Legislazione e Giurisprudenza, Procedura penale -  Gasparre Annalisa - 2015-07-05

NESSUN DIVIETO DI CARCERE AL PADRE SE C'E' L'ALTRO GENITORE AD ASSISTERE LA PROLE - Cass. 24645/15 - A.G.

- custodia cautelare

- in carcere il padre di una bimba malata

- divieto applicazione misura carceraria per padre di prole di età inferiore ai tre anni solo se la madre è impossibilitata

- il diritto alla figura paterna da parte di minore degli anni tre gravemente malata non rende recessivo il quadro di adeguatezza della custodia cautelare in carcere


Ad un uomo era stata applicata la misura cautelare più gravosa: la custodia cautelare in carcere. Chiesta la revoca della misura, il Tribunale del riesame rigettava la richiesta.

Nella richiesta l'indagato aveva sottolineato la grave patologia da cui era affetta la figlia minore ma i giudici del Riesame avevano ritenuto sufficiente l'assistenza prestata alla minore da parte della madre.

L'interessato, tuttavia, propone ricorso in Cassazione, contestando la motivazione del provvedimento e sostenendo che il giudice del gravame non aveva considerato l'infungibilità della figura paterna, non surrogabile dalla madre.

Va premesso che la revoca della misura cautelare è ammissibile solo in caso di sopravvenienza di concreti elementi di novità e tali da indurre il giudice a rivalutare in senso più favorevole la situazione dell'indagato.

Nel caso esaminato, la Cassazione ha sottolineato che le condizioni di salute della minore non costituivano elemento di novità processuale tal da far desumere la sostituibilità della misura applicata.

Peraltro, le condizioni della figlia dell'indagato avrebbe avuto rilevanza solo qualora la madre fosse deceduta o assolutamente impossibilitata a dare assistenza alla minore e salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza. Nel caso concreto, invece, la madre poteva accudire la figlia.

La disposizione di cui all'art. 274 co. 3 c.p.p., incidendo sul normale giudizio di adeguatezza che incombe sul giudice, fa divieto di applicare una misura custodiale nel caso in cui si debba salvaguardare l'integrità psicofisica di soggetti in tenera età, ritenendo in tal caso prevalenti le esigenze genitoriali ed educative su quelle cautelare, in modo da garantire ai figli l'assistenza familiare in un momento evolutivo particolarmente delicato; presupposto del divieto, tuttavia, è l'impossibilità per l'altro genitore di adempiere a tali impegni.

Infatti, è ius receptum che in tema di custodia cautelare carceraria, il divieto di applicazione nei confronti del padre con prole di età inferiore ai 3 anni opera esclusivamente nel caso in cui la madre sia nell'assoluta impossibilità di dare assistenza ai minori, per un impedimento grave, nel quale non rientra la necessità di svolgere la propria attività lavorativa. (Cass., sez. II Penale, sentenza n. 5664/2007).

Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 27 maggio – 10 giugno 2015, n. 24645 Presidente Giordano – Relatore Centonze

Rilevato in fatto

1. Con ordinanza emessa l'11/07/2014, ai sensi dell'art. 310 cod. proc. pen., il Tribunale del riesame di Reggio Calabria confermava il rigetto della richiesta di revoca dell'ordinanza di custodia cautelare applicata a G.V. dal G.I.P. dello stesso Tribunale il 09/06/2014, presentata dal suo difensore.

Nel confermare il provvedimento reiettivo sottoposto a gravame il tribunale richiamava preliminarmente la decisione intervenuta in sede di riesame ai sensi dell'art. 309 cod. proc. pen., evidenziando che, rispetto a tale pronunzia, non erano stati acquisiti elementi di novità processuale, valutabili ai sensi dell'art. 310 cod. proc. pen. in senso conforme alle richieste presentate dalla difesa dei V.

Sulla scorta degli elementi indiziari già valutati nel senso evidenziato, il giudice del gravame confermava il giudizio di gravità, precisione e concordanza dei materiale probatorio precedentemente vagliato, rilevando ulteriormente che lo stesso faceva ritenere pacifico il pieno inserimento nel sodalizio criminale oggetto di contestazione, per il quale il V. pativa un lungo periodo di custodia cautelare in carcere, che traeva origine dall'ordinanza genetica emessa il 28/01/2013.

Non si riteneva, inoltre, che costituisse un elemento di novità processuale rilevante in senso favorevole al V. la grave patologia da cui era affetta la figlia minore, attesa l'ipotesi delittuosa contestata all'appellante ai sensi dell'art. 416 bis cod. pen. e il regime presuntivo vigente in relazione alla custodia cautelare patita. In tale ambito, a fronte dell'assistenza materna prestata alla figlia minore, si riteneva il ruolo paterno circoscritto nell'ambito di una mera supplenza genitoriale, onde l'incompatibilità con il regime carcerario patito poteva sorgere esclusivamente nell'ipotesi - non ricorrente nel caso di specie - in cui la madre fosse stata impossibilitata a fronteggiare i predetti impegni assistenziali.

Ricostruita in questi termini la vicenda processuale, il giudice del gravame riteneva di confermare l'ordinanza impugnata.

2. Avverso tale provvedimento ricorreva per cassazione la difesa di G.V. ricorreva per cassazione, deducendo violazione di legge e vizio di motivazione, in relazione all'art. 275, comma 4, cod. proc. pen.

Si deduceva, innanzitutto, che il giudice del riesame aveva richiamato i parametri che consentivano di ritenere sussistente la gravità indiziaria degli elementi probatori raccolti nei confronti del V., eludendo il tema processuale sottoposto alla sua cognizione, eminentemente rappresentato dalle condizioni di salute della figlia minore. Si disattendevano, in tal modo, le doglianze difensive connesse alle esigenze assistenziali della figlia del V. e trascurando di considerare che la minore, al contrario di quanto affermato nel provvedimento impugnato, era di età inferiore a sei anni.

Si deduceva, inoltre, che il giudice del gravame aveva omesso di considerare il problema dell'infungibilità della figura paterna, non surrogabile nel caso di specie dalla presenza della madre, a fronte di un sicuro pregiudizio per le condizioni, già gravemente compromesse, della propria figlia minore.

Tali ragioni processuali imponevano l'annullamento dell'ordinanza impugnata.

Considerato in diritto

1. II ricorso è infondato.

Deve, in proposito, rilevarsi che, sulla posizione cautelare del ricorrente si è formato un giudicato cautelare, per effetto del quale la revoca dell'ordinanza restrittiva applicata nei suoi confronti deve ritenersi possibile solo in conseguenza del sopraggiungere di concreti elementi di novità processuale, di portata tale da indurre il giudice del gravame a una rivalutazione in senso favorevole all'indagato sottoposto a custodia cautelare.

Nel caso di specie, il giudice dei gravame riteneva insussistenti tali elementi di novità, che non potevano essere ravvisati nelle gravi condizioni di salute della figlia minore, tenuto conto della presenza della madre che era in grado di fare fronte alle sue esigenze assistenziali, pur incontroverse.

Tale giudizio è fondato su un'adeguata ricostruzione delle esigenze familiari del​ ​V., tenuto conto della giurisprudenza consolidata di questa Corte, correttamente richiamata nel provvedimento in esame, secondo cui: «L'istanza di revoca della misura cautelare non può trovare adito allorché si fonda su censure che investono quegli stessi elementi indiziari posti a base dell'ordinanza applicativa della misura cautelare, e questi risultano immutati nella loro valenza e gravità in quanto, nelle sedi di esame dell'istanza di revoca e dell'appello avverso il provvedimento di diniego, avuto riguardo alla formulazione dell'art. 299 cod. proc. pen., possono essere oggetto di valutazione solo fatti nuovi "anche" se apprezzati congiuntamente a quelli originariamente esaminati, dai quali risulti un mutamento "in melius" del quadro indiziario, e non gli stessi elementi già apprezzati anche in sede di riesame» (cfr. Sez. 6, n. 14300 del 04/02/2014, dep. 26/03/2014, Rosaci, Rv. 259450).

Né può rilevare in senso favorevole all'indagato il mero decorso dei tempo, pur significativo nel caso in esame tenuto conto dei fatto che il V. risultava ristretto in conseguenza dei provvedimento genetico emesso nei suoi confronti il 28/01/2013, in considerazione dei regime presuntivo di pericolosità sociale connesso al titolo di reato per il quale risultava detenuto, rappresentato dalla fattispecie dell'art. 416 bis cod. pen., conformemente al seguente principio di diritto che occorre richiamare: «La presunzione legale di inadeguatezza di ogni altra misura cautelare diversa dalla custodia in carcere, in riferimento ai reati indicati specificamente dall'art. 275, coma 3, cod. proc. pen., opera anche nel corso di esecuzione della misura impedendone la sostituzione con misure meno gravi» (cfr. Sez. 2, n. 11749 del 16/02/2011, dep. 24/03/2011, Amens, Rv. 249686).

2. In questa cornice sistematica, deve ulteriormente rilevarsi che le condizioni di salute della figlia minore del V. non possono ritenersi un elemento di novità processuale da cui desumere la possibilità di sostituire la misura cautelare in atto applicata al ricorrente, che avrebbero potuto rilevare esclusivamente laddove la predetta minore fosse risultata sprovvista di assistenza materna.

Tale condizione familiare, come correttamente dedotto nel provvedimento impugnato a pagina 3, poteva ritenersi sussistente esclusivamente laddove la madre di prole di età inferiore ai sei anni, fosse deceduta ovvero assolutamente impossibilitata a dare assistenza alla propria figlia. Infatti, la previsione dell'art. 275, comma 4, cod. proc. pen. mira a salvaguardare l'integrità psicofisica di soggetti in tenera età, ritenendo in tal caso prevalenti le esigenze genitoriali ed educative su quelle cautelare, in modo da garantire ai figli l'assistenza familiare in un momento evolutivo particolarmente delicato, sul presupposto dell'impossibilità per l'altro genitore di adempiere a tali impegni (cfr. Sez. 1, n. 46290 del 04/12/2008, dep. 16/12/2008, Calderaro, Rv. 242082).

Tuttavia, tali presupposti processali devono essere valutati rigorosamente, conformemente al seguente principio di diritto, secondo cui: «In tema di custodia cautelare carceraria, il divieto di applicazione nei confronti dei padre con prole di età inferiore ai tre anni opera esclusivamente nel caso in cui la madre sia nell'assoluta impossibilità di dare assistenza ai minori, per un impedimento grave, nel quale non rientra la necessità di svolgere la propria attività lavorativa» (cfr. Sez. 2, n. 5664 dell'11/01/2007, dep. 08/02/2007, Fiore, Rv. 236128).

Ne discende che, nel caso in esame, a fronte della presenza assistenziale della madre della figlia minore del V., non è possibile ritenere che il solo riferimento alla gravità delle sue condizioni di salute, possa ritenersi idonea a fare venire meno o comunque attenuare il regime presuntivo della custodia cautelare applicata al ricorrente, tenuto conto dei combinato disposto degli artt. 51, comma 3 bis, 275 cod. proc. pen.

3. Per queste ragioni, il ricorso proposto nell'interesse di G.V. deve essere rigettato, con la sua condanna al pagamento delle spese processuali, cui consegue, a cura della cancelleria, la trasmissione di copia dei provvedimento al direttore dell'istituto penitenziario, ai sensi dell'art. 94, comma 1 ter, disp. att., cod. proc. pen.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Dispone trasmettersi, a cura della cancelleria, copia dei provvedimento al direttore dell'istituto penitenziario, ai sensi dell'art. 94, comma 1 ter, disp. att., cod. proc. pen.



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