui è facile che il detenuto ricorra, per uscire, al "gioco del pazzo". Un "gioco" purtroppo in Campania assai praticato, perché esiste ormai da tempo una diffusa acculturazione rispetto alle tematiche di ambito psichiatrico, e perché è più "facile" fare il pazzo che non, per esempio, il cardiopatico, il grave ammalato di fegato ecc.

Quando incontriamo un detenuto, lo facciamo in luoghi un po" più protetti, un po" più decenti (nelle infermerie ecc.); ma i racconti sulle condizioni della detenzione sono davvero pesanti.

Così, da una parte tu sai che il carcere, il luogo in cui queste persone vivono è uno spazio degradante dove "nessuno" potrebbe stare, tutti sarebbero incompatibili; dall"altra, però, che fare?

Talvolta mi è capitato che pur esprimendomi per una compatibilità al regime di detenzione in carcere, ho dedicato nella mia relazione spazi necessari al racconto delle effettive gravi condizioni psicologiche del periziando, relative al suo stato di detenzione e le mie perplessità a riguardo. Un esempio per tutti: mi è capitato di scrivere in una perizia che per tutto il tempo di un incontro con un detenuto nel carcere di Poggioreale io gli tenevo la mano; consegnata la perizia con esito di compatibilità e affidamento ai medici del carcere, il giudice però si pronunciò immediatamente per gli arresti domiciliari.

A contribuire a rendere complessa questa realtà c"è il grosso problema dell"inefficienza dei servizi sociali all"interno delle carceri (pochi e non in rete, all"interno di un sistema) ed una totale mancanza di assistenza alle famiglie (mogli lontane, bambini piccoli, ecc.), accompagnata peraltro dal disagio legato alla difficoltà di effettuare colloqui: questi elementi incidono concretamente sulla difficoltà della vita carceraria. La fragilità e la precarietà dell"assistenza da parte dello Stato spesso può essere compensata con una forma di assistenzialismo solidale tra i detenuti stessi, sia per quanto riguarda un sostegno pratico a chi non ha sufficienti mezzi economici per superare i primi momenti di vita carceraria, ma anche risolvendosi in una sorta di consiglio sulle questioni legali e formali in genere alle quali si va incontro e delle quali non tutti sono a conoscenza; tutte condizioni che altrimenti provocherebbero un"amplificazione dell"angoscia specie in chi è nuovo all"esperienza detentiva.

Meritano grande attenzione anche gli agenti di Polizia Penitenziaria sempre in minor numero, costretti a gestire situazioni davvero difficili; è certamente una professione complessa; basti pensare soltanto a quanti agenti si sono suicidati.

Passiamo ora a ragionare su due problemi frequenti che il perito psichiatra può incontrare: il detenuto non mangia ("anoressia psicogena").

Bisogna stare molto attenti quando un detenuto non alimentandosi (anche volontariamente) può provocare per se stesso una condizione patologica che lo rende in uno stato clinico anche prossimo al pericolo di vita, e quindi di fatto incompatibile. Assistiamo quindi alla difficoltà di cogliere un sottilissimo equilibrio che delimita la condizione di una patologia "volontaria" rispetto ad un quadro endogeno, ma egualmente discriminante, ai fini del giudizio sulla compatibilità.

Poi c"è il terribile drammatico rischio del suicidio che rappresenta una questione di primaria importanza in quanto  tale gesto, strumentale o meno che sia, dichiarato o no, rappresenta comunque una "costante minaccia dietro (le sbarre) l"angolo". Giunge dal carcere o dall"avvocato o dal detenuto stesso che scrive al giudice una comunicazione di presunta intenzione di togliersi la vita, accompagnata spesso da note che riportano effettivi tentativi autolesivi e o anticonservativi. L"ansia allora sale per tutti ed il giudice celermente contatta l""esperto" per verificare in tempi stretti le condizioni in qualche modo "effettive" del detenuto in questione.

Ritengo che il rischio suicidario ci sia sempre: certo le dimostranze relative a questo tipo di azione possono spesso essere strumentali da parte del detenuto, ma anche in questi casi bisogna considerare che tali azioni non siano degne di minore attenzione o indice di un minor pericolo.

Mi sento di poter dire che non sempre gli strumenti a disposizione delle carceri per prevenire questo tipo di azioni siano validi ed efficienti; sappiamo che è quasi impossibile controllare "a stretta sorveglianza" un detenuto 24h/24h.

Quanto al colloquio clinico ritengo che sia opportuno che inizi con una trasparente presentazione da parte del perito, nel tentativo d"esser sempre chiari, accomodanti, ma mai accondiscendenti. Personalmente utilizzo la tecnica del colloquio libero, annotando con relativa sintesi le tante cose che il detenuto racconta. Ritengo sia importante dare la possibilità al detenuto di raccontare ciò che vuole: spesso i contenuti dei colloqui sono fatti di sofferenza, quasi sempre denunciano le condizioni molto sofferte di detenzione, e quasi sempre una protesta per una carcerazione ingiusta.

