Legislazione e Giurisprudenza, Urbanistica, edilizia -  Mazzon Riccardo - 2014-03-11

MURO SUL CONFINE IN ZONA SISMICA E GIUNTI DI OSCILLAZIONE: UN PUNTO FERMO? - RM

Parte della giurisprudenza non ritiene applicabile la disciplina sopra evidenziata nel caso il muro sul confine si trovi in zona sismica:

"nelle zone soggette alla l. 25 novembre 1962 n. 1684 (legge sismica) non possono trovare applicazione le disposizioni di carattere generale contenute negli art. 884, 874 e 876 c.c. (che attribuiscono al proprietario del fondo finitimo il diritto, rispettivamente, di costruire in appoggio con innesto nel muro comune anche quando il vicino si sia avvalso di analoga facoltà, di costruire in appoggio al muro del vicino ottenendo la comunione forzosa del muro, di innestare il proprio muro in quello vicino), trattandosi di discipline inoperanti per la prevalenza della relativa specifica legislazione con la conseguente nullità di ogni contraria convenzione" Cass. 25.7.92, n. 8998, GCM, 1992, fasc. 7 - cfr., amplius, "I rapporti di vicinato e le distanze legali: tutela e risarcimento" - Riccardo Mazzon - CEDAM 2013, in Collana SapereDiritto.

In realtà, è più corretto interpretare le discipline generali alla luce della normativa anti-sismica, consentendone l"applicazione sempre che sia compatibile e implementata dall"utilizzo del c.d. giunto di oscillazione:

"poiché l'art. 9 comma 3 l. 25 novembre 1962 n. 1684 prescrive, con riguardo alle costruzioni nelle zone sismiche, l'adozione nei fabbricati contigui di appositi giunti di oscillazione, il concetto generale di costruzioni in aderenza deve essere adeguato nelle località anzidette al disposto della legislazione speciale e va, pertanto, riferito a quelle che fra i due edifici contigui preveda la sola distanza configurata dal giunto idoneo a consentire la libera ed indipendente oscillazione. Ne discende che la facoltà del vicino di chiudere le altrui finestre lucifere è consentita, ai sensi dell'art. 904 c.c., quando costruisca in aderenza con la osservanza delle disposizioni antisismiche, lasciando fra i due fabbricati il giunto di oscillazione" Cass. 16.8.93, n. 8744, GCM 1993, 1296;

"nelle zone in cui vige la normativa antisismica - contenuta nella l. 25 novembre 1962 n. 1684 - non sono applicabili le disposizioni di cui agli art. 874, 876, 884 c.c., secondo le quali il proprietario del fondo contiguo al muro altrui ha la facoltà, rispettivamente, di chiederne la comunione forzosa, di innestarvi il proprio muro, di costruirvi il proprio edificio in appoggio, perché è invece necessario che ogni costruzione costituisca un organismo a sé stante, mediante l'adozione di giunti o altri opportuni accorgimenti idonei a consentire la libera ed indipendente oscillazione degli edifici" Cass. 16.2.06, n. 3425, GCM, 2006, 2.

Mettendo un punto fermo alla seguente vicenda processuale

"D.M.A.C. con atto notificato il 29 giugno 1991 propose appello avanti al Tribunale di Napoli avverso la sentenza del 3 maggio 1991, con la quale il Pretore di Ischia aveva rigettato la domanda con cui egli, premesso di essere proprietario e possessore di un fabbricato in (OMISSIS) e che i confinanti proprietari D.I.A. e D.M.C., in violazione delle norme urbanistiche, avevano abbattuto e ricostruito un loro corpo di fabbrica, modificandolo e sopraelevandolo, aveva chiesto, previo ordine di sospensione dei lavori, la reintegra nel possesso della veduta esercitata sulla via pubblica da un balcone del suo immobile e della parte dei muri perimetrali interessati dalle nuove opere. Resisterono il D.I. e la D.M. ed il Tribunale, in riforma della decisione impugnata, con sentenza non definitiva del 18 aprile 1997 condannò gli appellati alla eliminazione o regolarizzazione della veduta laterale esercitata dal ballatoio di una scala esterna, mediante apposizione di un manufatto idoneo ad impedire l'affaccio a meno di cm 75 dalla confinante muratura dell'attore, nonchè all'arretramento fino ad almeno due metri dal confine di una cisterna interrata, e, con sentenza definitiva del 13 giugno 2003, condannò gli appellati alla riduzione in pristino dello stato dei luoghi, avendo i convenuti con la ricostruzione del loro corpo di fabbrica alterato le condizioni di sicurezza statica ed antisismica dell'immobile dell'appellante. D.M.C. è ricorsa per la cassazione di entrambe le sentenze ed D.M. A.C. ha notificato controricorso, illustrato da successiva memoria, eccependo preliminarmente l'inammissibilità del ricorso" Cassazione civile, sez. II, 17/04/2009, n. 9319 Di Meglio c. Di Meglio Giust. civ. Mass. 2009, 4, 646

