Legislazione e Giurisprudenza, Danno esistenziale -  Redazione P&D - 2016-01-16

MOBBING E DANNO ESISTENZIALE - Cass. 23837/15 - Natalino SAPONE

- Mobbing

- Il mobbing è inadempimento.

- La prova del mobbing non è sufficiente per il risarcimento del danno esistenziale

Un lavoratore propone ricorso alla S.C. per chiedere il risarcimento del danno esistenziale, negato dal giudice  d"appello, benché sia stato accertato che il lavoratore non aveva avuto accesso ad alcun corso di qualificazione istituito per i dipendenti, nonostante la laurea in giurisprudenza, così restando emarginato dal contesto della ristrutturazione ed ammodernamento del servizio postale e connessi servizi parabancari; inoltre era stato fatto oggetto di pretestuose iniziative disciplinari, tutte conclusesi con l'annullamento delle sanzioni, oltre che di condotte di ferma resistenza alle pronunce giudiziali che ne imponevano il tangibile riconoscimento professionale. Tali condotte vessatorie – è stato accertato dai giudici del merito – costituivano mobbing.

La Corte d"appello, nel rigettare la domanda di risarcimento del danno esistenziale, ha evidenziato la mancanza di allegazione e prova di episodi attestanti l'effettiva mutazione in peius del trend di vita.

La Corte di Cassazione, nella pronuncia n. 23837 del 23 novembre 2015, conferma la pronuncia di merito rilevando che "invero i fatti e le risultanze istruttorie che, secondo l'assunto della ricorrente, non sarebbero stati valutati ai fini della pronuncia risarcitoria riguardano le condotte vessatorie integranti il mobbing (quest'ultimo già oggetto di accertamento positivo da parte dei giudici del merito), ma esulano dall'ambito delle circostanze sintomatiche di "alterazioni significative delle abitudini di vita personale e sociale" emergenti dal processo che potrebbero assumere rilevanza, come ha chiarito la Corte territoriale, a sostegno della pretesa attinente al risarcimento del danno esistenziale. Né è ravvisabile alcuna contraddizione nel corpo della motivazione, poiché i fatti che si affermano provati in sentenza sono diversi da quelli relativi alle limitazioni della vita di relazione, idonei a fondare la pretesa attinente al risarcimento del danno esistenziale".

La sentenza in commento richiama poi la massima delle Sezioni Unite n. 6572/2006, secondo cui "Il danno esistenziale infatti, essendo legato indissolubilmente alla persona, e quindi non essendo passibile di determinazione secondo il sistema tabellare - al quale si fa ricorso per determinare il danno biologico, stante la uniformità dei criteri medico legali applicabili in relazione alla lesione dell'indennità psicofisica - necessita imprescindibilmente di precise indicazioni che solo il soggetto danneggiato può fornire, indicando le circostanze comprovanti l'alterazione delle sue abitudini di vita. Non è dunque sufficiente la prova della dequalificazione, dell'isolamento, della forzata inoperosità, dell'assegnazione a mansioni diverse ed inferiori a quelle proprie, perché questi elementi integrano l'inadempimento del datore, ma, dimostrata questa premessa, è poi necessario dare la prova che tutto ciò, concretamente, ha inciso in senso negativo nella sfera del lavoratore, alterandone l'equilibrio e le abitudini di vita. Non può infatti escludersi, come già rilevato, che la lesione degli interessi relazionali, connessi al rapporto di lavoro, resti sostanzialmente priva di effetti, non provochi cioè conseguenze pregiudizievoli nella sfera soggettiva del lavoratore, essendo garantito l'interesse prettamente patrimoniale alla prestazione retributiva; se è così sussiste l'inadempimento, ma non c'è pregiudizio e quindi non c'è nulla da risarcire (…)"".

