Legislazione e Giurisprudenza, Generalità, varie -  Giovanni Sollazzo - 2015-02-19

MISURE DI PREVENZIONE: CIRCA I MOTIVI DEL BANDO- T.a.r. Lombardia, n. 498/15 - Carol COMAND

- Misure di prevenzione personali applicate dal questore

- foglio di via emesso a seguito di perquisizione

- una legittima limitazione della libertà personale rimane subordinata all'osservanza del principio di legalità.

Il Tribunale regionale per la Lombardia, adito per decidere in merito alla violazione di diverse leggi, difetto di istruttoria e di motivazione nell'adozione del provvedimento di foglio di via nei confronti del ricorrente, richiamando alcune decisioni della Corte Costituzionale si è espresso in relazione ad alcune caratteristiche delle misure di prevenzione.

Inquadrato il provvedimento impugnato fra le misure di polizia dirette non a reprimere bensì a prevenire i reati e chiarito che non si richiede ai fini della sua applicazione la prova compiuta della commissione di reati, si è dunque affermato che esso presuppone un giudizio di pericolosità che deve essere motivato.

Con riferimento ai concreti comportamenti attuali del soggetto interessato atti a rivelare, obiettivamente, la probabilità della commissione di reati si è poi ritenuto che la motivazione posta a fondamento del provvedimento impugnato, emesso a seguito di perquisizione dell'interessato, non contenesse alcun elemento specifico ed individualizzato al fine di desumere l'appartenenza del ricorrente alle categorie elencate nella norma.

Oltre alla mancata indicazione di elementi di fatto che potessero ricondurre il soggetto ad una di tali categorie, si sarebbe inoltre omesso di indicare "le ulteriori circostanze inerenti all'attuale pericolosità sociale".

Nel provvedimento si rammenta che, le norme in materia di prevenzione, costituzionalmente legittime in quanto subordinate al principio di legalità, trovano il loro presupposto necessario in fattispecie di pericolosità previste e descritte dalla legge: "fattispecie destinate a costituire il parametro dell'accertamento giudiziale e, insieme, il fondamento di una prognosi di pericolosità, che solo su questa base può dirsi legalmente fondata". (c.c.)

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale -omissis-, proposto da: 
-omissis-, rappresentato e difeso dall"avv. -omissis-, presso il cui studio è elettivamente domiciliato in -omissis-

contro

Ministero dell'interno - Prefetto della provincia di -omissis-, rappresentato e difeso dall"Avvocatura distrettuale dello Stato, presso i cui uffici è domiciliato ex lege in -omissis-

per l"annullamento:

- del decreto prot. -omissis- emesso in data 7.5.2014 e notificato al ricorrente in data 16.5.2014, con il quale il Prefetto della Provincia di -omissis- ha respinto il ricorso proposto avverso il provvedimento del Questore della Provincia di -omissis- del 29.1.2014 parimenti impugnato in questa sede, recante ordine di allontanamento del ricorrente dal Comune di -omissis- ed il suo rimpatrio con foglio di via obbligatorio a  -omissis- con divieto di far ritorno nel Comune di -omissis- per un periodo di anni tre, nonché di ogni altro atto preordinato, connesso e consequenziale comunque lesivo degli interessi del ricorrente medesimo.

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l"atto di costituzione in giudizio del Ministero dell"Interno;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell"udienza pubblica del giorno 17 dicembre 2014 il dott. Dario Simeoli e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO e DIRITTO

I. Il ricorrente, con ricorso ritualmente e tempestivamente notificato, deduce: - che a seguito di un controllo del territorio, eseguito in data 29.01.2014 dal personale della Polizia di Stato del Commissariato di -omissis- presso i giardini della Stazione ferroviaria di -omissis-, è stato sottoposto a perquisizione; - che, in quel frangente, è stato trovato in possesso di sostanza stupefacente (tipo marijuana), e per tali motivi deferito alla competente autorità giudiziaria; - che, con provvedimento del 29 gennaio 2014, il Questore della Provincia di -omissis- ha ordinato il suo allontanamento dal Comune di -omissis- ed il rimpatrio con Foglio di Via Obbligatorio a -omissis- con divieto di far ritorno nel Comune di -omissis- per un periodo di anni tre; - che, avverso tale provvedimento, ha presentato ricorso gerarchico al Prefetto della Provincia di -omissis-, il quale veniva respinto. Tanto premesso, l"istante argomenta l"illegittimità del provvedimento interdittivo.

I.1. Si è costituita in giudizio l"amministrazione resistente, sia pure con memoria di mero stile.

I.2. Con ordinanza -omissis-, la Sezione, ritenuto sussistere il fumus boni iuris, ha accolto l"istanza cautelare e, per l"effetto, sospeso l"atto impugnato, condannando l"amministrazione resistente al pagamento delle spese della relativa cautelare (liquidate in € 1.200,00, oltre IVA e CPA).

I.3. Sul contraddittorio così instauratosi, la causa è stata discussa e decisa con sentenza definitiva all"odierna udienza. Di seguito le motivazioni rese nella forma redazionale semplificata di cui all"art. 74 c.p.a.

II. Nel dettaglio, quale motivi di ricorso, l"istante lamenta: - la violazione dell"art. 7 della legge 241/90, applicabile anche ai procedimenti volti all"emissione delle misure di prevenzione; - il difetto di istruttoria e la carenza di motivazione; - la violazione e falsa applicazione degli artt. 1 e 2 del d.lgs. 159/2011; - la violazione dell"art. 27 della direttiva dell'"Unione Europea n. 2004/38/CE in tema di libera circolazione dei cittadini comunitari.

III. Tanto premesso, il Collegio ritiene di confermare l"opinione già espressa in sede cautelare.

IV. In primo luogo, sussiste il dedotto vizio procedimentale. La tipologia del provvedimento impugnato, in quanto direttamente e immediatamente lesivo della libertà di un cittadino di spostarsi all"interno del territorio nazionale, deve essere preceduto, a pena di illegittimità, dalla comunicazione di avvio del procedimento ex art. 7 della L.. n. 241 del 1990, necessario al fine di instaurare il contraddittorio per la valutazione dell"interesse pubblico concreto e attuale, a meno che non risulti esplicitata la ricorrenza di particolari esigenze di celerità e di urgenza che possano consentire alla p.a. di omettere l"invio della suddetta comunicazione. Nel caso di specie, la comunicazione non è stata effettuata e, pur trattandosi di provvedimento discrezionale, neppure sono stati offerti al Collegio, al fine di sostenere l"irrilevanza della anzidetta carenza procedimentale, elementi idonei a far ritenere che l"omissione in parola non fosse di per sé idonea a condurre alla caducazione del provvedimento di rimpatrio per essere comunque sussistenti i presupposti di legge e la misura limitativa esaustivamente giustificata.

V. Il provvedimento è, altresì, illegittimo per il seguente vizio "sostanziale".

IV.1. Il provvedimento in questione (fondato sugli articoli 1 e 2 del d.lgs. n. 159/2011), costituendo una misura di polizia diretta a prevenire reati e non a reprimerli, presuppone un giudizio di pericolosità per la sicurezza pubblica il quale, pur non richiedendo prove compiute della commissione di reati, deve essere motivato con riferimento a concreti comportamenti attuali dell"interessato, ossia a episodi di vita atti a rivelare in modo oggettivo un"apprezzabile probabilità di condotte penalmente rilevanti (fermo restando che tali comportamenti non si concretino necessariamente in circostanze univoche ed episodi definiti, ma possano desumersi da una valutazione indiziaria fondata su elementi di portata generale e di significato tendenziale, o su contesti significativi). Diversamente, si snaturerebbe la stessa essenza delle misure di prevenzione la cui finalità non è quella di emarginare, allontanare o recuperare categorie socialmente indesiderate, ma di prevenire la commissione di reati socialmente pericolosi. E, del resto, che tale sia la tendenza del moderno sistema preventivo è dimostrato dall"espunzione dalle categorie dei soggetti a cui possono essere applicate le misure di prevenzione dei vagabondi e degli oziosi validi al lavoro, in quanto trattasi di persone socialmente emarginate (o, forse, considerate dai più fastidiose) ma non necessariamente pericolose.