Nel corso dei colloqui con detenuti legati alla criminalità organizzata nel riportare le parole del detenuto si rappresenta in un certo senso anche la totale atmosfera della conversazione; questo tipo di colloqui è caratterizzato quasi sempre da diverse fasi alle quali sottende una sorta di "discorso parallelo". Mi spiego: il detenuto racconta la sua versione per l"ingiusta carcerazione; poi si passa ai malanni sofferti dal periziando e alle cure non adeguate, ma al contempo, tra le righe, potrebbero sovrapporsi richieste… Il perito allora si ritrova in una situazione delicata, che esige da una parte la necessità d"essere statuario e, al contempo però, avere sempre la capacità di restare in una condizione di vicinanza al detenuto, sempre necessaria per cogliere quegli elementi essenziali per tentare di formulare una diagnosi corretta, e mostrando comunque e sempre una attenzione nel riconoscere al detenuto la sua sofferenza.

Ritengo che la presenza di consulenti di parte, legittima garanzia per il detenuto, talvolta non favorisca il clima migliore per sostenere il colloquio.

Qualora nella fase conclusiva del colloquio le richieste del periziando dovessero divenire esplicitamente tendenziose, credo che l"atteggiamento dovrebbe essere quello di interrompere il colloquio e chiamare un agente e chiudere l"incontro il prima possibile. Ovvio che è indispensabile avere sempre a disposizione un colloquio con una durata adeguata, tale da potersi farse un"idea sul periziando.

Il tempo che mi è stato generosamente concesso per parlare di compatibilità alla custodia cautelare in carcere è lungo e pertanto vorrei dedicare l"ultimo stralcio di questa mia relazione, facendo anche un breve riferimento esplicito a ciò che accade intorno a me nel mondo dei Tribunali e delle carceri, in particolar modo ad alcune questioni salienti che ruotano attorno alla professione di psichiatra forense; professione che da circa trent"anni svolgo presso Tribunali della Campania e altri Distretti Giudiziari d"Italia.

Inizio doverosamente con una preghiera che rivolgo alla Ministra Marianna Madia che ha le sembianze di una vera Madonna. La preghiera riguarda la possibilità di snellire efficacemente le intricate barriere burocratiche che ostacolano - di fatto - le retribuzioni dovute agli ausiliari del Giudice.

Ritengo indispensabile allargare tale mia preghiera ad un santo in particolare: solo San Gennaro infatti può "far sciogliere" le procedure amministrative di cui sto parlando. San Gennaro sa cosa e come fare, e poi lui giace a pochi passi da Forcella, quartiere da sempre connotato dalla presenza di esponenti della criminalità organizzata, e pertanto tante cose le vede e le sa da sempre.

Queste intricate matasse della burocrazia rendono la mia professione, quella degli avvocati d"ufficio e quella degli interpreti non gratificata economicamente.

Un doveroso ringraziamento alla classe forense della Campania e della Calabria, che si è sempre mostrata consapevole delle criticità su esposte, supportando sempre con professionalità e competenza il lavoro dei pochi periti psichiatri che continuano ad accettare incarichi d"Ufficio.

Estendo di poco la mia digressione ponendo un"ulteriore riflessione sul fatto che si possa contare ormai su pochissimi periti disponibili ad accettare incarichi delicati, complessi e non adeguatamente retribuiti. Mi riferisco anche a tutte le spese di viaggio che il perito o consulente della procura è costretto ad anticipare, per portare a termine l"incarico assegnatogli e, per quanto riguarda la mia esperienza, vi posso assicurare che gli esponenti di maggior rilievo della criminalità organizzata non sono facilmente raggiungibili. Corre, infatti, l"obbligo di segnalare all"attenzione delle Autorità e dei mezzi d"informazione il difficile compito assegnato ai Periti Psichiatri dipendenti della P.A. in Campania di conciliare gli obblighi contrattuali o comunque derivanti da disposizioni ad hoc dell"ASL di appartenenza con le esigenze di Giustizia, queste ultime spesso contrassegnate dall"urgenza e dall"indifferibilità.

Laddove, infatti, si riscontra la piena collaborazione della classe forense, attenta al raggiungimento di conclusioni processuali che rispecchino fedelmente la "verità processuale", le AA.SS.LL. in più occasioni hanno ad esempio disposto che il personale incaricato dall"A.G. per lo svolgimento di attività di CT/perizia debba essere preventivamente autorizzato dall"Azienda (in taluni casi, ci risulta, addirittura negata!), prescrivendo inoltre che tali incarichi possano essere svolti solo straordinariamente durante l"orario di lavoro, e ferma restando la necessità di ricorrere a licenza ordinaria qualora il dipendente debba presenziare dinanzi alla A.G. in giornate lavorative. Ciò, a nostro modesto parere, è stato possibile anche in virtù di una "vacatio" contrattuale e normativa che ha favorito e tutt"ora favorisce scelte amministrative spesso difformi tra le varie Aziende e tra Regioni differenti. Ad avviso dello scrivente la suddetta disposizione è in palese contrasto con le valutazioni espresse dal CSM con il parere reso al Ministero della Giustizia con nota n. 152 del 15 aprile 1998, valutazioni che erano integralmente richiamate e assorbite nella Circolare Ministeriale emessa dalla Direzione Generale degli affari civili e delle libere professioni del 4.01.1999.

