Legislazione e Giurisprudenza, Orientamento sessuale -  Campagnoli Maria Cristina  - 2014-07-07

NO AL DIVORZIO IMPOSTO SE RETTIFICAZIONE DEL SESSO- C.Cost. 170/2014 - M.C. CAMPAGNOLI

CORTE COSTITUZIONALE, 11 GIUGNO 2014, N. 170

NO AL DIVORZIO "IMPOSTO" NELL"IPOTESI DI RETTIFICAZIONE DI SESSO (Maria Cristina Campagnoli)

Il fatto – La vicenda trae origine dallo scioglimento de plano di un matrimonio per effetto del mutamento di sesso del marito. Costui, difatti, qualche anno dopo aver contratto regolare matrimonio con rito cattolico, prendeva coscienza della mutata dissociazione tra la propria sessualità biologica e l"identità di genere cui sentiva di appartenere; intraprendeva – quindi – il percorso di rettificazione di sesso in ciò, peraltro, coadiuvato dalla moglie che ne condivideva le difficili scelte.

La normativa di riferimento e la sua evoluzione – Come é noto, la possibilità di ottenere la rettificazione legale del mutamento di sesso é, nel nostro ordinamento, ormai riconosciuta da un trentennio, grazie alla Legge 14 aprile 1982, n. 164. Sin dagli esordi si è, però, evidenziata una tangibile difficoltà interpretativa con riguardo alla regolamentazione del matrimonio precedentemente contratto dal(la) transessuale, considerato che l"art. 4 della appena richiamata legge stabiliva che la sentenza di rettificazione di sesso "provoca" lo scioglimento del matrimonio, salva l"applicazione delle disposizioni civilistiche e della Legge n. 898/1970 e successive modifiche.

Nella prima fase di vita della normativa, la dottrina prevalente discusse – dunque - a lungo se lo scioglimento del matrimonio fosse effetto già della sentenza di rettificazione (in virtù dell"utilizzo del verbo "provoca") o se, comunque, fosse necessaria l"attivazione di un"apposita procedura di divorzio stante il richiamo applicativo della relativa disciplina. L"ipotesi dell"automaticità era, però, avversata da autorevoli voci sul rilievo che avrebbe privato di significato il rimando alla normativa in tema di scioglimento degli effetti civili del matrimonio, al punto da pregiudicare gravemente i diritti dell"altro coniuge e dei figli. Per contro, altra opinione propugnava fortemente l"automaticità in quanto ritenuta conseguenza indefettibile del principio per cui il matrimonio presuppone sempre la differenza di genere. I rilievi critici della dottrina si appuntavano, in ogni caso, sulla tecnica frettolosa ed eccessivamente sintetica del legislatore italiano, suggerendo de iure condendo, la migliore soluzione tedesca e svedese (gli unici due paesi che avevano preceduto l"Italia nella riforma), che prevedevano lo scioglimento del matrimonio come condizione di ammissibilità del ricorso per la rettificazione di sesso; dunque, in quegli ordinamenti la cessazione del vincolo precedeva e non seguiva il cambiamento legale de quo. Ciò nonostante e, successivamente alla Legge n. 164/1982, la riforma del divorzio attuata nel 1987 aveva aggiunto all"elenco dei presupposti (che consentono – appunto - la relativa domanda) l"intervenuta sentenza di rettificazione passata in giudicato (art. 3, n. 2 lett. g della Legge n. 898/1970). Coesistevano, quindi, due sistemi giuridici; quello ex lege 164/1982 (in base al quale l"annotazione della rettificazione di sesso e lo scioglimento del matrimonio sono automatici) e quello della legge sul divorzio (in base al quale lo scioglimento del vincolo può essere chiesto dalle parti). Nel 2011 il D.lgs. 01 settembre n. 150 ("Disposizioni complementari al codice di procedura civile in materia di riduzione e semplificazione dei procedimenti civili di cognizione, ai sensi dell"art. 54 della legge 18 giugno 2009, n. 69") abrogava il sistema processuale della normativa n. 164/1982 e all"art. 31 rimodellava il rito stabilendo che il procedimento previsto per ottenere la rettificazione dovesse svolgersi con le forme del rito ordinario di cognizione, precisando ancora che "con la sentenza che accoglie la domanda di rettificazione di attribuzione di sesso il tribunale ordina all"ufficiale di stato civile del comune dove é stato compilato l"atto di nascita di effettuare la rettificazione nel relativo registro" e che "essa determina lo scioglimento del matrimonio o la cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio celebrato con rito religioso". Al di là della "permanenza" di due sistemi giuridici (quello processuale di cui alla Legge del 2011 [in base al quale l"annotazione della rettificazione di sesso e lo scioglimento del matrimonio sono automatici] e quello della legge sul divorzio [in base al quale lo scioglimento del vincolo può essere chiesto dalle parti]), l"odierna sentenza della Corte Costituzionale si connota – non per il rilievo di un contrasto costituzionale relativamente all"impossibilità di un matrimonio tra persone dello stesso sesso – ma, viceversa, perché considera contrario ai diritti primari di due coniugi di uguale sesso l"impossibilità da parte loro di accedere ad una registrazione della loro unione che possa garantire, analogamente a quanto fanno le norme sul matrimonio, diritti ed obblighi reciproci. Affermando codesti principi invita – quindi – il legislatore ad introdurre un sistema di registrazione delle unioni non coniugali, similmente a quanto previsto in altri ordinamenti.



Le conseguenze del cd. "divorzio imposto" – Orbene, la questione posta all"attenzione della Corte di legittimità risiede nel fatto che la scelta del legislatore del 1982 – non modificata dalla legge n. 74 del 1987 e pienamente confermata dalla novella introdotta con l"art. 31 del d.lgs. n. 150/2011 – "risulta univocamente quella di aver introdotto una fattispecie di divorzio "imposto" ex lege che non richiede, al fine di produrre i suoi effetti, una pronuncia giudiziale ad hoc, salva la necessità della tutela giurisdizionale limitatamente alle decisioni relative ai minori". Una soluzione,questa, ritenuta di dubbia compatibilità con il sistema dei diritti garantiti dai parametri costituzionali ed europei; ne deriverebbe, infatti, il contrasto con il diritto ad autodeterminarsi nelle scelte concernenti l"identità personale (di cui la sfera sessuale esprime un carattere costitutivo) nonchè con il diritto a non essere ingiustificatamente discriminati rispetto a tutte le altre coppie coniugate (alle quali é riconosciuta la possibilità di scelta in ordine al divorzio e, comunque, il diritto di scegliere se continuare, o meno, la relazione coniugale medesima). Di contro, se è indubitabile che la situazione di due coniugi intenzionati a non interrompere la loro vita di coppia al di là del mutamento "d"identità" di uno di essi si pone senza dubbio fuori dal modello di matrimonio, di converso é altrettanto innegabile che una simile "condizione" non può essere semplicisticamente equiparata ad un"unione di soggetti dello stesso sesso poiché ciò equivarrebbe a cancellare, sul piano giuridico, un pregresso vissuto, nel cui contesto quella coppia ha maturato reciproci diritti e reciproci doveri che, seppure non più declinabili all"interno del modello matrimoniale tradizionalmente inteso, non possono di certo essere sacrificati. Del resto e, pur tutto volendo concedere, l"automatico scioglimento del vincolo matrimoniale sarebbe destinato a limitare notevolmente l"esigenza di tutela del coniuge del transessuale; questi, invero, non essendo parte del giudizio di rettificazione si troverebbe a subire forzatamente un divorzio di per sé non voluto.

Conclusioni - Al riguardo necessita – tuttavia - ricordare la precedente pronuncia 15 aprile 2010, n. 138, secondo cui la stessa Corte Costituzionale non mancò di affermare che nella nozione di "formazione sociale" (art. 2 Cost.) é da annoverare anche la stabile unione omosessuale cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi e nei modi stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri. Spetterà, pertanto, al Parlamento individuare le forme di garanzia e di riconoscimento per le unioni suddette, riservando – però – alla stessa Corte di legittimità la possibilità di intervenire a protezione di specifiche situazioni, nel quadro di un controllo di ragionevolezza della rispettiva disciplina. Certamente nell"ipotesi oggetto di disamina grandi sono i temi che si intersecano: il rapporto tra soma e psiche, il ruolo del singolo all"interno della famiglia, il diritto al matrimonio, il rispetto della vita privata oltre che il diritto di disporre del proprio corpo. Trattasi, difatti, di tematiche complesse destinate a suscitare due importanti interrogativi: fino a che punto lo Stato può entrare nella vita privata delle persone ? E quale immagine del mondo abbiamo in mente che sia maggiormente conforme alle aspirazioni individuali di tutti, minoranze sessuali comprese ? La logica dei diritti fondamentali (tra i quali deve, dunque, includersi il diritto a costituirsi la propria identità di genere senza indebite interferenze da parte dello Stato) potrebbe – infatti - aiutare a costruire una risposta senza dover passare attraverso questioni metafisiche o extragiuridiche.



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