Changing Society, Generalità, varie -  Redazione P&D - 2014-04-22

NE ME LAISSE PAS MOURIR... - Giuseppe FEDELI

1) NE ME LAISSE PAS MOURIR…

Venite con me, in disparte…(Marco 6, 31)

Raspa, scava tra la polvere con le unghie lordate di detriti e sangue strappando lacerti di carne,

urla in un grido strozzato che forse neppure Iddio sente.

La morte come estremo traguardo, frontiera del non senso, ultima Thule di là della quale, forse,

bivacca la Verità.

Maman, ne me laisse pas mourir, dice con voce fioca, estratta dalla macerie…tra le braccia di

chi non c"è più, inghiottita dal maledetto sismo, in braccio agli angeli, il cui sorriso di disarmante

bellezza non è, però, che l"incipit del tremendo, e dell"Eterno.

Nessuno può osare guardare in faccia l"Inviolato senza morire.

La polvere del tempo sfida ogni sfida e scommessa contro l"impossibile, contro l"edacità del tempo.

Là sotto, dentro le viscere, si leva flebile un sussurro: non mi lasciare morire, mamma…Ma la

Dama con la falce è lì dappresso che spietata sogghigna, e ha il passo di corsa più forte, repente,

come quello del serpente malevolo e tentatore.

I Cieli gridano muti la loro impotenza, mentre una lacrima, smisurata quanto la preghiera che

implora e impreca, scende giù ad annegare i sospiri, gli alti lai, la disperante solitudine del nulla, la

voce che chiama inaudita nel deserto.

Hai vinto ancora una volta, beffandoti di noi mortali. Effimeri, caduchi. Come il tempo, che tutto

lascia alle sue spalle, e di cui non resterà se non qualche labile, sbiadita traccia.

Un"agonia spezzata dalla liberatoria. Che questa volta non porta il sigillo di un contratto, ma il

sapore di un patto fatidico, beffardo quant"altri mai. Di un appuntamento con il Fato, che però ha la

faccia tremenda ed enigmatica di Ecate , la deità infera.

Troppo facile e édulcoré concludere col solito "biglietto" per il Paradiso che così si guadagna.

Soluzione che sa troppo di oppiaceo, di consolatorio.

Chi muore in queste condizioni e a causa della natura matrigna, o perché il sacrificio di sé è la

condizione perché altri scampi all"irrimediabile destino, d"altronde, ha già pagato quaggiù la sua

caparra, il salario del peccato e della ferita primigenia.

So che una imperscrutabile Misericordia suggellerà l"angosciante, devastante dipartita, ma

quest"addio, che non ha altra poesia se non il respiro di un fiore in boccio spezzato anzitempo

dovrà pure avere una spiegazione in termini di tributo da pagare a cospetto di un"espiazione che

non esiste, se non per l"abnormità di una natura naturata, di una suprema aritmia che soffre ancora

delle doglie del parto. Dovrà Qualcuno pur darci conto prima o poi del perché di tanta sofferenza

gratuita, dello strazio di tante, innumeri vite sacrificate in un olocausto senza una ragione plausibile

né un senso.

In attesa di una Luce che rischiari le tenebre, questo cieco andare, il rantolo spezzato, lacerato,

disperante, la speranza di durare che si butta nella non vita, pur di esistere, di urlare in faccia al

mondo l"atroce disinganno.

Solo questo aspettiamo, e che venga, venga presto.

2) TRIDUO PASQUALE (AI SOPRAVVISSUTI AL SISMA, E A CHI NON C"È PIÙ).

Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto » ( Lc 24, 5- 6).

I. LA FORZA DELLA VITA

Abbracciata alla vita per custodire la vita, proteggerla, preservare dallo scempio quel respiro, l"ultimo sorriso dietro le lunghe ciglia che è la sua ragione, quel sorriso beato catturato dai sogni

spezzati anzi il chiarir del giorno.

Maledetta sorte assassina, che porta la firma di quel Leviathan che dimora negli abissi, nelle paure

più recondite, nella consapevolezza del nostro essere fragili, pellegrini in sosta provvisoria su

questo pianeta.

Un urlo, quell"urlo sordo che prelude al boato, allo scatenarsi degli elementi della natura matrigna,

al rovinare di muri e calcinacci e case.

«La morte odora di polvere, c"è un silenzio assordante che copre le grida disperate dei

sopravvissuti al cataclisma.

Protesa verso il respiro del suo grembo in un gesto disperato, ultimo, il grido di questa madre

coraggio, rimasto strozzato dalla ferocia del sisma, che nulla risparmia al suo passare, è diventato

il simbolo di una rinascita, del pervicace attaccamento alla vita, un atto di Fede altissimo di valore

inestimabile.

Una vita troncata, un"altra che sopravvive, cullata da un sogno d"angeli che è il corpo ora esanime

della mamma, dentro le cui morbide anse continuare a dormire, per poi risvegliarsi in uno stupore

di secoli.

Un gesto estremo che porta il marchio della dedizione e dell"amore, oblativo fino all"ultimo.

Questa Pasqua non porterà la colomba con le mandorle e lo zucchero, ma si librerà luminosa sul

deserto del mondo, su quest"angolo di terra martoriata e cancellata dalla furia devastatrice di pochi

attimi, fluttuando sulle ali dello Spirito, in quel pulsare del cuore, nel perpetuarsi del respiro che è il

ricongiungersi dell"anima alla sua incommensurabile Scaturigine divina, l"Alfa e l"Omega, Principio e Compimento.

13 aprile "09, ore 19,20

In memoria delle vittime e in affettuoso omaggio ai superstiti del sisma abbattutosi su L"Aquila e

dintorni, 10 aprile 2009

II «CEMENTO» MORI

"(…)Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio

unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore ne ebbe

compassione e le disse: "Non piangere!"( Lc 7,11-17)

Non me ne andrò da qui, no, datemi un badile e rimuoverò i calcinacci e le pietre che hanno

seppellito la mia casa, barbuglia la vecchietta seduta vicino al cumulo di macerie che la terra

capricciosa e malevola ha ammonticchiato dappresso nel giro di pochi attimi.

No, non lascerò la mia terra, e con essa casa mia, è questo il messaggio. Si rabbrividisce allora a

riflettere sulle significazioni e sulle istanze emozionali di cui esso è e si fa carico, ce ne stiamo lì,

incollati al televisore o alle pagine del tabloid a pensare, inebetiti, troppo grande è il mistero che

avvolge come un sudario quest"evento di portata catastrofica, che soffoca ogni parola, spezza ogni

commento, tronca ogni pur doverosa recriminazione, facendola morire sul nascere.

Dentro quella bocca spalancata in una smorfia grottesca che è il garage, resistito allo scempio,

alle scosse fatali, ma dentro casa, o lì vicino, nessuno mi schioderà da qui, dovesse scendere il

Padreterno con tutta la schiera dei Cherubini e dei Serafini.

Gente d"Abruzzo, gente scabra, ruvida ma gentile, tenace nel suo attaccamento alla terra,

intrepida nella capacità di resistere ai colpi maldestri di ventura.

La casa, c"è tutto lì dentro, o meglio c"era tutto. Suppellettili mobilia elettrodomestici letti respiri

emozioni. Ma soprattutto una storia, fatta di lacrime e gioie, passato e presente, intimità di un nido

dove trovare riposo alle fatiche quotidiane e finestre da cui spaziare per varcare un orizzonte che

alle volte si avverte stretto, angusto. Le cose non ci sono più, inghiottite dal fiume di pietre e dal rovinare di calcinacci, ma i respiri, quell"anima che dà vita al focolare si sentono ancora, restano

appiccicati ai vestiti, alle facce smarrite e stravolte di chi, da una lontananza incommensurabile,

guarda adesso da una tenda, sotto un tetto di stelle quello che era il centro dei suoi affetti e la

ragione dei ritorni.

Domus la chiamavano gli antichi romani, a significare, come il Duomo, Casa del Signore,

l"importanza vitale di ritrovarsi lì, attorno al desco, dentro la propria stanza, o in una vicinanza

magari solo sfiorata, pudicamente toccata, carezzata con lo sguardo.