La pronuncia non è condivisibile, essendo frutto di eccesso di consequenzialismo. L"eccesso di consequenzialismo risiede nell"esigere sempre e comunque un"eterogeneità fenomenologica tra ingiustizia e conseguenze dannose; come se le circostanze di fatto da cui si desume l"inadempimento debbano essere cancellate in sede di valutazione dei danni-conseguenza. Nella valutazione dei danni-conseguenza, è invece (necessario e) sufficiente che il giudice effettui una valutazione di tipo diverso, condotta con ottica diversa, ma non è necessario che cancelli dalla propria mente gli elementi fattuali considerati per accertare l"inadempimento.

Nel caso di specie il lavoratore era stato oggetto di un"emarginazione nell"ambiente lavorativo, nonché di iniziative disciplinari rivelatesi infondate e di una resistenza del datore a pronunce giudiziali di riconoscimento professionale.

Tutte queste circostanze sono sufficienti a ravvisare una compromissione dell"assetto relazionale nell"ambiente di lavoro. Evidentemente però il presupposto implicito da cui muove la sentenza della S.C. è che il danno esistenziale attiene solo a conseguenze esterne all"ambiente di lavoro. La vita di relazione e l"assetto relazionale la cui compromissione integra gli estremi del danno esistenziale sono solo quelli esterni alla sfera lavorativa.

Si tratta si un assunto non condivisibile, in quanto non coerente con il fondamentale rilievo che l"attività lavorativa riveste nella vita della persona. Il lavoro – lo ha più volte ribadito la S.C. – non ha solo un significato economico, non rileva solo come mezzo di scambio, ossia come mezzo per conseguire la retribuzione. Il lavoro costituisce anche un fondamentale modo di realizzazione ed estrinsecazione della personalità. L"ambiente di lavoro costituisce una formazione sociale di imprescindibile rilievo nell"esistenza di una persona. Non si vede allora perché i peggioramenti dell"assetto relazionale interno a tale formazione sociale non possano dare adito al risarcimento del danno esistenziale.

La distinzione tra inadempimento e danno-conseguenza non va mai dimenticata, neanche in caso di mobbing. Vi possono essere fattispecie di mobbing che non determinano peggioramenti oggettivi dell"assetto relazionale lavorativo. Si pensi ad un accanimento disciplinare che però non porta ad oggettive conseguenze sulla vita lavorativa, ad es. in quanto tutti i provvedimenti disciplinari sono sospesi con procedura d"urgenza dal giudice. Ma quando si verifica un"emarginazione del lavoratore nel contesto lavorativo, il danno esistenziale c"è e non lo si può escludere con l"argomento che l"emarginazione costituisce l"inadempimento. L"emarginazione nell"ambito del contesto lavorativo costituisce mobbing, e quindi inadempimento, ma anche danno-conseguenza, in quanto arreca un serio pregiudizio all"assetto relazionale del lavoratore o, se si preferisce, determina un apprezzabile peggioramento della vita lavorativa.

Se il lavoro – com"è chiaro ormai in giurisprudenza – costituisce un momento essenziale nella vita di una persona, lo stravolgimento della vita lavorativa comporta un peggioramento della qualità della vita intera, dunque danno non patrimoniale sub specie di danno esistenziale.

- Mobbing

- Il mobbing è inadempimento.

- La prova del mobbing non è sufficiente per il risarcimento del danno esistenziale

Un lavoratore propone ricorso alla S.C. per chiedere il risarcimento del danno esistenziale, negato dal giudice  d"appello, benché sia stato accertato che il lavoratore non aveva avuto accesso ad alcun corso di qualificazione istituito per i dipendenti, nonostante la laurea in giurisprudenza, così restando emarginato dal contesto della ristrutturazione ed ammodernamento del servizio postale e connessi servizi parabancari; inoltre era stato fatto oggetto di pretestuose iniziative disciplinari, tutte conclusesi con l'annullamento delle sanzioni, oltre che di condotte di ferma resistenza alle pronunce giudiziali che ne imponevano il tangibile riconoscimento professionale. Tali condotte vessatorie – è stato accertato dai giudici del merito – costituivano mobbing.

La Corte d"appello, nel rigettare la domanda di risarcimento del danno esistenziale, ha evidenziato la mancanza di allegazione e prova di episodi attestanti l'effettiva mutazione in peius del trend di vita.

La Corte di Cassazione, nella pronuncia n. 23837 del 23 novembre 2015, conferma la pronuncia di merito rilevando che "invero i fatti e le risultanze istruttorie che, secondo l'assunto della ricorrente, non sarebbero stati valutati ai fini della pronuncia risarcitoria riguardano le condotte vessatorie integranti il mobbing (quest'ultimo già oggetto di accertamento positivo da parte dei giudici del merito), ma esulano dall'ambito delle circostanze sintomatiche di "alterazioni significative delle abitudini di vita personale e sociale" emergenti dal processo che potrebbero assumere rilevanza, come ha chiarito la Corte territoriale, a sostegno della pretesa attinente al risarcimento del danno esistenziale. Né è ravvisabile alcuna contraddizione nel corpo della motivazione, poiché i fatti che si affermano provati in sentenza sono diversi da quelli relativi alle limitazioni della vita di relazione, idonei a fondare la pretesa attinente al risarcimento del danno esistenziale".

La sentenza in commento richiama poi la massima delle Sezioni Unite n. 6572/2006, secondo cui "Il danno esistenziale infatti, essendo legato indissolubilmente alla persona, e quindi non essendo passibile di determinazione secondo il sistema tabellare - al quale si fa ricorso per determinare il danno biologico, stante la uniformità dei criteri medico legali applicabili in relazione alla lesione dell'indennità psicofisica - necessita imprescindibilmente di precise indicazioni che solo il soggetto danneggiato può fornire, indicando le circostanze comprovanti l'alterazione delle sue abitudini di vita. Non è dunque sufficiente la prova della dequalificazione, dell'isolamento, della forzata inoperosità, dell'assegnazione a mansioni diverse ed inferiori a quelle proprie, perché questi elementi integrano l'inadempimento del datore, ma, dimostrata questa premessa, è poi necessario dare la prova che tutto ciò, concretamente, ha inciso in senso negativo nella sfera del lavoratore, alterandone l'equilibrio e le abitudini di vita. Non può infatti escludersi, come già rilevato, che la lesione degli interessi relazionali, connessi al rapporto di lavoro, resti sostanzialmente priva di effetti, non provochi cioè conseguenze pregiudizievoli nella sfera soggettiva del lavoratore, essendo garantito l'interesse prettamente patrimoniale alla prestazione retributiva; se è così sussiste l'inadempimento, ma non c'è pregiudizio e quindi non c'è nulla da risarcire (…)"".

La pronuncia non è condivisibile, essendo frutto di eccesso di consequenzialismo. L"eccesso di consequenzialismo risiede nell"esigere sempre e comunque un"eterogeneità fenomenologica tra ingiustizia e conseguenze dannose; come se le circostanze di fatto da cui si desume l"inadempimento debbano essere cancellate in sede di valutazione dei danni-conseguenza. Nella valutazione dei danni-conseguenza, è invece (necessario e) sufficiente che il giudice effettui una valutazione di tipo diverso, condotta con ottica diversa, ma non è necessario che cancelli dalla propria mente gli elementi fattuali considerati per accertare l"inadempimento.

Nel caso di specie il lavoratore era stato oggetto di un"emarginazione nell"ambiente lavorativo, nonché di iniziative disciplinari rivelatesi infondate e di una resistenza del datore a pronunce giudiziali di riconoscimento professionale.

Tutte queste circostanze sono sufficienti a ravvisare una compromissione dell"assetto relazionale nell"ambiente di lavoro. Evidentemente però il presupposto implicito da cui muove la sentenza della S.C. è che il danno esistenziale attiene solo a conseguenze esterne all"ambiente di lavoro. La vita di relazione e l"assetto relazionale la cui compromissione integra gli estremi del danno esistenziale sono solo quelli esterni alla sfera lavorativa.