e agevolmente superate alcune problematiche preliminari,

"E' infondata l'eccezione d'inammissibilità del ricorso per essere stato notificato al controricorrente e non a D.M.P., che l'aveva rappresentato nel giudizio di secondo grado in virtù di procura generale del 29 marzo 1982 per notaio Abore, rep. 12880. La rappresentanza (negoziale o processuale) non attribuisce nel giudizio al rappresentante la qualità di parte sostanziale e la legittimazione che da questa gli deriva non vale ad escludere od assorbire quella del rappresentato capace di stare autonomamente in giudizio, configurandosi come un potere contingente e di secondo grado rispetto a quello del titolare degli interessi oggetto della controversia (cfr.: Cass. civ., sez. un., sent. 21 novembre 1983, n. 6918). Ne consegue che, come la parte sostanziale, non avendo perso con il conferimento della procura la propria legittimazione processuale, può personalmente proporre impugnazione avverso la sentenza che abbia definito un giudizio, sia in sostituzione che congiuntamente al suo rappresentante, così non può essere ritenuta affetta da nullità l'impugnazione proposta nei confronti del rappresentato, anzichè solo od anche del suo procuratore, che era stato parte formale nell'anteriore grado (cfr.: Cass. civ., sez., 2^, sent. 11 febbraio 1977, n. 615; Cass. civ., sez. 2^, sent. 30 maggio 1975, n. 2193). Con il primo motivo, il ricorso denuncia la nullità della sentenza n. 6846/03, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 4, per violazione degli artt. 301 e 156 c.p.c., non essendo stato interrotto il giudizio di secondo grado a seguito della decesso del procuratore costituito dell'appellante. Il motivo è inammissibile. Le norme che disciplinano l'interruzione del processo sono preordinate alla tutela della parte colpita dall'evento che la comporta e solo quest'ultima è conseguentemente legittimata a dolersi dell'eventuale continuazione del processo nonostante il verificarsi della causa interruttiva (cfr.: Cass. civ., sez. 2^, sent. 20 luglio 2005, n. 15249; Cass. civ., sez. 3^, sent. 21 luglio 2004, n. 13571)" Cassazione civile, sez. II, 17/04/2009, n. 9319 Di Meglio c. Di Meglio Giust. civ. Mass. 2009, 4, 646