E" vero che dietro le emozioni sovente si nascondono recriminazioni, insofferenza, ribellioni, e

acquattato dietro l"angolo è pronto a scatenarsi il demone della discordia, ma anche questo è vita,

un guazzabuglio di bene e male, sconfitte e redenzioni, gioia e dolore.

Ma senza quel punto di riferimento concreto che è la casa, si perde la percezione dello spazio,

anche del tempo, che dentro vive una dimensione tutta sua, diversa da dimora a dimora, si perde il

contatto con la realtà, il baricentro. Quel centro vitale già spostato nel suo diagramma dal tremare

sordo della terra, da quei boati lugubri che annunciano la paura, da quell"imprevedibile movimento

delle viscere che ti bracca e paralizza, travolgendo ogni certezza.

Oggi i funerali di Stato delle 287 vittime accertate. Oggi Venerdì Santo, duemila anni e più or sono

un Uomo di nome Gesù s"immolava Dio sullo scandaloso legno.

Pietà seguirà il mesto corteo, le lacrime saranno lo specchio di quel dolore che pulsa dentro le

tempie e annebbia il cervello, squarciando il cuore.

Pietà che oggi significa generosità, condivisione, solidarietà. Ma domani?

Quando la sera scende placida sulle colline e l"Angelo del crepuscolo veglia accanto al nostro

incredulo dolore, cospargendo di balsamo le nostre ferite, non ci scordiamo che casa significa

affetti, battaglia per la vita, sangue immolato per una ragione che ci legittima a stare qui, ancora,

affacciati oltre il velo degli ultimi fuochi.

III OLTRE LA MORTE

"Io ero morto, ma ora vivo per sempre" (Ap 1, 18)

Una adagiata sull"altra le due bare, una color mogano e l"altra bianca, a dire il candore

dell"innocenza, dentro il perimetro di un palcoscenico assurdo, irreale.

Nella fredda carezza d"aprile, lieve e segnato come pietra si posa su di esse lo sguardo.

Chissà che quell"abbraccio fatale non sia più vero dei tanti che in vita unì le due salme, madre e

figlia e il sangue che di generazione in genera Una adagiata sull"altra le due bare, una color mogano e l"altra bianca, a dire il candore

dell"innocenza, dentro il perimetro di un palcoscenico assurdo, irreale.

Nella fredda carezza d"aprile, lieve e segnato come pietra si posa su di esse lo sguardo.

Chissà che quell"abbraccio fatale non sia più vero dei tanti che in vita unì le due salme, madre e

figlia e il sangue che di generazione in generazione si perpetua, finché non sia respiro, ancóra.

Più vero dei tanti sorrisi, degli abbracci e dei baci che la fame di vita e la sete d"amore hanno

sigillato per sempre qui sulla terra.

Più vero perché nella Morte riposa non soltanto il corpo esanime, ma anche la Verità.

Dentro due fredde bare consacrate in un perimetro squadrato e senza palpiti, nel silenzio

profondissimo ma vibrante di questo Venerdì Santo.

Requiescant. Avanti la Parasceve, prima della Domenica, del Giorno della Resurrezione.

Dentro la terra che, dopo averli impietosamente ingoiati, accoglie ora pietosa i corpi martoriati di

madre e figlia si sente ancora il respiro, un respiro lieve, è il ritorno della Vita, gloriosa, trionfale,

definitiva.

Più vero l"abbraccio perché in Spirito, disincarnato, ma pieno di quella carne che reclama ancora

carezze da un destino che non fa sconti, specie ai diseredati, ai più buoni: fata non parcunt bonis.

Più luminoso perché non avvelenato dalle scorie e non più alla mercé delle Parche spietate e

invidiose dell"altrui felicità.

Da quella terra, humus di ben più vivificanti ritorni, si squarcia il velo del caduco, ed è di nuovo

Cielo, senza orizzonte né confini.

Giuseppe Fedeli

Terremoto de L"Aquila, la città cinque anni dopo: ancora 23.900 persone fuori casa.

Dodicimila persone si ritrovano nel cuore della città per non dimenticare e per chiedere

ancora una volta la ricostruzione.



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