Assolutamente incomprensibile (e ingiustificatamente vessatoria) - proprio in ragione della qualifica di munus publicum dell"attività peritale giudiziaria, espressamente richiamata nella citata circolare ministeriale - la parte della disposizione in cui si sancisce la necessità, per il dipendente, di ricorrere a "licenza ordinaria" sia per potersi recare innanzi alla A.G. per assumere l"incarico sia, successivamente, per riferire in ordine all"attività svolta.

Peraltro tali vincoli hanno progressivamente scoraggiato i Medici Specialisti del settore operanti in Campania ad intraprendere l"attività medico-forense, con il risultato, facilmente verificabile di una estrema difficoltà a reperirne, laddove necessario, in tempi ragionevoli ed il conseguente sovraccarico su chi avverte, oltre all"obbligo sancito per legge, il "dovere morale" di prestare la propria professionalità ad un settore così delicato, mantenendosi al contempo scevro da valutazioni di carattere utilitaristico.

Credo invece che la questione dei pagamenti sia sempre scivolata nell"ombra a causa del suo intricato rapporto con un"altra delicata questione, per me centrale nella psichiatria forense, ossia la possibilità, da parte di periti e consulenti tecnici di svolgere incarichi di perizie di parte, ricevendo notevoli compensi.

Credo che uno dei nodi della questione delle perizie di parte sia la "sfruttabilità" del dubbio, dei confini sfumati e grigi da cui la psichiatria forense è, per sua natura, coinvolta con un"intrinseca possibilità di esprimersi, attraverso i suoi esperti, con pareri su diagnosi che talvolta sono diversi e totalmente difformi tra loro. Il rapporto psichiatra-periziando è senza dubbio un tipo di rapporto delicato, che in generale presenta forti e ben marcati i caratteri di un setting, in cui è previsto l"instaurarsi di una certa empatia/intimità con paziente/detenuto/periziando. Credo che il rapporto privato scavalchi alcune prerogative proprie al consulente tecnico d"ufficio, in quanto prevede la possibilità di una relazione diversa col paziente/detenuto/periziando, più personale e tendenzialmente favorevole; il perito di parte rientra in qualche modo a far parte del gruppo della "difesa"!

Ribadisco, che svolgere la professione di Consulente di parte è assolutamente lecito, e comprensibile per i motivi di cui sopra, ma, sento di poter presentare alcuni esempi in cui a mio avviso si è configurato un vero e proprio grave conflitto di interesse.

Mi è spesso capitato di svolgere incarichi d"ufficio nei quali detenuti, anche esponenti importanti della criminalità organizzata venissero assistiti da consulenti di parte che erano funzionari in carica del Ministero di Grazia e Giustizia o Medici Penitenziari.

Sono convinto che ormai la legge sulla compatibilità alla custodia cautelare in carcere non sarà mai modificata; sarebbe però quantomeno opportuno che si vietasse a persone che svolgono funzioni pubbliche (Ministero di Grazia e Giustizia e consulenti medici e psicologi delle carceri) di essere nominati periti di parte: immaginate se un poliziotto non in servizio va a fare da scorta privata ad un  esponente della criminalità organizzata?!?!?!?!

Mi rivolgo anche ai colleghi in servizio presso i Centri di Salute Mentale, invitandoli a rispettare rigorosamente i limiti imposti dall"intramoenia: i compensi vanno sempre dichiarati all"ASL.

Se oramai anche grandi marche di biscotti come Misura, Mulino Bianco etc., sono riuscite ad eliminare dai loro prodotti il famigerato olio di palma, che si faccia di tutto per eliminare quest"olio vischioso anche da questo "nostro" piccolo mondo.

Grande gioia per me in questa sede e in questa fantastica città avere la possibilità di ringraziare tre maestri che da tanti anni mi accompagnano e mi sostengono sempre in questa difficile professione. Inizio con il Prof. Ugo Fornari, che con i suoi scritti e con gli incontri avuti, mi ha sempre dato la possibilità di trattare tutti gli argomenti delle psichiatria forense con grande serenità: "l"ha scritto Fornari…quindi va bene così".

Come non ringraziare anche il Prof. Paolo Cendon, amico da sempre, che mi ha incoraggiato e sostenuto; ricordiamo sempre la sua creatura: l"Amministrazione di sostegno, "un arcobaleno sulla 180". Utilissimo strumento da proporre e utilizzare nel corso di accertamenti psichiatrici in corso di perizie.

Mi rivolgo infine all"amico Franco Roberti Procuratore Nazionale antimafia e antiterrorismo; voglio qui ringraziarlo per l"enorme sostegno ricevuto, iniziato anni fa e nel tempo sempre coltivato. Il Procuratore mi ha sempre incoraggiato a proseguire nella mia professione anche in momenti difficili.



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