Legislazione e Giurisprudenza, Conciliazione -  Michela del Vecchio - 2016-09-23

Negoziazione assistita: ancora confusione fra le fasi del procedimento – Trib. Modena 1409/16 – Michela del Vecchio

Invito a negoziare, convenzione di negoziazione ed accordo (o mancato accordo) sono tre fasi distinte del procedimento di negoziazione assistita introdotto dal D.L. 132/14 convertito in L. 162/14 eppure, ancora oggi, nei Tribunali si confonde la convenzione di negoziazione con il successivo accordo – contratto di negoziazione.

La vicenda. Un legale, concluso il proprio mandato e (come ormai accade quotidianamente salvo rare eccezioni) non ricevuto il compenso dovuto, si vede costretto ad adire l'Autorità Giudiziaria per la soddisfazione del proprio credito. Il debitore, pur di sottrarsi all'adempimento della propria obbligazione, si oppone eccependo – fra le altre circostanze – l'improcedibilità dell'azione per mancato esperimento del procedimento di negoziazione. Il Tribunale adito (nella specie di Modena) sospende il procedimento civile per consentire l'attivazione della procedura di negoziazione. Il legale si vede quindi obbligato ad inviare alla controparte una richiesta di negoziazione cui seguiva una convenzione di negoziazione. La persistente volontà del debitore di sottrarsi al pagamento del compenso professionale impediva la definizione di un accordo transattivo e le parti tornavano dinanzi al Giudice. Questi però riteneva non rispettata la condizione di procedibilità affermando che era onere della parte invitante alla negoziazione "attivarsi affinchè la stessa (controparte ndr) proceda alla sottoscrizione della convenzione de qua avendo l'interesse di perfezionare l'iter procedurale per la realizzazione della condizione di procedibilità". Il povero legale si è visto negare la giustizia richiesta.

L'affermazione contenuta nella sentenza in commento e sopra trascritta dimostra, a parere della scrivente, un'errata lettura dell'art 3 del D.L. 132/14 (art.9 della legge di conversione) e l'applicazione di una sanzione (improcedibilità della domanda) ad una fase cui, in realtà, dalla normativa in questione non è ricollegata alcuna conseguenza.

Il primo comma del citato art. 3 infatti disponendo l'obbligatorietà – per le controversie ivi menzionate (a titolo esemplificativo si ricorda il risarcimento danni da circolazione veicoli e natanti o le richieste di pagamento di somme di denaro non eccedenti cinquantamila euro) – dell'invito all'altra parte alla stipula di una convenzione di negoziazione assistita sanziona il mancato esperimento del procedimento di negoziazione assistita con l'improcedibilità della domanda (cit testualmente "l'esperimento del procedimento di negoziazione assistita è condizione di procedibilità della domanda giudiziale"). Considerato che, come detto, il procedimento di negoziazione assistita è composto tra tre fasi (invito, convenzione, accordo) agevole è la confusione in cui incorrono alcuni Tribunali fra convenzione e procedimento di negoziazione: confusione generata proprio dalla farraginosità della norma indicata.

La norma infatti, fino alla comminatoria dell'indicata sanzione di improcedibilità della domanda, tratta dell'invito a concludere la convenzione di negoziazione cui dovrebbe poi conseguire, nel termine ivi indicato dalle parti e comunque non inferiore a trenta giorni, l'accordo o il verbale di mancato accordo. Consegue che tecnicamente la condizione di procedibilità va ricollegata all'invito a negoziare.

Il secondo comma della norma dispone ancora che quando l'esperimento del procedimento di negoziazione assistita è condizione di procedibilità della domanda, tale condizione deve intendersi avverata "se l'invito non è seguito da adesione o è seguito da rifiuto.... ovvero è decorso il termine ... " massimo (3 mesi) previsto dal precedente art. 2 del medesimo testo legislativo.

Se, da un lato, tale ultimo comma consente di confermare la lettura sopra indicata della "condizione di procedibilità" dell'invito a negoziare (e non del procedimento di negoziazione assistita come invece indicato dal legislatore con una discutibile tecnica legislativa), dall'altro la disposizione introduce una "seconda" condizione di procedibilità conseguente all'esperimento positivo o negativo della negoziazione vera e propria ovvero alla decorrenza infruttuosa del termine massimo per la definizione dell'accordo di negoziazione.

Ed allora, in sintesi, costituiscono condizioni di procedibilità sia l'invito alla negoziazione sia la definizione della convenzione di negoziazione mentre, passando alla fase conclusiva del procedimento, alcuna conseguenza sul piano sanzionatorio appare ricollegata al mancato accordo tra le parti.

A tal proposito va ulteriormente precisato che il legislatore ha sì previsto che l'eventuale mancato accordo sia formalizzato con una dichiarazione certificata dagli avvocati ma non ha sancito alcuna obbligatoria bilateralità di una tale dichiarazione ovvero non ha stabilito che tale dichiarazione di mancato accordo sia contenuto in un verbale unico sottoscritto e certificato dagli avvocati.

Il mancato accordo, infatti, può anche provenire da una dichiarazione unilaterale di una delle parti che hanno partecipato alla procedura: di qui il dovere di correttezza e lealtà imposto ai difensori dalla norma di legge.

Come già evidenziato da altre corti di merito (Trib. Verona, ord. 18/6/15; Trib. Firenze, ord. 19.3.15) una lettura in tal modo orientata della norma si coordina con la finalità stessa della legge che è quella di favorire l'incontro delle parti a fini conciliativi e non invece di imporre una definizione.



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