Legislazione e Giurisprudenza, Danno esistenziale -  Russo Paolo - 2014-05-12

MORTE DEL CANE? UN DANNO INDUBBIAMENTE ESISTENZIALE – Trib. Reggio Calabria 06.06.2013 - Paolo RUSSO

Trib. Reggio Calabria, sez. II, 6 giugno 2013, G.U. Plutino Un veterinario, errando la diagnosi circa la patologia di cui era affetto un cane portatogli in visita, eseguiva sull"animale un complesso ed inutile intervento chirurgico, pur non avendo preventivamente acquisito il necessario consenso informato dal proprietario, così cagionando uno shock anafilattico e la conseguente morte della povera bestiola.

Il medico veniva pertanto chiamato in giudizio a rispondere dei danni conseguiti dal decesso dell"animale di affezione, patrimoniali ed esistenziali; ed il giudice adito ha accolto la domanda di ristoro, giudicandola pienamente fondata.

In particolare, il tribunale calabrese ha riconosciuto al padrone del cane una somma pari a 3.000 euro a titolo di danno esistenziale, evidenziando come, nel corso del processo, fosse stato ampiamente dimostrato "il particolare legame affettivo che vi era tra il cane e il proprietario, ma anche con tutto il suo nucleo familiare, di cui era considerato alla stregua di un componente: l"animale, oltre ad essere di compagnia per gli anziani genitori, permetteva al proprietario di dedicarsi all"attività venatoria di cui è un appassionato".

Più nel dettaglio, il giudice di prime cure ha mostrato di prendere nettamente le distanze dal passaggio delle famigerate Sentenze di San Martino del 2008 che aveva definito "bagatellare" un simile pregiudizio non patrimoniale, non riconoscendo nella perdita dell"animale d'affezione una ipotesi di lesione di un interesse della persona umana alla conservazione di una sfera di integrità affettiva costituzionalmente protetta.

Si legge in sentenza: "tale orientamento (…) non è, ad avviso di questo giudice, condivisibile. In primo luogo, come si è osservato in dottrina, desta forte perplessità l'accostamento della morte dell'animale di affezione e del maltrattamento di animali a fattispecie come: la rottura del tacco di una scarpa da sposa, l'errato taglio di capelli, l'attesa stressante in aeroporto, il mancato godimento della partita di calcio per televisione determinato dal black-out elettrico.

Tale accostamento non è fedele alla realtà sociale. Ciò, in quanto gli animali d'affezione sono prevalentemente fonte di compagnia, considerati dai loro padroni come membri della famiglia, talora come qualcosa di simile ai bambini, così venendo ad acquisire una sorta di status sociale.

Non convince in particolare l'affermazione per cui il rapporto tra uomo ed animale sarebbe privo di copertura costituzionale, anche alla luce delle stesse indicazioni fornite dalla Suprema Corte che ha statuito che: "il catalogo dei casi in tal modo determinati non costituisce numero chiuso. La tutela non è ristretta ai casi di diritti inviolabili della persona espressamente riconosciuti dalla Costituzione nel presente momento storico, ma, in virtù dell'apertura dell'art. 2 Cost., ad un processo evolutivo, deve ritenersi consentito all'interprete rinvenire nel complessivo sistema costituzionale indici che siano idonei a valutare se nuovi interessi emersi nella realtà sociale siano, non genericamente rilevanti per l'ordinamento, ma di rango costituzionale attenendo a posizioni inviolabili della persona umana".

Se dunque i diritti inviolabili non sono solo quelli sanciti dalla Costituzione e sono anche soggetti ad un'intepretazione evolutiva, appare arduo sostenere che il rapporto d'affetto tra uomo e animale, alla luce del mutato contesto sociale, non abbia copertura costituzionale.

Invero, atteso che il rapporto con l'animale non può essere paragonato a quello con una cosa, trattandosi di una relazione con un essere vivente che dà e riceve affetto, deve concludersi che il rilievo attribuito alla dimensione degli affetti, qualificata come attività realizzatrice della persona, ai sensi del combinato disposto degli artt. 13 e 2 Cost., ben possa portare al riconoscimento ed al risarcimento del danno riconducibile alla perdita dell' animale d'affezione ogniqualvolta si alleghi e si provi in giudizio che il leso proprio attraverso la cura dell' animale veniva a realizzare la propria esistenza.

Sotto tal profilo occorre anche evidenziare che la Legge 14 agosto 1991, n. 281, c.d. Legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo, ha precisato che "Lo Stato promuove e disciplina la tutela degli animali di affezione, condanna gli atti di crudeltà contro di essi, i maltrattamenti ed il loro abbandono, al fine di favorire la corretta convivenza tra uomo e animale e di tutelare la salute pubblica e l'ambiente". (art.1).

Lo Stato è, cioè, consapevole del legame che si instaura fra l'animale ed il suo padrone, rapporto che non può essere limitato al solo profilo affettivo fra proprietario e bene ed è consapevole del fatto che in detto rapporto si inserisce una di quelle attività realizzatrici della persona che la stessa carta Costituzionale, all'art. 2, tutela (…).

Ancora, un'altra copertura costituzionale è stata rinvenuta di recente nell'art. 42 Cost. che tutela la proprietà privata nonché nell' art. 17 CEDU letto in combinato con l'art. 6 del Trattato istitutivo dell'Unione Europea, atteso che la perdita del cane-bene determina un pregiudizio non sono economico ma anche non patrimoniale (Trib. Bari, sez. Monopoli, sentenza 22.11.2011, laddove si sottolinea l'irragionevolezza di un sistema risarcitorio che prevedesse il ristoro per il valore economico del cane, ma non per il pregiudizio non patrimoniale costituito dalla perdita affettiva, laddove sia quest'ultima la maggiore utilità del "bene" oggetto della lesione).

La tutela risarcitoria dell'attore può essere riconosciuta pur vertendosi in ipotesi di responsabilità contrattuale atteso che le Sezioni Unite, nella sentenza soprammenzionata, hanno espressamente affermato la possibilità che anche da un inadempimento di natura contrattuale possa scaturire un pregiudizio di natura non patrimoniale".



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