Articoli, saggi, Generalità, varie -  Gasparre Annalisa - 2014-03-04

NESSO DI CAUSALITA' POST SENTENZA FRANZESE NEI CASI DI ESPOSIZIONE ALL'AMIANTO - Annalisa GASPARRE

Il monitoraggio degli arresti giurisprudenziali successivi alla pronuncia delle Sezioni Unite c.d. Franzese – e ai suoi postulati in tema di accertamento del nesso di causalità – ha mostrato che permangono problematiche applicative dovute a prassi interpretative non omogenee che, se da un lato, tranquillizzano circa lo sforzo degli operatori di non applicare una formula matematica, dall'altro, creano il profondo disagio dato dall'incertezza del diritto (specie laddove tali incertezze segnalino distonie rispetto al dictum (e alla funzione) della Corte nomofilattica), nonché più d'una critica rispetto all'osservanza dei principi costituzionali di personalità della responsabilità penale.

Senza dubbio la sentenza Franzese ha risolto il contrasto giurisprudenziale all'epoca vigente che, pur riconoscendosi nell'applicazione della teoria della condicio sine qua non (vale a dire la spiegazione teorica che trova cittadinanza nel codice penale) corretta dalla sussunzione sotto la legge generale di copertura, vedeva fronteggiarsi, da un lato, l'orientamento "probabilistico-statistico" e, dall'altro, quello della "certezza".

La sentenza Franzese, come noto, ha affermato il paradigma della "probabilità logica", in linea con l'assunto della necessità di raggiungere la prova della colpevolezza al di là di ogni "ragionevole dubbio". Diventa essenziale valutare la validità della legge statistica nel caso concreto, ragguagliando la spiegazione scientifica con le circostanze del fatto concreto e dell'evidenza disponibile. Secondo l'insegnamento delle Sezioni Unite i giudici devono prendere in considerazione le leggi scientifiche (anche statistiche) sub conditione che dette leggi siano non solo applicabili al caso concreto, ma pure coniugate con tutte le circostanze disponibili nel caso specifico, di talché l'evento rappresenta la conseguenza della condotta colpevole (e quindi sussiste nesso di causalità) quando vi sia un "alto o elevato grado di credibilità razionale o probabilità logica".

Così, alla ritenuta insufficienza del criterio della probabilità statistica è subentrato il paradigma della "probabilità logica". Le Sezioni Unite hanno introdotto il concetto di "certezza processuale" del decorso causale nel caso concreto, la cui ricostruzione causale deve essere credibile in misura alta o elevata, superando il concetto di certezza assoluta che si caratterizzava per operare una ricostruzione del decorso causale in termini puramente astratti.

Specifiche problematicità si riscontrano nelle ipotesi di esposizione a sostanze pericolose (c.d. nuove fonti di rischio).

Nei casi di accertamento di responsabilità per i danni alla vita e all'integrità fisica conseguenti all'esposizione all'amianto, la giurisprudenza precedente alle Sezioni Unite si era assestata sul paradigma del c.d. aumento del rischio, nell'ambito del quale si distinguevano due ragionamenti. Secondo un primo orientamento – che guardava al decorso causale reale – si affermava sussistere la responsabilità quando si accertava nei fatti che la mancata adozione del comportamento alternativo lecito – idoneo ad impedire l'evento – aumentava il rischio di verificazione dell'evento.

Una diversa soluzione prendeva parimenti avvio dalla ricostruzione del decorso causale reale e dall'individuazione del comportamento alternativo lecito astrattamento idoneo ad impedire l'evento ma non richiedeva la verifica in concreto in punto capacità del comportamento ad impedire l'evento.

Lo stesso canone interpretativo è stato utilizzato anche successivamente alla pronuncia Franzese: si è affermato che sussiste il rapporto di causalità non solo quando l'omissione dell'intervento doveroso avrebbe evitato l'evento prodottosi in concreto o ne avrebbe cagionato uno di minore intensità lesiva ma anche quando l'evento si sarebbe verificato in tempi significativamente più lontani oppure quando alla condotta sia ricollegabile un'accelerazione dei termini di latenza di una malattia provocata da altra causa.

Al suesposto paradigma si obietta che, nel caso di patologie multifattoriali, l'accertamento della probabilità dell'aumento del rischio sia insufficiente in quanto deve anzi accertarsi la causalità specifica.

Altro filone giurisprudenziale ha abbandonato il paradigma dell'aumento del rischio in favore di quello della c.d. spiegazione causale che propone quesiti in ordine alla questione della "dose-dipendenza" o meno delle malattie ricollegabili all'esposizione all'amianto.

Un orientamento giurisprudenziale maggioritario ha affermato che tutte le patologie – vale a dire asbestosi, carcinoma e mesotelioma – sono dose-dipendenti: più alta è la dose di cancerogeno assorbita più elevata è la risposta patologica, maggiore l'incidenza, minore la durata della latenza (con conseguente anticipazione dell'evento letale). Questo filone apre alla spiegazione causale fondata non solo sulle leggi scientifiche, ma altresì sulle generalizzazioni empiriche basate del senso comune, nonché su rilievi epidemiologici.

Secondo la giurisprudenza di legittimità, invece, non vi sarebbe certezza scientifica riguardo alla spiegazione del rapporto tra esposizione e latenza per tutte e tre le patologie, ma solo per alcune. Un punto debole è stato riscontrato nel giudizio della Cassazione che annulla con rinvio le sentenze di merito, invitando il giudice del rinvio a valutare dialetticamente le opinioni degli esperti e di motivare la scelta ricostruttiva della causalità, legandola ai dati scientifici. Il nodo problematico è stato riscontrato nell'incapacità del giudice di scegliere (e motivare) la ricostruzione della causalità dal punto di vista scientifico, che – a fronte dell'incertezza della legge scientifica esplicativa del decorso causale – dovrebbe arrendersi all'impossibilità di affermare la responsabilità.

In generale, la giurisprudenza di legittimità ha evidenziato la differenza tra c.d. causalità generale (astratta relazione tra il fattore pericoloso e l'evento patologico) e c.d. causalità singolare, affermando – nello specifico settore in parola – che la metodologia di indagine del nesso causale si snoda attraverso l'accertamento dell'esistenza di una legge scientifica (universale o solo statistica) sufficientemente consolidata in ordine all'effetto acceleratorio della protrazione dell'esposizione alla sostanza pericolosa; in via gradata, nell'ipotesi in cui la legge sia solo probabilistica, occorre verificare se, tenuto conto delle acquisizioni fattuali, l'effetto acceleratore si sia determinato in concreto e, infine, se alla luce delle conoscenze scientifiche, possa affermarsi con sicurezza una relazione causale relativa al tempo in cui è insorta la patologia.

Un'altra questione evidenziata dalla giurisprudenza attiene all'incertezza scientifica riguardo alla rilevanza causale delle dosi successive a quella c.d. killer.

La problematica è connessa al fatto che la condotta censurata attiene profili omissivi che si caratterizzano per la concretizzazione del principio di "equivalenza tra cagionare e non impedire" quando vi sia un dovere giuridico in tal senso (c.d. posizione di garanzia). Le ragioni di tale accostamento tematico risiedono nel fatto che, in realtà, nelle imprese in cui si lavorava con l'amianto, si è verificata nel tempo una successione nella titolarità delle posizioni di garanzia, cui è conseguita la difficoltà, sul piano concreto e processuale, di accertare quando ha avuto avvio la patogenesi e chi ne sia responsabile alla luce dell'accertamento del nesso specifico tra l'attività (od omissione) del garante e la malattia.

Ragionare di responsabilità nel settore in parola – così come di quello di responsabilità medica, di infortunistica sul lavoro o di incidenti stradali – implica la necessità di non trascurare l'elemento soggettivo della "colpa", con la difficoltà di accertamento della "causalità della colpa" – necessità imposta dall'esigenza di non rinnegare il principio di personalità della responsabilità penale – che deve essere accertata in modo rigoroso e non già quale mero effetto della violazione di norme cautelari. Se il nesso di causalità in generale è il legame che intercorre tra la condotta dell'agente e l'evento (è la "causalità della condotta" che consente l'imputazione oggettiva del fatto al soggetto), la "causalità della colpa" riguarda più specificamente la verifica della riconducibilità dell'evento alla colposa violazione delle norme cautelari. Sul punto la giurisprudenza ha affermato che nei reati colposi d'evento non si può presumere – di per sé – la sussistenza del nesso causale tra il comportamento inosservante delle regole cautelari e l'evento dannoso verificatosi in concreto; l'accertamento della violazione della norma cautelare è necessario ma non sufficiente perché si deve altresì indagare se il rischio che la norma cautelare mira a prevenire si sia effettivamente concretizzato.



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