Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Colussi Ilaria Anna - 2013-12-24

NO A PREMEDITAZIONE E FUTILI MOTIVI PER IL TENTATO OMICIDIO DA PARTE DI PADRE ISLAMICO - Cass. I Pen. 51059/2013 - I.A. COLUSSI

La Corte di Cassazione, Sezione I Penale, con la sentenza n. 51059 del 18 dicembre 2013 ha accolto parzialmente il ricorso di un uomo islamico accusato di tentato omicidio ai danni della figlia perchè questa aveva instaurato una relazione con un ragazzo italiano, disonorando i precetti della fede islamica. I giudici hanno ritenuto che la premeditazione e i futili motivi non siano ravvisabili.

Ma procediamo con ordine.

Questi i fatti.

Una ragazza minorenne di religione islamica e residente a Milano inizia una relazione con un ragazzo italiano di Arezzo. La madre approva; il padre, invece, contrario in generale alle relazioni con persone non appartenenti alla religione islamica, si oppone verbalmente e si allontana di casa. Nel novembre 2010, però, vi fa inaspettatamente ritorno e la situazione scoppia. Ad accoglierlo, trova la figlia, appena uscita dalla doccia, con un asciugamano addosso, mentre il fidanzato si nasconde sul balcone. La scena avrebbe del paradossale, se non fosse che il padre, dopo aver messo alla porta il giovane fidanzato, inizia a meditare vendetta. La figlia gli confessa di aver perso la verginità e l'uomo dapprima se la prende con la moglie per aver tollerato quella relazione; poi, prova a soffocare la ragazza con un sacchetto di plastica, accusandola di essere il disonore della famiglia e cerca anche di strangolarla cingendole il braccio intorno alla gola; ancora, la giovane reagiva cercando di divincolarsi e mordendo il braccio del genitore. La ragazza, infine, riuscendo a divincolarsi e approfittando dell'allontanamento momentaneo del padre in bagno, scappa a casa della zia.

Veniamo al lato giudiziario della questione.

Nel gennaio 2012, il padre imputato per il delitto di tentato omicidio viene condannato dal GIP del Tribunale di Milano, a seguito di giudizio abbreviato, alla pena di 7 anni di reclusione, delitto aggravato dalla premeditazione, dai futili motivi, dall'aver agito contro un discendente e con abuso di autorità e di relazioni domestiche. La Corte d'Appello di Milano conferma la medesima sentenza.

Da qui si instaura il giudizio in Cassazione che vede l'uomo chiedere l'annullamento della sentenza di merito, ritenendo in primis che le prove non fossero decisive, in quanto le lesioni inferte alla figlia non erano idonee provocare la morte e non sarebbero state accertate mediante indagine peritale; in secundis, la mancanza di elementi oggettivi del reato di tentato omicidio (avuto triguardo al mezzo usato per compiere l'azione e alla gravità delle lesioni inferte); in tertiis, il mancato riconoscimento della desistenza dell'imputato; in quarto luogo, la mancata sussistenza di premeditazione; in quinto ordine, la mancata aggravante dei futili motivi; infine, la mancata congruenza tra le risultanze mediche e il racconto della vittima.

La Corte di Cassazione innanzitutto precisa come ecceda dai suoi poteri un riesame complessivo degli atti e delle risultanze probatorie del processo di primo e secondo grado, nonché l'interpretazione delle prove stesse, e specifica che il controllo di legittimità a cui è chiamata attiene solo alla verifica della corretta applicazione delle norme processuali e sostanziali e all'eventuale ipotesi di totale travisamento delle prove.

Fatta questa premessa, gli ermellini giudicano congrua e logica la valutazione svolta dalla Corte d'Appello sulla base delle prove prodotte. Precisano che la mancata effettuazione di un'indagine peritale, che è rimessa alla discrezionalità del giudice, non può costituire motivo di ricorso per cassazione.

Quanto al mezzo impiegato per compiere l'azione, i giudici di Piazza Cavour ritengono che il sacchetto di plastica sia idoneo a provocare la morte per asfissia e che anche l'intenzione omicida dell'uomo sia risultata palese dalle parole rivolte alla figlia, accusata di aver violato i precetti della fede musulmana e aver disonorato la famiglia.

Quanto alla desistenza, la Corte ritiene che l'imputato abbia abbandonato il suo proposito non per volontà propria, ma per fuga della vittima.

I giudici rigettano il ricorso sui suddetti motivi, ma lo accolgono con riguardo alle aggravanti della premeditazione e dei futili motivi, precisando nel primo caso che mancano sia l'elemento psicologico sia quello cronologico: infatti, non è ravvisabile nella sentenza impugnata l'elemento ideologico del perdurare di un proposito criminoso irrevocabile, né l'intervallo di tempo tra l'insorgenza del proposito e la sua attuazione è apprezzabile, cioè di entità tale da consentire un ripensamento, in quanto la valutazione di una notte non può essere considerata un tempo sufficientemente valido per integrare la premeditazione. Con riguardo ai futili motivi, la Corte statuisce che la futilità del motivo deve essere intesa in senso soggettivo, ossia deve rappresentare un indice univoco di uno spiccato istinto criminale e della grave pericolosità del soggetto, a fronte di un banale stimolo esterno, sproporzionato rispetto alla gravità del reato, cioè un mero pretesto per sfogare un proposito criminale. Il motivo che ha animato l'azione criminosa dell'imputato, invece, è dato dal fatto di avere scoperto che la figlia ha violato gli insegnamenti islamici: tali motivi, anche se non condivisibili nella società occidentale contemporanea, non possono essere qualificati come lievi o banali.

Gli ermellini, quindi, sottolineano implicitamente il rilievo dell'onore (anche connesso alla famiglia) quale bene giuridico che non può costituire un futile motivo. L'onore qui è modulato con riguardo a un contesto culturale, sociale e religioso diverso da quello dominante (occidentale), ma ciò non toglie che la sua rilevanza possa essere trascurata nella valutazione dell'antigiuridicità della condotta.

Pertanto, accogliendo parzialmente il ricorso dell'uomo, la Corte di Cassazione con la sentenza de quo dimostra una notevole apertura avverso interpretazioni "culturalmente orientate" anche di nozioni "classiche", quali l'onore. E questo, in una società multiculturale e multi religiosa quale quella odierna, non può che essere lodevole e dimostrare l'attenzione che i giudici del Palazzaccio riservano alla comprensione delle sottili sfaccettature della nostra modernità.



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