Legislazione e Giurisprudenza, Generalità, varie -  Valeria Cianciolo - 2016-05-01

No alle benedizioni pasquali a scuola – di Valeria Cianciolo

L'art. 96, co. 4 del d.lgs. n. 297 del 1994 stabilisce che "Gli edifici e le attrezzature scolastiche possono essere utilizzati fuori dell"orario del servizio scolastico per attività che realizzino la funzione della scuola come centro di promozione culturale, sociale e civile …".

Il TAR felsineo ha stabilito perciò che non c"è spazio per riti religiosi, riservati alla sfera individuale dei consociati, mentre possono esservi occasioni di incontro su temi anche religiosi che consentano confronti e riflessioni, idonei a favorire lo sviluppo delle capacità intellettuali e morali, senza sacrificare la libertà religiosa o comprimere le relative scelte.

Siamo ancora il Paese di Don Camillo e Peppone?

In allegato la sentenza

Il Tar dell"Emilia-Romagna, accogliendo il ricorso presentato da alcuni insegnanti e genitori, insieme al Comitato Scuola e Costituzione, si era pronunciato annullando la delibera con cui il consiglio di una scuola di Bologna aveva autorizzato le benedizioni pasquali a scuola.

Poco importava che la benedizione pasquale si svolgesse fuori dagli orari di lezione e su base volontaria.

A proporre le benedizioni, a gennaio dell"anno scorso, furono i sacerdoti delle tre parrocchie dei plessi dell"istituto comprensivo 20 nel quartiere Santo Stefano.

Ci fu un vero e proprio braccio di ferro che portò, infine, il presidente della VI sezione del consiglio di Stato ad accogliere la sospensiva, richiesta dal Ministero della Pubblica istruzione, degli effetti della decisione del Tar dell"Emilia-Romagna che precedentemente aveva annullato la delibera con cui un consiglio d"istituto di Bologna aveva autorizzato le benedizioni a scuola.

Questo in sostanza, il cuore del problema affrontato dalla sentenza del TAR, poi superato dall"accoglimento della sospensiva in Consiglio di Stato.

Il principio costituzionale della laicità o non-confessionalità dello Stato, secondo una costante lettura della Corte costituzionale, non significa indifferenza di fronte all"esperienza religiosa, ma comporta piuttosto equidistanza e imparzialità rispetto a tutte le confessioni religiose.

Ciò fa sì che anche la tutela della libertà religiosa non si risolve nell"esclusione totale dalle istituzioni scolastiche di tutto ciò che riguarda il credo confessionale della popolazione, purché l"attività formativa degli studenti si giovi della conoscenza di simili fenomeni se ed in quanto fatti culturali portatori di valori non in contrasto con i principi fondanti del nostro ordinamento e non incoerenti con le comuni regole del vivere civile, non potendo invece la scuola essere coinvolta nella celebrazione di riti religiosi che sono essi sì attinenti unicamente alla sfera individuale di ciascuno – secondo scelte private di natura incomprimibile – e si rivelano quindi estranei ad un àmbito pubblico che deve di per sé evitare discriminazioni.

In questo senso, possono essere legittimamente svolti all'interno di edifici scolastici incontri anche su temi religiosi che consentano confronti idonei a favorire lo sviluppo delle capacità intellettuali e morali della popolazione.

La scuola non può invece essere coinvolta nella celebrazione di riti religiosi che sono invece, attinenti alla sfera individuale di ciascuno, estranei ad un ambito pubblico che deve evitare discriminazioni.

La decisione in commento, al fine di risolvere il caso specifico, richiama un precedente giurisprudenziale significativo nel quale i Giudici amministrativi sono stati chiamati a decidere se la visita pastorale dell'ordinario diocesano presso le comunità scolastiche avrebbe potuto avere un effetto discriminatorio nei confronti dei non appartenenti alla religione cattolica.

In quel caso, ai sensi dell'art. 16, L. n. 222 del 1985, recante "Disposizioni sugli enti e beni ecclesiastici in Italia e per il sostentamento del clero cattolico in servizio nelle diocesi", era stata esclusa la sussistenza di attività di culto o di cura delle anime, individuandosi piuttosto una testimonianza culturale tesa ad evidenziare i contenuti della religione cattolica in vista di una corretta conoscenza della stessa, così come sarebbe stato nel caso di audizione di un esponente di un diverso credo religioso o spirituale (Cons. di Stato, Sez. VI, 6 aprile 2010, n. 1911).

Il caso sottoposto all'attenzione del Tar Bologna, presenta una particolarità, poiché in questo caso  è stato autorizzato lo svolgimento di un vero e proprio rito religioso da compiersi nei locali della scuola e alla presenza della comunità scolastica.

Questa attività, non rientra pertanto nelle attività scolastiche complementari e integrative, invocate dall'Avvocatura dello Stato a difesa dell'agire amministrativo, consistenti invece in occasioni extracurriculari di crescita formativa, umana e civile (D.P.R. n. 567 del 1996).

In sostanza, si chiede che un Paese laico, come il nostro, rispetti quella chiara linea di confine che separa lo svolgimento di attività legate al culto di una determinata religione, non consentite all'interno di edifici scolastici, e occasioni di confronto culturale, sociale e civile, sostenuti invece dall'ordinamento statale come momento di crescita individuale.

E" questo il senso dell'art. 96, comma 4 del d.lgs. n. 297 del 1994 stabilisce che "Gli edifici e le attrezzature scolastiche possono essere utilizzati fuori dell"orario del servizio scolastico per attività che realizzino la funzione della scuola come centro di promozione culturale, sociale e civile …".

Dunque, la scuola può destinare i locali che ha in uso al raggiungimento di obiettivi che sottintendono la piena partecipazione della comunità scolastica, oltre che della collettività in generale, in funzione di una crescita complessiva improntata all"arricchimento del loro patrimonio culturale, civile e sociale, ma in questo senso, a parere della TAR emiliano, non v"è spazio per riti religiosi – riservati per loro natura alla sfera individuale dei consociati –, mentre possono esservi occasioni di incontro su temi anche religiosi che consentano confronti e riflessioni in ordine a questioni di rilevanza sociale, culturale e civile, idonei a favorire lo sviluppo delle capacità intellettuali e morali della popolazione, soprattutto scolastica, senza al contempo sacrificare la libertà religiosa o comprimere le relative scelte.

La sentenza del giudice amministrativo, chiamato a stabilire se dovesse riconoscersi alla visita pastorale dell"Ordinario diocesano presso le comunità scolastiche un effetto discriminatorio nei confronti dei non appartenenti alla religione cattolica, ha rilevato come, alla luce della definizione contenuta nell"art. 16 della legge n. 222 del 1985, non si trattasse di attività di culto o di cura delle anime, ma piuttosto di testimonianza culturale tesa ad evidenziare i contenuti della religione cattolica in vista di una corretta conoscenza della stessa, così come sarebbe stato nel caso di audizione di un esponente di un diverso credo religioso o spirituale.

Nel caso in esame, al contrario, è stato autorizzato un vero e proprio rito religioso da compiersi nei locali della scuola e alla presenza della comunità scolastica, sì che non ricorre l"ipotesi di cui all"art. 96, comma 4, del d.lgs. n. 297 del 1994.

Questa la  motivazione alla quale si è ancorata la sentenza emiliana per  annullare le deliberazioni del Consiglio di Istituto che avevano concesso l'apertura dei locali scolastici per le benedizioni pasquali richieste dai parroci del territorio al termine dell'orario scolastico.

Si faccia però una breve riflessione.

Per quanto sia corretto richiamarsi ai principi di laicità, bisogna però anche tener conto che le esperienze migratorie che nell'attuale momento storico coinvolgono massicciamente i Paesi dell'Europa hanno innanzitutto innescato una trasformazione antropologica degli spazi e delle strutture in cui si svolge quotidianamente la vita di comunità; spazi e strutture in cui la composizione dei diritti e doveri reciproci, in un quadro fatto di differenze culturali, etniche e religiose, si è fatta particolarmente delicata.

La scuola è il primo spazio pubblico in cui queste differenze, ancorché non nuove in assoluto, si rendono oggi più visibili. Oltre che dagli stimoli esterni provenienti soprattutto dal mondo islamico, la profonda trasformazione dello scenario socio-religioso europeo è accentuata dalle nuove fasi che le tradizionali confessioni cristiane vivono nei rapporti reciproci ed in quelli con gli organi statali e con l'Unione Europea.

In questo passaggio storico epocale emerge il ruolo strategico della scuola nella evoluzione delle comunità locali (un tempo monoculturali e monoreligiose) in comunità multiculturali e multireligiose.

La tutela della libertà religiosa in ambito scolastico pone molteplici problemi sia sotto il profilo dei diritti individuali sia dal punto di vista dei diritti collettivi.

Si pensi ad esempio, ai simboli di appartenenza etnico-religiosa, come il velo islamico o a quelli più esplicitamente confessionali come il crocifisso.

Un"educazione è laica quando sviluppa la libera capacità critica anche rispetto alla propria storia, alla identità in cui siamo immersi e ai suoi segni, non quando li nasconde.

Un suggerimento interessante può venirci dal presidente di un"altra autorevole istituzione accademica – della cui laicità nessuno discute – l"Istituto Universitario Europeo di Fiesole; Joseph Weiler, professore di diritto ed ebreo osservante è stato avvocato difensore nella causa in cui la Corte di Strasburgo ha solennemente dichiarato che il crocifisso nelle aule scolastiche italiane non viola i diritti dell"uomo.

Ebbene Weiler chiudeva il suo intervento – che sarebbe bene rileggere – così: «Non fate questo errore. Un muro denudato per mandato statale, (…), può suggerire agli alunni che lo Stato sta prendendo un atteggiamento anti religioso. (…) C"è sempre un"interazione tra quello che c"è sul muro, e come esso è discusso e insegnato in classe».




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