nonché ulteriori censure,

"con il secondo motivo, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 4, per violazione dell'art. 112 c.p.c., avendo la sentenza n. 6846/03 accolto l'appello sul rilievo della violazione della normativa antisismica, benchè la parte attrice avesse circoscritto l'oggetto della lite alla violazione delle distanze legali nelle costruzioni e nelle vedute, e gli appellati avessero sempre manifestato la volontà di non accettare il contraddittorio sulla relativa questione. Il motivo è infondato. Questa Corte ha già avuto modo di affermare che, nel caso di domanda diretta al rispetto della disciplina sulle distanze negli edifici, il principio iuris novit curia impone al giudice di individuare le norme che dette distanze regolamentano nel caso particolare e che tra queste vanno ricomprese quelle relative alle distanze ed agli intervalli contenute nelle norme tecniche delle costruzioni in zone sismiche (cfr.: Cass. civ., sez. 2^, sent. 7 marzo 1997, n. 2031). Va negata, quindi, la violazione del principio della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato, enunciato dall'art. 112 c.p.c., nella condanna alla riduzione in pristino di un'opera perchè realizzata in una zona sismica in contrasto con la normativa legislativa e regolamentare - nella specie dettata dalla L. 25 novembre 1962, n. 1684, essendo state emanate il 19 giugno 1984 le disposizioni di attuazione della successiva L. 2 febbraio 1974, n. 64 - pur in assenza di tempestiva deduzione nel giudizio, nella parte in cui detta normativa risulta, in virtù del disposto dell'art. 871 c.c., comma 2, e L. n. 1684 del 1962, cit., art. 8, integrativa della disciplina dettata dagli artt. 872 e 873 c.c.. Con il terzo motivo, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, per violazione e falsa applicazione degli artt. 1170, 1171 e 2697 c.c., non avendo le sentenze rilevato l'insussistenza dei presupposti e delle condizioni richieste per le azioni di nuova opera e manutenzione del possesso, giacchè al momento del loro esercizio, quanto alla prima, l'opera era già terminata ed era decorso oltre un anno dal suo inizio e, quanto alla seconda, non era provato il possesso ultrannale. Il motivo è inammissibile per la novità delle questioni, non risultando le eccezioni che ne costituiscono il fondamento menzionate nelle pronunce e non avendo la ricorrente indicato se ed in quali termini le avesse ritualmente sollevate nel giudizio di merito. E' appena il caso di aggiungere che, in ogni caso, l'omessa pronuncia del giudice di secondo grado su una domanda od una eccezione costituisce un difetto di attività, che non può essere fatto valere con il ricorso per cassazione in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, il quale presuppone che il giudice abbia preso in esame la questione oggetto di doglianza e l'abbia risolta in modo giuridicamente non corretto, ma attraverso la specifica deduzione, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 4, della violazione dell'art. 112 c.p.c (cfr.: Cass. civ., sez. 3^, sent. 4 giugno 2007, n. 12952; Cass. civ., sez. 1^, sent. 27 gennaio 2006, n. 1755; Cass. civ., sez. 2^, sent. 7 luglio 2004, n. 12475). Con il quarto motivo, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, per violazione e falsa applicazione dell'art. 100, c.p.c., e dell'art. 2697 c.c., avendo la sentenza n. 3696/97 ritenuto provata la legittimazione attiva della parte attrice pur in mancanza del necessario supporto documentale e/o probatorio. Il motivo è inammissibile sotto un duplice profilo. In primo luogo, perchè non indica quali argomentazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata sarebbero in contrasto con le norme di cui denuncia la violazione e falsa applicazione di legge, il secondo, in quanto non specifica in che modo la pronuncia avrebbe eluso il principio dell'onere della prova con l'affermazione che l'appellante aveva documentato, con assoluta incontrovertibilità, di essere quanto meno possessore dell'immobile al primo piano della palazzina confinante con quella dei resistenti, giacchè esercitava su di essa un potere di fatto, e che la presunzione di possesso, di cui all'art. 1141 c.c., comma 1, non era stata superata dalla prova della detenzione. Con il quinto motivo, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, per violazione e falsa applicazione dell'art. 906, c.c., avendo la sentenza n. 3696/97 impropriamente qualificato balcone un pianerottolo che serviva solo ed esclusivamente di accesso all'appartamento sito al primo piano del fabbricato della ricorrente. Il motivo è in parte inammissibile ed in altra infondato. L'individuazione in base alle risultanze processuali della fattispecie concreta relativamente alla quale è richiesta la tutela in giudizio attiene ad una valutazione in fatto rimessa al giudice di merito, la cui censura è ammissibile in sede di legittimità, soltanto sotto il profilo del vizio di motivazione e non anche sotto quello della violazione o falsa applicazione di legge (cfr.: Cass. civ., sez. 3, sent. 5 giugno 2007, n. 13066). Nè una violazione della norma enunciata è ravvisabile nell'avere la sentenza ritenuto applicabili ad un ballatoio le distanze previste per le vedute, giacchè questa Corte ha già affermato che, il ballatoio, pur essendo fondamentalmente destinato all'accesso all'abitazione e soltanto occasionalmente od eccezionalmente utilizzabile per l'affaccio, può essere configurato come veduta, quando risulti obiettivamente possibile, in via normale, per le particolari situazioni o caratteristiche di fatto, anche l'esercizio da esso della prospectio ed inspectio verso il fondo del vicino (cfr.: Cass. civ., sez. 2^, sent. 15 ottobre 2008, n. 25188; Cass. civ., sez. 2^, sent. 13 gennaio 2006, n. 499). Con il sesto motivo, in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, per violazione dell'art. 244 c.p.c., ed omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza n. 2696/97 in ordine al rigetto della richiesta di ammissione della prova testimoniale diretta a dimostrare la preesistenza nella proprietà dei ricorrenti di una cisterna/piscina. Il motivo è inammissibile. E' onere, infatti, della parte che lamenta in sede di legittimità un vizio ovvero una carenza di motivazione su di un punto decisivo della controversia per la mancata ammissione di prove testimoniali richieste nel giudizio di merito, riportare nell'impugnazione il contenuto integrale dei capitoli nei quali le prove erano articolate o, quantomeno riprodurlo nei suoi elementi essenziali, imponendo il principio della autosufficienza del ricorso che esso contenga in sè tutti gli elementi necessari a consentire il diretto controllo della decisività delle circostanze che costituivano oggetto delle prove e dell'idoneità a provarle dei mezzi richiesti (cfr.. Cass. civ., sez. 1^, sent. 3 agosto 2007, n. 17043; Cass. civ., sez. 3^, sent. 12 giugno 2006, n. 13556). Tale onere non è stato soddisfatto dalla ricorrente, che si è limitata ad indicare la finalità della prova di paralizzare la deduzione della realizzazione della cisterna in violazione delle distanze legali o di dimostrare, quanto meno, un possesso idoneo a consentire il permanere del manufatto ed a fare riferimento agli atti difensivi del pregresso giudizio di merito ed alla articolazione della prova testimoniale nell'udienza del 7 marzo 1996" Cassazione civile, sez. II, 17/04/2009, n. 9319 Di Meglio c. Di Meglio Giust. civ. Mass. 2009, 4, 646

la Suprema Corte, sollecitata da motivo avente il seguente tenore,

"con il settimo motivo, in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, per violazione e falsa applicazione della L. n. 1684 del 1962, n. 9, e del D.M. 24 febbraio 1986, e per insufficiente e contraddittoria motivazione, avendo la sentenza n. 6846/03 fatto applicazione di disposizioni antisismiche emanate successivamente all'anno 1982, nel quale la costruzione era stata realizzata, ed omesso di valutare l'obbiezione che i fabbricati contigui erano rispettosi della normativa antisismica perchè costituivano nel loro confine al primo piano delle strutture autonome, ed avendo ordinato il ripristino dello stato dei luoghi, nonostante l'accertata insussistenza di qualsiasi situazione di pericolo. Deduce, altresì, che nel giudizio possessorio-cautelare non era possibile esaminare e decidere una questione relativa alla violazione della disciplina antisismica, presupponendo essa una minuziosa ed oggettiva indagine sulle murature portanti e sui pesi che sulle stesse scaricano, e che la sentenza non aveva considerato gli aggravi che dalla c.t.u. risultavano posti in essere sulle murature dalla parte attrice o ad altri proprietari. Il motivo è in parte inammissibile ed in altra infondato" Cassazione civile, sez. II, 17/04/2009, n. 9319 Di Meglio c. Di Meglio Giust. civ. Mass. 2009, 4, 646

ha recentemente precisato che, qualora sia eseguita una costruzione in aderenza, senza rispettare le prescrizioni dettate dall'art. 9 l. 25 novembre 1962 n. 1684, in materia di edilizia nelle zone sismiche - disposizione che, pur non essendo integrativa delle norme del codice civile sulle distanze tra edifici, prevede specifici accorgimenti volti a prevenire danni alla proprietà altrui in occasione di movimenti tellurici - il proprietario dell'edificio contiguo ha diritto di chiedere l'eliminazione dello stato di pericolo derivante dalla presumibile instabilità del suo immobile, mediante idonei interventi o, se ciò non sia tecnicamente possibile, mediante la riduzione in pristino:

"la decisione impugnata, evidenziato che il c.t.u. aveva precisato che "sia le fabbriche dell'appellante che quelle degli appellati avendo fondazioni e murature portanti in comune (almeno fino al primo solaio ed escludendo il corpo di fabbrica aggiunto ex novo), vanno considerate come parti di un unico organismo edilizio" e che "l'intero primo piano del fabbricato degli appellati (posto in aderenza) era si libero di oscillare, ma, poggiando contemporaneamente sulle sottostanti murature e fondazioni comuni, è soggetto alle sollecitazione ed oscillazioni di queste ultime e, quindi, non ne è indipendente", ha osservato che i due fabbricati non costituivano nè un unico complesso organico e nè organismi a sè stanti configurati in modo da consentirne la libera ed indipendente oscillazione. Ha ravvisato, conseguentemente, la violazione della L. n. 1684 del 1962, art. 9, commi 3 e 4, che nelle zone sismiche di seconda categoria, nelle quali era incluso il Comune di Barano d'Ischia, non consentono costruzioni in aderenza che abbiano fondazioni comuni e si è poi richiamata al principio, che "l'attualità del pericolo di danno deve valutarsi non già con riferimento allo stato asismico, bensì in relazione alla possibilità, sempre incombente nelle zone sismiche, di un movimento tellurico, sicchè dalla inosservanza delle prescrizioni tecniche dettate per prevenire le conseguenze dannose de sisma deve desumersi una presunzione di instabilità della costruzione realizzata, e quindi, una situazione di pericolo permanente, da rimuovere senza indugio" (cfr.: Cass. Civ., sez. 2^, sent. 21 febbraio 1994, n. 1654; civ., sez. 2^, sent. 17 gennaio 1981, n. 2335). Il giudice di appello ha, quindi, evidenziato le ragioni sia di fatto che di diritto per le quali la muratura realizzata con le modalità accertate era incompatibile con la disciplina antisismica allora vigente, espressamente indicata in quella dettata dalla L. n. 1684 del 1962 e nelle norme di essa attuative, ed ha escluso la subordinazione dell'ordine di ripristino all'accertamento della concreta pericolosità dell'opera facendo applicazione di un principio, sicuramente condivisibile, che è stato ribadito anche dalle sezioni unite di questa Corte, le quali hanno affermato che, qualora sia stata eseguita nelle zone sismiche "una costruzione in aderenza senza rispettare le prescrizioni dettate dalla L. n. 3684 del 1962, art. 9 (disposizione che, pur non essendo con quelle contenute nell'art. 6, integrativa delle norme del codice civile sulla distanze tra edifici, prevede specifici accorgimenti volti a prevenire danni alla proprietà altrui in occasione di movimenti tellurici), il proprietario dell'edificio contiguo ha il diritto di chiedere l'eliminazione dello stato di pericolo derivante dalla presumibile instabilità del suo immobile mediante idonei interventi, o, se ciò non sia tecnicamente possibile, mediante la riduzione in pristino" (cfr.: Cass. civ., sez. un. sent. 28 luglio 1998, n. 7396). Privo di autosufficienza, invece, è il motivo laddove fa riferimento, alla mancata considerazione dell'accertamento da parte del c.t.u. di aggravi sulle murature portanti riconducibili alla parte attrice od a terzi, senza riportare il pertinente testo della sua relazione, ed all'omesso esame di obiezioni rivolte alla consulenza tecnica, genericamente menzionando che queste evidenziavano l'avvenuto rispetto da parte di convenuti della normativa antisismica, nonchè ad una asserita impossibilità di accertare nella fase di merito di un giudizio possessorio la violazione di norme antisismiche. All'inammissibilità od infondatezza dei motivi seguono il rigetto del ricorso e la condanna della ricorrente al pagamento delle spese del giudizio, liquidate in dispositivo. P.Q.M. Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio, che liquida in Euro 2.800,00 di cui Euro 200,00 per spese, oltre spese generali, iva, cpa ed altri accessori di legge. Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 4 marzo 2009. Depositato in Cancelleria il 17 aprile 2009" Cassazione civile, sez. II, 17/04/2009, n. 9319 Di Meglio c. Di Meglio Giust. civ. Mass. 2009, 4, 646.



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