IV.2. E" utile, altresì, ricordare come la Corte Costituzionale sia più volte intervenuta sulla materia delle misure di prevenzione stabilendo importanti principi volti a conciliare l"esigenza di scongiurare la commissione di futuri reati con i principi di legalità e riserva di legge stabiliti dalla Costituzione a tutela dei diritti fondamentali della persona. In particolare, la Corte ha ammesso che, nella descrizione delle fattispecie di prevenzione, il legislatore possa procedere con criteri diversi da quelli normalmente utilizzati nella determinazione degli elementi costitutivi di una figura criminosa, e possa far riferimento anche a elementi presuntivi, corrispondenti, però, sempre, a comportamenti obiettivamente identificabili. Il che non vuol dire minor rigore, ma diverso rigore nella previsione e nella adozione delle misure di prevenzione rispetto alla previsione dei reati e alla irrogazione delle pene (Corte Cost. 23/1964). L"osservanza del principio di legalità, infatti, richiede pur sempre che la applicazione della misura, ancorché legata, nella maggioranza dei casi, ad un giudizio prognostico, trovi il presupposto necessario in fattispecie di pericolosità, previste e descritte dalla legge; fattispecie destinate a costituire il parametro dell"accertamento giudiziale e, insieme, il fondamento di una prognosi di pericolosità, che solo su questa base può dirsi legalmente fondata (Corte Cost. 177/80). Alla stregua di tali assunti, la Consulta ha sancito l"incostituzionalità della previgente L. 1423 del 1956 nella parte in cui individuava talune categorie di soggetti passibili di essere sottoposti a misure di prevenzione attraverso concetti non sufficientemente determinati come quello della «proclività a delinquere». In tali ipotesi, infatti, il difetto di tassatività della previsione, rimetteva di fatto alla incontrollabile discrezionalità dell"interprete (fosse esso il giudice o la p.a.) la individuazione nel caso concreto dell"indice di pericolosità (Corte Cost. 177/80). Il suddetto orientamento della Corte Costituzionale è stato alla base della riforma della L. 1423 del 1956 ad opera della L. 327 del 1988, che ha ridotto da cinque a tre le categorie dei soggetti destinatari delle misure di prevenzione ancorandone l"individuazione in base al riferimento alla abituale commissione di attività costituenti illecito penale (e quindi sufficientemente tipizzate).

IV.3. Nel caso che ci occupa, la motivazione posta a fondamento del provvedimento impugnato non contiene alcun elemento specifico e individualizzato al fine di desumere l"appartenenza del ricorrente alle categorie delle persone abitualmente dedite a traffici illeciti o che traggono i propri mezzi di sostentamento da attività delittuose. Difatti, l"unico episodio contemplato nell"atto impugnato è stato archiviato in sede penale (in quanto qualificato in termini di detenzione per uso personale: cfr doc. 4 allegazioni resistente) e il ricorrente è incensurato (circostanza quest"ultima non contestata da controparte).

IV.4. L"amministrazione, dunque, non ha assolto l"onere dell"indicazione degli elementi di fatto sui quali si basa il giudizio sull"appartenenza ad una delle suddette categorie ed, altresì, delle ulteriori circostanze inerenti all"attuale pericolosità sociale (non potendosi postulare una coincidenza automatica tra quell"appartenenza, che denota una pericolosità potenziale, e la concreta e attuale pericolosità del soggetto).

IV.5. Ovviamente, persiste la potestà del Questore d"intervenire ove, in futuro, siano registrati ulteriori episodi capaci di fondare la predetta misura di polizia.

V. Le spese di lite seguono la soccombenza come di norma. Resta, inoltre, salvo l"onere di cui all"art. 13 del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, nel testo integrato dal comma 6 bis dell"art. 21 d.l. 223 del 2006, come modificato dalla legge di conversione n. 248 del 2006, a carico della parte soccombente.

P.Q.M.

il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (sez. I), definitivamente pronunciando:

- accoglie il ricorso e, per l"effetto, annulla il provvedimento indicato in epigrafe;

- condanna l"amministrazione resistente al pagamento delle spese di lite in favore del ricorrente che liquida in € 1.100,00, oltre IVA e CPA come per legge, cui si aggiungono le somme già liquidate in sede cautelare.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall"autorità amministrativa.

Così deciso in Milano nella camera di consiglio del giorno 17 dicembre 2014 con l"intervento dei magistrati: (...)

Pronuncia tratta dal sito ufficiale della giustizia amministrativa.



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