Legislazione e Giurisprudenza, Separazione, divorzio -  Zorzini Alex - 2014-08-05

NULLITA ECCLESIASTICA: NON DELIBABILE DOPO UNA CONVIVENZA DI ALMENO TRE ANNI - Cass. S.U. 16380/14 – A. D. ZORZINI

1. LA FINE ECCLESIASTICA DI UN MATRIMONIO.

Il matrimonio "concordatario" tra M.L. e L.F., celebrato in data (OMISSIS) e caratterizzato anche dalla nascita di una figlia nel (OMISSIS), è stato dichiarato nullo dal Tribunale ecclesiastico regionale Triveneto con sentenza del (OMISSIS), confermata con decreto del Tribunale ecclesiastico regionale Lombardo di appello del (OMISSIS) e resa esecutiva con decreto del Supremo Tribunale della Segnatura apostolica del (OMISSIS), per esclusione della indissolubilità del vincolo da parte della donna.

2. LA FINE REPUBBLICANA DEL MEDESIMO MATRIMONIO.

Della pronuncia canonica di nullità di questo matrimonio - che ha avuto, dalla sua celebrazione a tale pronuncia canonica definitiva, una durata di undici anni e sei mesi circa - M.L. ha chiesto ed ottenuto la dichiarazione di efficacia nella Repubblica italiana da parte della Corte d'Appello di Venezia.

L.F. ha proposto ricorso per Cassazione, a seguito del quale la Prima sezione ha constatato al suo interno un contrasto giurisprudenziale, eccepito con propria ordinanza al Primo Presidente.

In particolare, le Sezioni Unite sono state chiamate a pronunciarsi sul contrasto determinatosi - da un lato - tra le sentenze nn. 1343 del 2011, 1780 e 9844 del 2012 e - dall'altro - con la sentenza n. 8926 del 2012 (che, peraltro, ribadisce il consolidato orientamento delle Sezioni Unite, inaugurato con le sentenze nn. 4700, 4701, 4702 e 4703 del 1988).

3. L"ORDINANZA DI RIMESSIONE ALLE SEZIONI UNITE.

L"ordinanza di rimessione ha sollevato le seguenti questioni di diritto (così come sintetizzata nel punto 3.3 della sentenza in commento):

- se la sentenza canonica di nullità del matrimonio, pronunciata dal tribunale ecclesiastico, possa essere dichiarata efficace nella Repubblica italiana – oppure no, per violazione dell'ordine pubblico interno -, nel caso di convivenza tra i coniugi protrattasi per un certo periodo di tempo (che nell'ordinanza di rimessione viene individuato in un periodo superiore all'anno), e quali siano i vizi del "matrimonio-atto", posti a base della pronunciata nullità canonica, eventualmente ostativi a detta dichiarazione d'efficacia;

- se, in particolare, il limite dell'ordine pubblico si riferisca alla convivenza da intendersi quale coabitazione materiale, cui fanno riferimento gli artt. 120 e 122 c.c., in caso di vizi del consenso, ovvero sia "significativa di un'instaurata affectio familiae, nel naturale rispetto dei diritti ed obblighi reciproci, per l'appunto, come tra (veri) coniugi (art. 143 c.c.), tale da dimostrare l'instaurazione di un matrimonio-rapporto duraturo e radicato nonostante il vizio genetico del matrimonio-atto" (Cass. n. 1780/2012), dovendo in tal senso intendersi la locuzione "abbiano convissuto come coniugi" di cui all'art. 123 c.c., comma 2 in caso di simulazione.

4. LE CARATTERSISTICHE DEL MATRIMONIO CHE IMPEDISCONO LA DELIBAZIONE (PER CONTRARIETA" ALL"ORDINE PUBBLICO).

Così investita della questione, le Sezioni Unite hanno (a) disvelato un ragionamento logico-giuridico che prende avvio dalla ricostruzione del  quadro normativo di riferimento (punti 3.2, 3.2.1, 3.2.2, 3.3.1 e 3.8.2); (b) ricostruzione che è propedeutica, tra l"altro, alla distinzione tra matrimonio-atto e matrimonio-rapporto sulla scorta delle fonti normative internazionali, europee e italiane, oltre che delle pronunce giurisprudenziali della Corte Costituzionale, della Corte EDU e della Corte di giustizia EU (punti 3.5 e 3.6); (c) distinzione che, a sua volta, risulta necessaria per individuare le due caratteristiche della "convivenza coniugale": l"esteriorità, intesa come la produzione di fatti e comportamenti da cui dedurre l"esistenza di tale convivenza (punto 3.7.1), e la stabilità della medesima, intesa come durata per un periodo ragionevole (punto 3.7.2); (d) ragionevole durata che viene desunta richiamandosi all"art. 6, co. 1 e co. 4 della l. 184/83, laddove si fa riferimento alla durata di almeno tre anni del matrimonio (punto 3.7.3); (e) segue la definizione di ordine pubblico come limite al riconoscimento per lo Stato italiano delle sentenze di nullità del matrimonio pronunciate da un tribunale ecclesiastico (punti 3.7.4, 3.7.5, 3.8, 3.8.1 e 3.8.2).

Al termine di tale ricostruzione logica-giuridica, la Cassazione giunge al seguente principio di diritto:

"la convivenza "come coniugi" deve intendersi - secondo la Costituzione (artt. 2, 3, 29, 30 e 31), le Carte europee dei diritti (art. 8, paragrafo 1, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, art. 7 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea), come interpretate dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, ed il Codice civile - quale elemento essenziale del matrimonio-rapporto, che si manifesta come consuetudine di vita coniugale comune, stabile e continua nel tempo, ed esteriormente riconoscibile attraverso corrispondenti, specifici fatti e comportamenti dei coniugi, e quale fonte di una pluralità di diritti inviolabili, di doveri inderogabili, di responsabilità anche genitoriali in presenza di figli, di aspettative legittime e di legittimi affidamenti degli stessi coniugi e dei figli, sia come singoli sia nelle reciproche relazioni familiari.

In tal modo intesa, la convivenza "come coniugi", protrattasi per almeno tre anni dalla data di celebrazione del matrimonio "concordatario" regolarmente trascritto, connotando nell'essenziale l'istituto del matrimonio nell'ordinamento italiano, è costitutiva di una situazione giuridica disciplinata da norme costituzionali, convenzionali ed ordinarie, di "ordine pubblico italiano" e, pertanto, anche in applicazione dell'art. 7 Cost., comma 1, e del principio supremo di laicità dello Stato, è ostativa - ai sensi dell'Accordo, con Protocollo addizionale, firmato a Roma il 18 febbraio 1984, che apporta modificazioni al Concordato lateranense dell'11 febbraio 1929, tra la Repubblica italiana e la Santa Sede, reso esecutivo dalla L. 25 marzo 1985, n. 121 (in particolare, dell'art. 8, numero 2, lett. c, dell'Accordo e del punto 4, lett. b, del Protocollo addizionale), e dell'art. 797 c.p.c., comma 1, n. 7, - alla dichiarazione di efficacia nella Repubblica Italiana delle sentenze definitive di nullità di matrimonio pronunciate dai tribunali ecclesiastici, per qualsiasi vizio genetico del matrimonio accertato e dichiarato dal giudice ecclesiastico nell'"ordine canonico" nonostante la sussistenza di detta convivenza coniugale" (punto 3.9).

Volendo sintetizzare, la durata (per almeno tre anni) della vita coniugale (più in particolare, matrimonio-rapporto) ha l"effetto di sanare i vizi originari del matrimonio (qui da intendersi come matrimonio-atto): "dalla convivenza coniugale con dette caratteristiche può legittimamente inferirsi anche una piena ed effettiva "accettazione del rapporto matrimoniale", tale da implicare anche la sopravvenuta irrilevanza giuridica dei vizi genetici eventualmente inficianti l'"atto" di matrimonio, che si considerano perciò "sanati" dall'accettazione del rapporto".

5. GLI ASPETTI PROCESSUALI DELL"ECCEZIONE DI ORDINE PUBBLICO.

La valenza sostanziale della convivenza tra coniugi protrattasi per almeno tre anni (termine ritenuto ragionevole dalle stesse Sezioni Unite), di per sé idonea a sanare i vizi genetici del matrimonio (-atto) produce altresì effetti processuali non di poco conto (punti 4. 4.1, 4.2 e 4.3).

La cassazione ha quindi elaborato un ulteriore principio di diritto:

""la convivenza come coniugi" - intesa nei sensi di cui al suenunciato principio di diritto (cfr., supra, n. 3.9.) -, come situazione giuridica d'ordine pubblico ostativa alla dichiarazione di efficacia nella Repubblica Italiana delle sentenze definitive di nullità di matrimonio pronunciate dai tribunali ecclesiastici, ed in quanto connotata da una "complessità fattuale" strettamente connessa all'esercizio di diritti, all'adempimento di doveri ed all'assunzione di responsabilità personalissimi di ciascuno dei coniugi, deve qualificarsi siccome eccezione in senso stretto (exceptio juris) opponibile da un coniuge alla domanda di delibazione proposta dall'altro coniuge e, pertanto, non può essere eccepita dal pubblico ministero interveniente nel giudizio di delibazione nè rilevata d'ufficio dal giudice della delibazione o dal giudice di legittimità - dinanzi al quale, peraltro, non può neppure essere dedotta per la prima volta -, potendo invece essere eccepita esclusivamente, a pena di decadenza nella comparsa di risposta, dal coniuge convenuto in tale giudizio interessato a farla valere, il quale ha inoltre l'onere sia di allegare fatti e comportamenti dei coniugi specifici e rilevanti, idonei ad integrare detta situazione giuridica d'ordine pubblico, sia di dimostrarne la sussistenza in caso di contestazione mediante la deduzione di pertinenti mezzi di prova anche presuntiva.

Ne consegue che il giudice della delibazione può disporre un'apposita istruzione probatoria, tenendo conto sia della complessità dei relativi accertamenti in fatto, sia del coinvolgimento di diritti, doveri e responsabilità personalissimi dei coniugi, sia del dovere di osservare in ogni caso il divieto di riesame del merito della sentenza canonica, espressamente imposto al giudice della delibazione dal punto 4, lett. b), n. 3, del Protocollo addizionale all'Accordo, fermo restando comunque il controllo del giudice di legittimità secondo le speciali disposizioni dell'Accordo e del Protocollo addizionale, i normali parametri previsti dal codice di procedura civile ed i principi di diritto elaborati dalla giurisprudenza di legittimità in materia" (punto 4.4).

5.1 ONERI E DECADENZE.

In particolare, il giudizio di delibazione promosso avanti alla Corte d"appello è un ordinario giudizio di cognizione in unico grado di merito, avente per oggetto - da un lato - la domanda di dichiarazione d"efficacia nella Repubblica della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio e – dall"altro lato – la delibalità della stessa se non contrastante con l"ordine pubblico.

Nel caso in cui tale giudizio sia promosso da chi vuole avvalersi della delibazione, l"altra parte che intende opporsi eccependo il limite d'ordine pubblico costituito dalla "convivenza coniugale" con le evidenziate caratteristiche (v. punto 4.1.) - ha l'onere, a pena di decadenza ex artt. 167 co. 1 e co. 2 e 343 co. 1 c.p.c. di:

1) sollevare tale eccezione nella comparsa di risposta;

2) allegare i fatti specifici e gli specifici comportamenti dei coniugi, successivi alla celebrazione del matrimonio, sui quali l'eccezione medesima si fonda, anche mediante la puntuale indicazione di atti del processo canonico e di pertinenti elementi che già emergano dalla sentenza delibanda;

3) dedurre i mezzi di prova, anche presuntiva, idonei a dimostrare la sussistenza di detta "convivenza coniugale", restando ovviamente salvi i diritti di prova della controparte ed i poteri di controllo del giudice della delibazione quanto alla rilevanza ed alla ammissibilità dei mezzi di prova richiesti.

Da ultimo, considerato che il momento utile per sollevare l"eccezione dell"ordine pubblico è la comparsa di risposta depositata in Corte d"appello, la medesima exceptio juris non potrà essere efficacemente dedotta per la prima volta nel successivo giudizio di legittimità.



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