Si tratta si un assunto non condivisibile, in quanto non coerente con il fondamentale rilievo che l"attività lavorativa riveste nella vita della persona. Il lavoro – lo ha più volte ribadito la S.C. – non ha solo un significato economico, non rileva solo come mezzo di scambio, ossia come mezzo per conseguire la retribuzione. Il lavoro costituisce anche un fondamentale modo di realizzazione ed estrinsecazione della personalità. L"ambiente di lavoro costituisce una formazione sociale di imprescindibile rilievo nell"esistenza di una persona. Non si vede allora perché i peggioramenti dell"assetto relazionale interno a tale formazione sociale non possano dare adito al risarcimento del danno esistenziale.

La distinzione tra inadempimento e danno-conseguenza non va mai dimenticata, neanche in caso di mobbing. Vi possono essere fattispecie di mobbing che non determinano peggioramenti oggettivi dell"assetto relazionale lavorativo. Si pensi ad un accanimento disciplinare che però non porta ad oggettive conseguenze sulla vita lavorativa, ad es. in quanto tutti i provvedimenti disciplinari sono sospesi con procedura d"urgenza dal giudice. Ma quando si verifica un"emarginazione del lavoratore nel contesto lavorativo, il danno esistenziale c"è e non lo si può escludere con l"argomento che l"emarginazione costituisce l"inadempimento. L"emarginazione nell"ambito del contesto lavorativo costituisce mobbing, e quindi inadempimento, ma anche danno-conseguenza, in quanto arreca un serio pregiudizio all"assetto relazionale del lavoratore o, se si preferisce, determina un apprezzabile peggioramento della vita lavorativa.

Se il lavoro – com"è chiaro ormai in giurisprudenza – costituisce un momento essenziale nella vita di una persona, lo stravolgimento della vita lavorativa comporta un peggioramento della qualità della vita intera, dunque danno non patrimoniale sub specie di danno esistenziale.- Mobbing

- Il mobbing è inadempimento.

- La prova del mobbing non è sufficiente per il risarcimento del danno esistenziale

Un lavoratore propone ricorso alla S.C. per chiedere il risarcimento del danno esistenziale, negato dal giudice  d"appello, benché sia stato accertato che il lavoratore non aveva avuto accesso ad alcun corso di qualificazione istituito per i dipendenti, nonostante la laurea in giurisprudenza, così restando emarginato dal contesto della ristrutturazione ed ammodernamento del servizio postale e connessi servizi parabancari; inoltre era stato fatto oggetto di pretestuose iniziative disciplinari, tutte conclusesi con l'annullamento delle sanzioni, oltre che di condotte di ferma resistenza alle pronunce giudiziali che ne imponevano il tangibile riconoscimento professionale. Tali condotte vessatorie – è stato accertato dai giudici del merito – costituivano mobbing.

La Corte d"appello, nel rigettare la domanda di risarcimento del danno esistenziale, ha evidenziato la mancanza di allegazione e prova di episodi attestanti l'effettiva mutazione in peius del trend di vita.

La Corte di Cassazione, nella pronuncia n. 23837 del 23 novembre 2015, conferma la pronuncia di merito rilevando che "invero i fatti e le risultanze istruttorie che, secondo l'assunto della ricorrente, non sarebbero stati valutati ai fini della pronuncia risarcitoria riguardano le condotte vessatorie integranti il mobbing (quest'ultimo già oggetto di accertamento positivo da parte dei giudici del merito), ma esulano dall'ambito delle circostanze sintomatiche di "alterazioni significative delle abitudini di vita personale e sociale" emergenti dal processo che potrebbero assumere rilevanza, come ha chiarito la Corte territoriale, a sostegno della pretesa attinente al risarcimento del danno esistenziale. Né è ravvisabile alcuna contraddizione nel corpo della motivazione, poiché i fatti che si affermano provati in sentenza sono diversi da quelli relativi alle limitazioni della vita di relazione, idonei a fondare la pretesa attinente al risarcimento del danno esistenziale".

La sentenza in commento richiama poi la massima delle Sezioni Unite n. 6572/2006, secondo cui "Il danno esistenziale infatti, essendo legato indissolubilmente alla persona, e quindi non essendo passibile di determinazione secondo il sistema tabellare - al quale si fa ricorso per determinare il danno biologico, stante la uniformità dei criteri medico legali applicabili in relazione alla lesione dell'indennità psicofisica - necessita imprescindibilmente di precise indicazioni che solo il soggetto danneggiato può fornire, indicando le circostanze comprovanti l'alterazione delle sue abitudini di vita. Non è dunque sufficiente la prova della dequalificazione, dell'isolamento, della forzata inoperosità, dell'assegnazione a mansioni diverse ed inferiori a quelle proprie, perché questi elementi integrano l'inadempimento del datore, ma, dimostrata questa premessa, è poi necessario dare la prova che tutto ciò, concretamente, ha inciso in senso negativo nella sfera del lavoratore, alterandone l'equilibrio e le abitudini di vita. Non può infatti escludersi, come già rilevato, che la lesione degli interessi relazionali, connessi al rapporto di lavoro, resti sostanzialmente priva di effetti, non provochi cioè conseguenze pregiudizievoli nella sfera soggettiva del lavoratore, essendo garantito l'interesse prettamente patrimoniale alla prestazione retributiva; se è così sussiste l'inadempimento, ma non c'è pregiudizio e quindi non c'è nulla da risarcire (…)"".

La pronuncia non è condivisibile, essendo frutto di eccesso di consequenzialismo. L"eccesso di consequenzialismo risiede nell"esigere sempre e comunque un"eterogeneità fenomenologica tra ingiustizia e conseguenze dannose; come se le circostanze di fatto da cui si desume l"inadempimento debbano essere cancellate in sede di valutazione dei danni-conseguenza. Nella valutazione dei danni-conseguenza, è invece (necessario e) sufficiente che il giudice effettui una valutazione di tipo diverso, condotta con ottica diversa, ma non è necessario che cancelli dalla propria mente gli elementi fattuali considerati per accertare l"inadempimento.

Nel caso di specie il lavoratore era stato oggetto di un"emarginazione nell"ambiente lavorativo, nonché di iniziative disciplinari rivelatesi infondate e di una resistenza del datore a pronunce giudiziali di riconoscimento professionale.

Tutte queste circostanze sono sufficienti a ravvisare una compromissione dell"assetto relazionale nell"ambiente di lavoro. Evidentemente però il presupposto implicito da cui muove la sentenza della S.C. è che il danno esistenziale attiene solo a conseguenze esterne all"ambiente di lavoro. La vita di relazione e l"assetto relazionale la cui compromissione integra gli estremi del danno esistenziale sono solo quelli esterni alla sfera lavorativa.

Si tratta si un assunto non condivisibile, in quanto non coerente con il fondamentale rilievo che l"attività lavorativa riveste nella vita della persona. Il lavoro – lo ha più volte ribadito la S.C. – non ha solo un significato economico, non rileva solo come mezzo di scambio, ossia come mezzo per conseguire la retribuzione. Il lavoro costituisce anche un fondamentale modo di realizzazione ed estrinsecazione della personalità. L"ambiente di lavoro costituisce una formazione sociale di imprescindibile rilievo nell"esistenza di una persona. Non si vede allora perché i peggioramenti dell"assetto relazionale interno a tale formazione sociale non possano dare adito al risarcimento del danno esistenziale.

La distinzione tra inadempimento e danno-conseguenza non va mai dimenticata, neanche in caso di mobbing. Vi possono essere fattispecie di mobbing che non determinano peggioramenti oggettivi dell"assetto relazionale lavorativo. Si pensi ad un accanimento disciplinare che però non porta ad oggettive conseguenze sulla vita lavorativa, ad es. in quanto tutti i provvedimenti disciplinari sono sospesi con procedura d"urgenza dal giudice. Ma quando si verifica un"emarginazione del lavoratore nel contesto lavorativo, il danno esistenziale c"è e non lo si può escludere con l"argomento che l"emarginazione costituisce l"inadempimento. L"emarginazione nell"ambito del contesto lavorativo costituisce mobbing, e quindi inadempimento, ma anche danno-conseguenza, in quanto arreca un serio pregiudizio all"assetto relazionale del lavoratore o, se si preferisce, determina un apprezzabile peggioramento della vita lavorativa.

Se il lavoro – com"è chiaro ormai in giurisprudenza – costituisce un momento essenziale nella vita di una persona, lo stravolgimento della vita lavorativa comporta un peggioramento della qualità della vita intera, dunque danno non patrimoniale sub specie di danno esistenziale.- Mobbing

- Il mobbing è inadempimento.

- La prova del mobbing non è sufficiente per il risarcimento del danno esistenziale

Un lavoratore propone ricorso alla S.C. per chiedere il risarcimento del danno esistenziale, negato dal giudice  d"appello, benché sia stato accertato che il lavoratore non aveva avuto accesso ad alcun corso di qualificazione istituito per i dipendenti, nonostante la laurea in giurisprudenza, così restando emarginato dal contesto della ristrutturazione ed ammodernamento del servizio postale e connessi servizi parabancari; inoltre era stato fatto oggetto di pretestuose iniziative disciplinari, tutte conclusesi con l'annullamento delle sanzioni, oltre che di condotte di ferma resistenza alle pronunce giudiziali che ne imponevano il tangibile riconoscimento professionale. Tali condotte vessatorie – è stato accertato dai giudici del merito – costituivano mobbing.

La Corte d"appello, nel rigettare la domanda di risarcimento del danno esistenziale, ha evidenziato la mancanza di allegazione e prova di episodi attestanti l'effettiva mutazione in peius del trend di vita.

La Corte di Cassazione, nella pronuncia n. 23837 del 23 novembre 2015, conferma la pronuncia di merito rilevando che "invero i fatti e le risultanze istruttorie che, secondo l'assunto della ricorrente, non sarebbero stati valutati ai fini della pronuncia risarcitoria riguardano le condotte vessatorie integranti il mobbing (quest'ultimo già oggetto di accertamento positivo da parte dei giudici del merito), ma esulano dall'ambito delle circostanze sintomatiche di "alterazioni significative delle abitudini di vita personale e sociale" emergenti dal processo che potrebbero assumere rilevanza, come ha chiarito la Corte territoriale, a sostegno della pretesa attinente al risarcimento del danno esistenziale. Né è ravvisabile alcuna contraddizione nel corpo della motivazione, poiché i fatti che si affermano provati in sentenza sono diversi da quelli relativi alle limitazioni della vita di relazione, idonei a fondare la pretesa attinente al risarcimento del danno esistenziale".

La sentenza in commento richiama poi la massima delle Sezioni Unite n. 6572/2006, secondo cui "Il danno esistenziale infatti, essendo legato indissolubilmente alla persona, e quindi non essendo passibile di determinazione secondo il sistema tabellare - al quale si fa ricorso per determinare il danno biologico, stante la uniformità dei criteri medico legali applicabili in relazione alla lesione dell'indennità psicofisica - necessita imprescindibilmente di precise indicazioni che solo il soggetto danneggiato può fornire, indicando le circostanze comprovanti l'alterazione delle sue abitudini di vita. Non è dunque sufficiente la prova della dequalificazione, dell'isolamento, della forzata inoperosità, dell'assegnazione a mansioni diverse ed inferiori a quelle proprie, perché questi elementi integrano l'inadempimento del datore, ma, dimostrata questa premessa, è poi necessario dare la prova che tutto ciò, concretamente, ha inciso in senso negativo nella sfera del lavoratore, alterandone l'equilibrio e le abitudini di vita. Non può infatti escludersi, come già rilevato, che la lesione degli interessi relazionali, connessi al rapporto di lavoro, resti sostanzialmente priva di effetti, non provochi cioè conseguenze pregiudizievoli nella sfera soggettiva del lavoratore, essendo garantito l'interesse prettamente patrimoniale alla prestazione retributiva; se è così sussiste l'inadempimento, ma non c'è pregiudizio e quindi non c'è nulla da risarcire (…)"".

La pronuncia non è condivisibile, essendo frutto di eccesso di consequenzialismo. L"eccesso di consequenzialismo risiede nell"esigere sempre e comunque un"eterogeneità fenomenologica tra ingiustizia e conseguenze dannose; come se le circostanze di fatto da cui si desume l"inadempimento debbano essere cancellate in sede di valutazione dei danni-conseguenza. Nella valutazione dei danni-conseguenza, è invece (necessario e) sufficiente che il giudice effettui una valutazione di tipo diverso, condotta con ottica diversa, ma non è necessario che cancelli dalla propria mente gli elementi fattuali considerati per accertare l"inadempimento.

Nel caso di specie il lavoratore era stato oggetto di un"emarginazione nell"ambiente lavorativo, nonché di iniziative disciplinari rivelatesi infondate e di una resistenza del datore a pronunce giudiziali di riconoscimento professionale.

Tutte queste circostanze sono sufficienti a ravvisare una compromissione dell"assetto relazionale nell"ambiente di lavoro. Evidentemente però il presupposto implicito da cui muove la sentenza della S.C. è che il danno esistenziale attiene solo a conseguenze esterne all"ambiente di lavoro. La vita di relazione e l"assetto relazionale la cui compromissione integra gli estremi del danno esistenziale sono solo quelli esterni alla sfera lavorativa.

Si tratta si un assunto non condivisibile, in quanto non coerente con il fondamentale rilievo che l"attività lavorativa riveste nella vita della persona. Il lavoro – lo ha più volte ribadito la S.C. – non ha solo un significato economico, non rileva solo come mezzo di scambio, ossia come mezzo per conseguire la retribuzione. Il lavoro costituisce anche un fondamentale modo di realizzazione ed estrinsecazione della personalità. L"ambiente di lavoro costituisce una formazione sociale di imprescindibile rilievo nell"esistenza di una persona. Non si vede allora perché i peggioramenti dell"assetto relazionale interno a tale formazione sociale non possano dare adito al risarcimento del danno esistenziale.

La distinzione tra inadempimento e danno-conseguenza non va mai dimenticata, neanche in caso di mobbing. Vi possono essere fattispecie di mobbing che non determinano peggioramenti oggettivi dell"assetto relazionale lavorativo. Si pensi ad un accanimento disciplinare che però non porta ad oggettive conseguenze sulla vita lavorativa, ad es. in quanto tutti i provvedimenti disciplinari sono sospesi con procedura d"urgenza dal giudice. Ma quando si verifica un"emarginazione del lavoratore nel contesto lavorativo, il danno esistenziale c"è e non lo si può escludere con l"argomento che l"emarginazione costituisce l"inadempimento. L"emarginazione nell"ambito del contesto lavorativo costituisce mobbing, e quindi inadempimento, ma anche danno-conseguenza, in quanto arreca un serio pregiudizio all"assetto relazionale del lavoratore o, se si preferisce, determina un apprezzabile peggioramento della vita lavorativa.

Se il lavoro – com"è chiaro ormai in giurisprudenza – costituisce un momento essenziale nella vita di una persona, lo stravolgimento della vita lavorativa comporta un peggioramento della qualità della vita intera, dunque danno non patrimoniale sub specie di danno esistenziale.



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati