Legislazione e Giurisprudenza, Generalità, varie -  Redazione P&D - 2014-11-27

NEI CONFLITTI FAMILIARI LART. 709 TER C.P.C. SE DESTO?- Trib. Roma 27.6.14 - Marcello Adriano MAZZOLA

Diritto di famiglia

Il tribunale capitolino applica con pienezza l"art. 709 ter c.p.c.

Il tribunale capitolino ammonisce la genitrice ai sensi dell'art.709-ter c.p.c., la condanna al pagamento in favore della Cassa delle Ammende della somma di Euro 5.000; la  condanna ove inadempiente, al pagamento ai sensi dell'art.614-bis c.p.c. della somma di Euro 150 giornaliere per ogni singola violazione in favore dell'ex coniuge.

1. Danno e risarcimento nell"art. 709-ter c.p.c.

L"occasione di riflettere sulla straordinaria valenza dello strumento disegnato dall"art. 709 ter c.p.c. ci viene offerta da una ricca sentenza estiva del tribunale capitolino (Trib. Roma, sez. I, 27 giugno 2014), sulla quale poi ci soffermeremo.

Dottrina e giurisprudenza hanno riconosciuto da tempo al genitore non affidatario, completamente emarginato dalla vita del figlio e ostacolato dall"altro genitore (accadimenti purtroppo spesso frequenti), il diritto al risarcimento di un vero e proprio danno esistenziale, individuandone i turbamenti, il dolore, le ansie e l'angoscia derivanti dal mancato rapporto affettivo ed educativo tra di lui ed il figlio (Cendon, Sebastio, La responsabilità civile fra marito e moglie, in "Persona e danno" a cura di P. Cendon, III, 2004, p. 2816; Trib. Monza 8 luglio 2004 n. 2994, in www.altalex.com, 9 dicembre 2004; Trib. Roma, 13 giugno 2001, in "Il diritto di famiglia e delle persone", 2001, p. 209).

Tale casistica di sconvolgimento del diritto genitoriale (oltre che ovviamente del diritto bigenitoriale che investe la vita del minore; si rimanda per un maggior approfondimento a Mazzola, Il risarcimento del danno, in La tutela del padre nell"affidamento condiviso, (a cura di) Cassano, Maggioli, 2014,  531-577 ) dovrebbe essere destinato a rientrare nell"istituto dell"art. 709-ter c.p.c., stante il suo tenore. Dovrebbe, se lo si applicasse compiutamente.

Invece le posizioni assunte, in oramai quasi 10 anni dalla sua nascita, sono al riguardo controverse e pure contraddittorie, vieppiù con la soluzione prevalente di attribuire a tale specifico provvedimento una natura mista, preventiva-punitiva. Assai minoritaria è invece la posizione di attribuire ad esso natura risarcitoria-compensativa secondo la tradizione più squisitamente aquiliana.

Il dettato della norma inserita nel codice di rito, al comma 3, sancisce che

"In caso di gravi inadempienze o di atti che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell"affidamento, può modificare i provvedimenti in vigore e può, anche congiuntamente: 1) ammonire il genitore inadempiente; 2) disporre il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti del minore; 3) disporre il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti dell"altro; 4) condannare il genitore inadempiente al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria, da un minimo di 75 euro a un massimo di 5.000 euro a favore della Cassa delle ammende.".

Già la ricchezza della norma lascia intendere come il legislatore abbia in realtà voluto attribuire ad essa ampia portata proprio per non tralasciare nulla, con l"intento di intervenire risolutamente. Proprio a tal fine è stato ideato e voluto l"art. 709-ter c.p.c.: per intervenire con risolutezza nella conflittualità familiare.

La dottrina ha discusso lungamente la natura risarcitoria della norma (tra i tanti Cassano, In tema di danni endofamiliari: la portata dell"art. 709 ter, comma 2, c.p.c. ed i danni prettamente "patrimoniali" fra coniugi, in Dir. fam. pers., 2008, 498; Zingales, Misure sanzionatorie e processo civile: osservazioni a margine dell"art. 709 ter c.p.c., in Dir. fam. pers., 2009, n. 1).

Sul punto tra i primi ha argomentato ampiamente il tribunale siciliano, ritenendo che i provvedimenti ex art. 709-ter c.p.c. sono ben altro rispetto al risarcimento del danno ex artt. 2043 e 2059 c.c. e procedendo a qualificare come pena privata il risarcimento ivi previsto:

"abbastanza evidente appare la natura sanzionatoria del provvedimento di ammonizione e della applicazione della pena pecuniaria, definita amministrativa con una qualifica di per sé impropria ma verosimilmente intesa a distinguerla dalla sanzione penale in senso stretto; più controversa la questione se il risarcimento del danno di cui trattano i punti 2) e 3) della norma costituisca una forma di punitive damages ovvero di sanzione privata, o debba più semplicemente ricondursi al paradigma degli artt. 2043 e 2059 cod. civ. Questo Tribunale ritiene più corretta la prima ipotesi e non ostativa la osservazione che il nostro sistema giuridico non conosce la categoria dei danni punitivi, tipica invece del diritto anglosassone e nordamericano (esempio famoso di punitive damages è il caso di O.J. Simpson) perché l"art. 709 ter c.p.c. è introdotto da una legge nuova (54/2006) che in tema di affidamento recepisce largamente l"esperienza anglosassone e nordamericana; una legge che rivede in un ottica diversa, per certi versi operando quella che è stata definita una rivoluzione copernicana, le regole relative ai rapporti genitori figli nei casi di separazione e divorzio e di conseguenza ben può introdurre nel nostro ordinamento un quid novum, segnatamente quella condanna al risarcimento del danno che non è diretta a compensare ma a punire, al fine di dissuadere (to deter) chi ha commesso l"atto illecito dal commetterne altri. Sensibile la differenza tra il danno punitivo ed il danno compensativo: è noto infatti che già da tempo la giurisprudenza di merito ma anche di recente la giurisprudenza di legittimità si è orientata nel senso della rilevanza del danno familiare ed "endofamiliare" che integra, secondo una lettura costituzionalmente orientata dell"art. 2059 c.c., danno non patrimoniale, vale a dire un danno rilevante e risarcibile in quanto si offendano beni costituzionalmente protetti, configurabile ad esempio quando il fatto lesivo abbia profondamente alterato quel complessivo assetto dato dalle relazioni familiari, tale da incidere significativamente sulla persona e costituire una modalità di realizzazione della vita stessa dell"individuo, ovvero quando la lesione di un diritto fondamentale della personalità (tale ad esempio è la relazione genitore-figlio) avviene da parte di altro componente della famiglia, non potendo ritenersi che diritti definiti inviolabili ricevano diversa tutela a seconda che i titolari si pongano o meno all"interno di un contesto familiare e dovendo dall"altro lato escludersi che la violazione dei doveri nascenti dal matrimonio - se ed in quanto posta in essere attraverso condotte che, per la loro intrinseca gravità, si pongano come fatti di aggressione ai diritti fondamentali della persona - riceva la propria sanzione, in nome di una presunta specificità, completezza ed autosufficienza del diritto di famiglia, esclusivamente nelle misure tipiche previste da tale settore del diritto (Cassazione civile, sez. III, 09 novembre 2006, n. 23918 Cassazione civile, sez. III, 20 ottobre 2005, n. 20324; Cassazione civile, sez. I, 10 maggio 2005, n. 9801; Cassazione civile, sez. III, 31 maggio 2003, n. 8827; Cassazione civile sez. III,31 maggio 2003, n. 8828)".

(Trib. Messina, 5 aprile 2007).

Il Tribunale siciliano giustifica tali assunti ritenendo che

"così ragionando si è riconosciuta la possibilità per il soggetto che abbia subito un danno alla persona all"interno di un relazione familiare di promuovere una azione di risarcimento del danno fondata sugli ordinari criteri di accertamento della responsabilità e soggetta alle comuni regole processuali, quali ad esempio la regolare instaurazione del contraddittorio, l"onere della prova, le preclusioni processuali: il che appare invece incompatibile con la struttura dell"art. 709 ter c.p.c. ed il suo inserimento nel processo di separazione e divorzio. Infatti poiché la competenza è attribuita al giudice del processo in corso, la domanda viene cumulata con la domanda di separazione, mentre la regola è che non è possibile il cumulo in un unico processo di domande soggette a riti diversi a meno che non sussista un vincolo di connessione forte o per subordinazione e cioè l"una risulti obiettivamente in posizione di subordinazione o dipendenza rispetto all"altra (Cassazione civile sez. I, 17 maggio 2005, n. 10356 Cassazione civile, sez. I, 12 gennaio 2000, n. 266). Ed infatti questo Tribunale ha sempre escluso la proponibilità nel giudizio di separazione o divorzio della domanda di risarcimento del danno ex art. 2043 e 2059 c.c., mentre la domanda di risarcimento danni ex art. 709 ter c.c deve essere invece trattata in uno con il processo di separazione e divorzio, il che ove fosse considerata una ordinaria domanda di risarcimento danni porterebbe, ad esempio, a decidere in appello di una domanda ordinaria con il rito camerale ed in ogni caso, anche in primo grado, a trattare una domanda ordinaria con un rito speciale, rito speciale che conosce le preclusioni processuali ed è soggetta al principio della domanda solo con riferimento ai diritti disponibili, e non anche con riferimento alle questioni che riguardano il minore (vale a dire esattamente quelle che devono trattarsi per decidere su una istanza ex art. 709 ter c.p.c.). Inoltre deve osservarsi che la ordinaria domanda di risarcimento del danno prevede la regolare costituzione del contraddittorio con la partecipazione al giudizio della parte danneggiata, mentre il minore non è parte del giudizio di separazione o divorzio. Quindi in un ordinario giudizio in cui un genitore ed un figlio minore si ritengano danneggiati ex art. 2043 ovvero 2059 cod. civ. da un terzo ovvero dall"altro genitore, tanto il genitore che il minore, rappresentato come per legge, devono essere parti del giudizio, devono fornire prova del fatto ingiusto e del danno, prova che non può essere integrata d"ufficio dal giudice se non nei limiti dati dall"art. 115 c.p.c., e subiscono le preclusioni istruttorie. Quando invece si discute di risarcimento del danno ex art. 709 ter c.p.c. si valuta la mancata attuazione dei provvedimenti di affidamento ovvero comportamenti che ne hanno ostacolato il corretto svolgimento, nell"ambito di una più ampia attività processuale diretta ad assicurare l"attuazione del provvedimento o comunque la soluzione di controversie ad esso relative, e non una compensazione per la lesione del bene protetto, che eventualmente la parte potrà separatamente domandare con azione ordinaria; si entra così in un campo ove molto più ampi sono i poteri officiosi del giudice che adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all"interesse morale e materiale dei figli minori ed anche a prescindere dalla domanda dei genitori, persino contro la stessa domanda dei genitori se non conforme all"interesse della prole, e si entra altresì in un processo in cui il minore pur essendo il primo interessato degli effetti della decisione non è però parte in senso tecnico"

(Trib. Messina, 5 aprile 2007).

In altra sede si sposa invece la tesi dei danni punitivi (Trib. Novara, 21 luglio 2011, Pres. Quatraro - Rel. Pascale, in Famiglia e Diritto, 6, 2012, 612-613).

Tale istituto, seppur disegnato con chiarezza negli intenti e nei contenuti, si è prestato sin da subito ad una discutibile poli-interpretazione ed applicazione, col risultato di vanificarne l"importanza. Il condizionamento culturale, il politically correct, l"atavica credenza che i figli siano "della madre", l"allergia del diritto di famiglia alla patrimonializzazione delle condotte dannose, hanno eviscerato di fatto uno strumento prezioso. Così facendo però, l"eviscerazione ha legittimato condotte dannose (a volte in modo irrimediabile), annichilendo la figura di uno dei due genitori e di fatto danneggiando il tanto citato (ipocriticamente) "interesse del minore".

Ma qualche segnale di ravvedimento operoso si intravede da ultimo, con una giurisprudenza più paritaria e terza, tanto di merito quanto di legittimità.

2. Modifica dei provvedimenti, ammonizione, risarcimento, sanzione.

Al cospetto di una o più condotte tali da determinare responsabilità, il tribunale può, secondo alcuni anche d"ufficio, disgiuntamente o congiuntamente tra le stesse fattispecie riposte nella norma, procedere in tal senso:

a) modificare i provvedimenti in vigore;

b) ammonire il genitore inadempiente;

c) disporre il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti del minore;

d) disporre il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti dell"altro;

e) condannare il genitore inadempiente al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria.

Dall"esame di tale articolato impianto – e a mio parere assai chiaro - emergono certamente al contempo tre misure preventive e punitive, quali quelle indicate: incidentalmente (modificare i provvedimenti in vigore); e poi al punto 1) (ammonire) e 4) (pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria).

Prevenzione e punizione sono caratteristiche assai importanti di tale strumento, volto a riportare in equilibrio il diritto bigenitoriale e con l"intento di mantenerlo in tale posizione.

E" difatti evidente come esse non assolvano in alcun modo a funzioni risarcitorie, così come chiaramente spiega ed esplicita il codificatore, quanto meno nella sua tradizionale veste aquiliana (come intesa comunemente, ancorchè il risarcimento abbia certamente non solo una componente compensativa ma anche tanto sanzionatoria quanto preventiva) volta a compensare la vittima del danno patito. In esse non v"è alcun fine ripristinatorio. La prima avverte il responsabile per la condotta futura e la quarta la configura come una sanzione pecuniaria, devoluta allo Stato e dunque non alla vittima. La prima censura ed allerta il responsabile. La quarta punisce per rieducare il reo.

Assai importante la misura incidentalmente richiamata (e sovente trascurata o addirittura ignorata), di modificare il provvedimento in essere, come ha osservato la dottrina:

Il primo tipo di intervento in tal senso disciplinato dall"art. 709 ter, comma 2, c.p.c., successivamente alla previsione dell"adozione dei provvedimenti opportuni, e rappresentato (…) dalla modificazione dei provvedimenti "in vigore".

A parte la gia stigmatizzata improprietà lessicale, questo tipo di provvedimento appare forse il piu efficace ed il maggiormente idoneo a prevenire e sanzionare eventuali inadempienze o violazioni, potendo ad esempio consentire la sostituzione dell"affidamento condiviso con quello esclusivo al genitore che non ha tenuto la condotta che ha dato luogo al procedimento.

(Gandini, La responsabilità nelle relazioni familiari, Osservatorio Nazionale sul Diritto di Famiglia, in collaborazione con il Consiglio Superiore della Magistratura, Ufficio Distrettuale formazione professionale Corte di appello di Genova, Genova, 25 marzo 2009).

Ben diversa è invece la lettura dei punti 2) e 3) della norma. Invero il punto 2) prevede il risarcimento dei danni (che pertanto nella pienezza di essi, non avendo il legislatore posto alcun limite, possono certamente essere tanto non patrimoniali quanto patrimoniali), a carico di uno dei genitori, nei confronti e dunque a vantaggio del minore, legittimando il genitore non responsabile della condotta illegittima o illecita a richiedere tale risarcimento nell"interesse del figlio.

Ed il punto 3) prevede il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti dell"altro, dunque facendo intuire che in detto procedimento (pertanto non in uno autonomo) si possa ben consumare una domanda risarcitoria di stampo aquiliano. La norma in tal senso è assai chiara e ogni altra tesi si pone in contrasto con la lettura lineare di essa.

Tale direzione è stata già indicata da uno dei giudici più illuminati (Trib. Varese, 7 maggio 2010, in www.altalex.it) anche se poi risulta assai meno convincente il giudice nella parte in cui fa riferimento ad una progressività pretesa dal legislatore nel regime sanzionatorio-risarcitorio-punitivo, ove si consideri invece che la stessa norma consenta di applicarle esplicitamente "anche congiuntamente":

b) Le disposizioni ex art. 709-ter c.p.c. numeri 2 e 3 richiamano la formula legislativa tipica dell'illecito produttivo di danno (v. ad es. art. 2058, comma II c.c.) cosicché il potere in capo al Giudice di disporre il risarcimento si radica sussistendo le condizioni proprie della responsabilità aquiliana, secondo i parametri di cui all'art. 2043 c.c.; c) La norma ex art. 709-ter c.p.c. offre all'interprete una conseguenza causale progressiva: in prima battuta, il Giudice può ammonire. Ha facoltà di risarcire il danno e, infine, può addirittura condannare al pagamento di una sanzione a favore della Cassa delle ammende. Riconoscendo una pena già nelle norme ai numeri 2 e 3, il quarto numero della norma perderebbe senso e funzione, divenendo una sorta di inutile doppione mancando un referente normativo nell'enunciato ex art. 709-ter c.p.c.; il giudice non può desumere l'illecito punitivo mediante ricorso all'interpretazione, preclusa in tal senso dalla necessità che i danni punitivi, nell'ordinamento italiano, siano espressamente previsti dalla Legge; infatti, secondo l'orientamento di Cassazione, nel vigente ordinamento alla responsabilità civile è assegnato il compito precipuo di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione, anche mediante l'attribuzione al danneggiato di una somma di denaro che tenda a eliminare le conseguenze del danno subito mentre rimane estranea al sistema l'idea della punizione e della sanzione del responsabile civile ed è indifferente la valutazione a tal fine della sua condotta; è quindi incompatibile con l'ordinamento italiano l'istituto dei danni punitivi (salvo le ipotesi di Legge: es. v. art.12 della legge n. 47/1948) ed è esclusa la possibilità di pervenire alla liquidazione dei danni in base alla considerazione dello stato di bisogno del danneggiato o della capacità patrimoniale dell'obbligato. (Cass. civ., Sez. III, 19/01/2007, n.1183 la figura del danno punitivo, peraltro, negli ordinamenti in cui invalso (ad es. Stati Uniti d'America), è generalmente ricollegata a chi si sia reso responsabile, con una condotta singola, di pregiudizio ad una pluralità di soggetti, ed è connotata dalla sussistenza di un limite per la condanna al risarcimento inflitta, (cfr. Federal Court for the District of New Jersey, 09/03/1989 in Foro It., 1990, IV, 78.; Supreme Court USA, 04/03/1991 in Foro It., 1991, IV, 235); alla luce dei principi sin qui espressi, la richiesta della ricorrente si palesa da rigettare poiché ricollega un danno implicito alle inadempienze del resistente senza che vangano allegati sufficienti indici per rilevare un pregiudizio effettivo (neanche descritto o minimamente indicato) ed il rapporto eziologico tra questo e la condotta del marito.

(Trib. Varese, 7 maggio 2010, in www.altalex.it).

Le misure risarcitorie possono quindi essere applicate tutte congiuntamente o disgiuntamente, tanto per l"inadempimento quanto per l"atto (o fatto) illecito. Spetterà al giudice, postosi con sapienza dinanzi al caso concreto, riempire di contenuti queste misure e soprattutto decidere, dopo aver valutato attentamente la situazione in esame, l"eventuale progressività di tali misure. Ciò che certamente non deve fare è ignorare, ove ve ne siano i presupposti, di applicarle, come purtroppo assai spesso invece avviene. Tale ignavia può difatti compromettere gravemente l"interesse del minore e il diritto alla genitorialità, aggravando la situazione invece di attenuarla o risolverla definitivamente.

L"applicazione minorata di tale strumento invece vuole poggiarsi su una contrapposizione (ingiustificata e dunque illegittima) tra diverse articolate tesi giuridiche che però non mi convincono affatto poiché prescindono dalla ratio legis e dalla interpretazione chiara della norma (tra le tante Longo, "La madre collocataria impedisce al padre di vedere il figlio: condannata ad un esemplare risarcimento del danno" in Fam. Dir., 2012, 8-9, 820; Tommaseo, L"adempimento dei doveri parentali e le misure a tutela dell"affidamento: l"art. 709 ter c.p.c., in Fam. Dir., 2010, 11, 1065; Veglia, Riflessioni in tema di affidamento condiviso, relazione in OSSERVATORIO NAZIONALE sul diritto di famiglia Forum "Le riforme del diritto di famiglia al vaglio della giurisprudenza ligure", Lerici, 25 novembre 2006; Failla, La responsabilità familiare: le sanzioni introdotte dall"art. 709 ter c.p.c., relazione in OSSERVATORIO NAZIONALE sul diritto di famiglia Forum "Le riforme del diritto di famiglia al vaglio della giurisprudenza ligure", Lerici, 25 novembre 2006).

3. Applicazione quasi piena dell"art. 709 ter c.p.c. da parte del tribunale capitolino

Invero, tra le più recenti pronunce "autentiche" dell"istituto in esame si segnala quella recente del tribunale capitolino, il quale ha avuto il rigore di irrogare le misure dell"ammonizione e della sanzione pecuniaria ma non evidentemente di riconoscere il danno, causato dalla madre ostacolante e malevola. Invero,

1. Particolarmente delicata risulta non tanto la regolamentazione del regime di affido della minore che in ragione delle conclusioni conformi spiegate dalle parti al riguardo e del mancato riscontro di inidoneità parentali o manifeste anomalie comportamentali dei genitori si ritiene, anche nell'ottica di evitare ulteriori turbamenti alla ragazza, apparsa al centro di un conflitto quanto mai aspro all'interno della coppia genitoriale, di confermare come condiviso, lasciandone immutata la residenza prevalente presso la madre, quanto piuttosto la comprensione della perversa dinamica innescatasi nei rapporti tra Vi.ed il padre al fine di gettare le basi necessari quanto meno ad un futuro corretto funzionamento del regime opzionato e preservare pertanto la minore da distorsioni o disallineamenti affettivi che inevitabilmente si ripercuoterebbero sul suo equilibrio psichico ed emotivo. Costituisce infatti dato innegabile il fatto che Viola, ancorché non opponga un netto rifiuto ad incontrare il padre, lo abbia di fatto progressivamente "messo all'angolo" evitando con frequenti pretesti le occasioni di incontro (di cui sono prova le numerose e-mail scambiatesi tra i genitori, nonché il calendario delle frequentazioni depositato da ambo le parti) al fine di censurarne gli atteggiamenti da costei ritenuti indebitamente rigidi e severi, o addirittura innescando meccanismi quasi ricattatori al fine di ottenere, con la concessione della sua presenza, l'elargizioni di permessi o l'avallo delle contrarie, il più delle volte già assunte, decisioni materne, elevandosi ad arbitro incontestato delle dinamiche altamente conflittuali fra i genitori nelle questioni che concernono la sua educazione, istruzione e percorso di crescita.

(Trib. Roma, sez. I, 27 giugno 2014).

Ed ancora, emerge la responsabilità del genitore che asseconda l"alienazione dell"altra figura o quantomeno ne ostacola il rapporto:

E se è vero che lo sbilanciamento verso la sfera materna muove da lontano, traendo le sue origini da epoca antecedente l'introduzione del presente giudizio (…) è altrettanto innegabile che, una volta introitata da parte della figlia la propria visione ostile del De. ogni decisione o proposta del quale diventa per ciò soltanto incondivisibile, sarebbe stato precipuo onere di costei, quand'anche non direttamente responsabile delle origini del processo di triangolazione, attivarsi al fine di consentire il giusto recupero da parte della figlia del ruolo paterno che nella tutela della bigenitorialità cui è improntato lo stesso affido condiviso postula il necessario superamento delle mutilazioni affettive della minore da parte del genitore per costei maggiormente referenziale nei confronti dell'altro, non soltanto spingendola verso il padre anziché avallando i pretesti per venir meno agli incontri programmati, o peggio ancora facendosi portatrice di programmi alternativi al fine di dissuadere indirettamente la figlia a recarsi agli incontri suddetti, ma altresì recuperando la positività della concorrente figura genitoriale nel rispetto delle decisioni da costui assunte e comunque delle sue caratteristiche temperamentali.

Non essendo ciò accaduto (…) ancorché non possa negarsi come la rigidità paterna abbia contribuito, con condotte improntate ad un diniego volto ad esigerne l'affettività, all'instaurazione di un clima di tensione con la figlia, allo stato degli atti è gioco forza che ogni possibile intervento terapeutico non possa che avere quale obiettivo centrale la stessa minore che deve poter essere aiutata nella costruzione della sua identità ad interfacciarsi ed accettare le diversità delle due figure genitoriali, la cui compresenza ed la cui coreferenzialità costituiscono elementi imprescindibili per un sereno sviluppo della sfera emozionale ed affettiva della minore stessa.

(Trib. Roma, sez. I, 27 giugno 2014).

In conclusione, nella fattispecie si giunge ad applicare (per le condotte future) tanto l"astreinte ex art. 614-bis c.p.c. quanto alcune misure previste appunto dall"art. 709-ter c.p.c.:

2. In ordine alla richiesta svolta dal resistente ai sensi dell'art.614-bis c.p.c., va preliminarmente rilevato che si ritiene che nei procedimenti in materia di diritto di famiglia ben possa essere mutuata dal procedimento esecutivo la norma suddetta relativa all'attuazione degli obblighi aventi ad oggetto un facere infungibile, con la precisazione che la tutela del superiore interesse del minore cui l'obbligo di cooperazione genitoriale è sotteso consente, a differenza del procedimento esecutivo in cui è regolamentata l'attuazione di un diritto di credito per sua stessa natura disponibile, l'applicabilità d'ufficio della sanzione volta, sotto forma di dissuasione indiretta, alla cessazione del protrarsi dell'inadempimento degli obblighi familiari che attesa la loro natura personale ed indisponibile non sono di per sé né suscettibili di esecuzione diretta.

Tuttavia mentre il sistema cd. delle astreintes deve essere prescritto al fine di assicurare la puntuale osservanza, che comporta la imprescindibile collaborazione della madre, del progetto di recupero psicoterapeutico dei rapporti tra Vi. ed il padre, ritenuto da questo Collegio fondamentale al fine di tutelare il diritto alla bi-genitorialità in capo alla stessa in quanto prodromico alla sua corretta rappresentazione della realtà relazionale e funzionale a prevenire l'insorgenza di più gravi disturbi di natura psicologica, comminandosi alla ricorrente una sanzione di € 150,00, da corrispondersi al resistente per ogni singola violazione delle prescrizioni e mancato accompagno della ragazza alle sedute fissate dallo psicoterapeuta, non si ritiene per contro che il meccanismo di cui all'art.614-bis c.p.c. possa essere adottato per l'ipotesi del mancato rispetto degli incontri con il padre, avuto riguardo sia alla circostanza che allo stato la negativizzazione della figura paterna mutuata dalla madre è stata già assimilata da Vi., onde la causa dei mancati incontri non è più direttamente riconducibile alle pressioni della Gi., il cui mutato atteggiamento soltanto nei confronti dell'ex coniuge potrà portare all'auspicabile inversione di tendenza da parte della figlia, sia alla natura personale degli

obblighi di natura familiare.

(Trib. Roma, sez. I, 27 giugno 2014).

Sicché

Deve per contro trovare applicazione nei confronti della Gi., attesa la sua condotta volta ad ostacolare il funzionamento dell'affido condiviso con gli atteggiamenti sminuenti e denigratori della figura paterna, tali da avere indirettamente indotto Vi. a disattendere il calendario degli incontri con il padre ed in misura ancor più marcata e comunque diretta a contrastarne aprioristicamente il contributo decisionale senza neppure coinvolgerlo in buona parte delle risoluzioni concernenti l'educazione, l'istruzione e la crescita della figlia, il meccanismo sanzionatorio previsto dall'art.709-ter c.p.c., la cui applicabilità d'ufficio è stata già univocamente ritenuta da questo Tribunale (cfr. per tutte la pronuncia resa in data 8.3.2013 nel procedimento n.r.g. 81370/2008). Sanzioni che invece non si ritiene debbano trovare applicazione nei confronti del signor De. tenuto conto che le condotte risalenti all'estate del 2009 nei confronti della figlia in occasione della permanenza di costui presso di sé costituiscono una reazione, certamente non contenuta e non dovuta, ma comunque indotta dall'esasperazione a fronte della logica dello schieramento madre-figlia ostacolante il suo ruolo genitoriale e che peraltro costui ha dato prova (…) di ravvedimento dalle condotte marcatamente punitive nella ricerca di intavolare un più costruttivo dialogo con la minore scevro da dinamiche di dinieghi e concessioni, così come suggerito dal G.I. nell'ordinanza pronunciata in data 22.3.2013.

Ciò premesso nella specie si reputa che le sanzioni più consone alle violazioni poste in essere dalla signora Gi., tenuto conto che gli effetti dell'unilaterale iniziativa materna hanno avuto ricadute dirette sulla figura dell'altro genitore, svilito nel suo ruolo di educatore e di figura referenziale, siano quella dell'ammonizione, invitandosi la resistente ad una condotta improntata al rispetto del ruolo genitoriale dell'ex coniuge ed ad astenersi da ogni condotta negativa e denigratoria nonché alla condivisione delle decisioni concernenti l'educazione, l'istruzione e la cura della prole in conformità a quanto previsto dall'art.337-bis c.c. in relazione all'esercizio della potestà genitoriale condivisa, nonché al versamento alla cassa delle Ammende della somma, valutata in relazione alle sue capacità economiche di € 5.000,00, al fine di dissuaderla in forma concreta dalla protrazione delle condotte poste in essere, la cui persistenza, potrà peraltro in futuro dare adito a sanzioni ancor più gravi ivi compresa la revisione delle condizioni dell'affido.

(Trib. Roma, sez. I, 27 giugno 2014).

Positiva dunque tale sentenza, resa da un collegio che non ha avuto timore di intervenire in un conflitto familiare perpetuato prevalentemente dal genitore ostacolante, ancorchè non abbia poi avuto il coraggio di andare fino in fondo, giungendo così a condannare la stessa genitrice al risarcimento del danno, certamente patito anche dal padre della minore. E questa sarà la prossima frontiera (o muro di gomma) da superare e sfondare. Non si comprende difatti come il genitore che abbia subito un danno (nonché lo stesso minore che abbia subito un danno, la cui legittimazione della domanda è riposta in capo al genitore procedente), debba procedere a tale richiesta risarcitoria in separata sede (così di fatto rinunziandovi) quando il tenore della norma accolga tali ipotesi.

E" evidente come la giurisprudenza (avallata da buona parte della dottrina) proceda sistematicamente verso una minorata applicazione dell"istituto, così legittimando situazioni anche di inaudita gravità, poiché destinate a rimanere impunite.

Infine quanto alle conseguenze impugnatorie di legittimità, occorre evidenziare la recente pronuncia dei giudici di legittimità, con cui si pone un distinguo a seconda della misura irrogata in seno all"art. 709-ter c.p.c., la cui misura palesa il carattere di definitività o meno del provvedimento (Cass., sez. I, 21 febbraio 2014, n. 4176).



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati