Legislazione e Giurisprudenza, Danni non patrimoniali, disciplina -  Redazione P&D - 2014-10-08

NEGATA L'AUTONOMIA DEL DANNO MORALE - Cass. 20111/14 - Natalino SAPONE

Cassazione civile, sez. VI, 24.9.2014, n. 20111, pres. Finocchiaro, rel. De Stefano, in un giudizio avente ad oggetto una domanda di risarcimento del danno da lesioni da emotrasfusione, ricorda che "A partire dalle notissime sentenze gemelle delle Sezioni Unite del giorno 11 novembre 2008 (n. 26972 e successive), non vi è più autonomo spazio per un danno cosiddetto morale, ma soltanto per il danno non patrimoniale, complessivamente ed unitariamente inteso: nel caso di specie, la corte territoriale ha dichiaratamente fatto applicazione delle cc.dd. tabelle di Milano, di recente assurte a parametro della valutazione del danno non patrimoniale, nella sua accezione ridisegnata dalle richiamate pronunzie delle Sezioni Unite (Cass. 7 giugno 2011, n. 12408; Cass. 22 novembre 2011, n. 28290)".

Aggiunge poi che "Se è vero che le componenti biologica (cioè la lesione della salute), dinamico - relazionale (o esistenziale, cioè il peggioramento delle condizioni di vita quotidiane, ove involgenti diritti fondamentali della persona) e morale (cioè la sofferenza interiore) costituiscono componenti tutte dell'unitario danno non patrimoniale, esse non possono essere valutate atomisticamente (Cass. 20 novembre 2012, n. 20292) e, in applicazione dei richiamati precedenti, debbono pur sempre dare luogo ad una valutazione globale.

Pertanto, occorre che il ricorrente non si limiti ad insistere sulla separata liquidazione di tale voce di danno, che invece non ha più autonomia, ma che articoli chiaramente la doglianza come erronea esclusione, dal totale ricavato dalle tabelle milanesi (che invece, com'è noto, già  prevedono una adeguata personalizzazione), delle componenti di danno diverse da quella originariamente descritta come "danno biologico". In difetto di tanto, come è avvenuto nella fattispecie, la censura si infrange contro il carattere tendenzialmente onnicomprensivo delle previsioni di quelle tabelle".

Dunque la negazione dell'autonomia delle categorie si traduce nella tendenziale onnicomprensività delle tabelle milanesi.

La S.C. comunque riafferma il diritto di cittadinanza, benché non come autonome categorie, alle componenti: biologica (cioè attinente alla lesione della salute), quella dinamico-relazionale (o esistenziale, cioè il peggioramento delle condizioni di vita quotidiane, ove involgenti diritti fondamentali della persona) e quella morale (cioè la sofferenza interiore).

Alcune rapide osservazioni:

1)    non è soddisfacente la definizione della componente biologica come lesione della salute; è la classica (e sbagliata) definizione di marca eventista, evidentemente dura a morire. Un medesimo tipo di lesione della salute può determinare conseguenze dannose diversissime in capo a soggetti diversi. Per cui, se veramente il danno biologico fosse la lesione della salute, si dovrebbe trascurare tale diversità, liquidando il medesimo importo. L'esatto opposto del principio di personalizzazione.

2)    Non si comprende perché mai il risarcimento della componente esistenziale debba essere limitato ai casi di connessione con la lesione di diritti fondamentali; limite, questo, non menzionato per la risarcibilità della sofferenza interiore. Ad es. in caso di reato non si comprende perché non dovrebbe essere risarcibile la componente esistenziale, anche se non ci si trova in presenza di una lesione di diritto fondamentale. Né si può dire che tale limite non vale solo per il danno morale in quanto per esso vi è la previsione della risarcibilità in caso di reato. Se si dicesse questo, di nuovo, si cadrebbe nella trappola eventista, identificando il danno morale con il danno da reato.

3)    Costituisce una disarmonia – in un impianto consequenzialista, come quello consegnatoci dalla giurisprudenza recente, compresa la n. 26972/08 – il condizionare la risarcibilità del danno-conseguenza al rango dei diritti lesi, ossia al tipo di danno-evento. Sarebbe più in sintonia con la trama consequenzialista costruire soglie e limiti (di risarcibilità) correlati alle conseguenze dannose piuttosto che agli eventi lesivi. Qualsiasi lesione di qualsiasi diritto – pur nel rispetto del principio di tipicità – dovrebbe dare (in via potenziale) adito al risarcimento del danno non patrimoniale, se in concreto sono ravvisabili conseguenze dannose. Se si ritiene di dover essere rigorosi, si adottino criteri rigorosi ma in relazione alle conseguenze dannose.

4)    Suona contraddittorio o comunque incoerente rispetto al principio basale dell'unitarietà del danno non patrimoniale quello di approntare diversi regimi di accesso al risarcimento: uno di ingiustizia semplice ed uno di ingiustizia qualificata. Se davvero le categorie non sono autonome, trattandosi di mere componenti di un tutto unitario, come si spiega questa diversità? L'impressione è che la n. 26972/08 non sia riuscita a trovare una felice sintesi tra l'istanza unificante e quella divisionista. Apparentemente la n. 26972 è tutta orientata in senso unificante; tra le pieghe però ci si rende conto della riemersione dell'istanza divisionista. Ecco dunque la sfida che attende la giurisprudenza: la ricerca di un nuovo e più convincente equilibrio tra l'unità e la distinzione delle componenti/voci/aspetti del danno non patrimoniale.



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