Legislazione e Giurisprudenza, Generalità, varie -  Bernicchi Francesco Maria - 2015-09-16

NUOVA LEGGE PINTO E INCOMPETENZA TERRITORIALE: CASSAZIONE CHIARISCE Cass. Civ. 17380/2015 - F.M. BERNICCHI

Diritto al risarcimento per irragionevole durata del processo

Competenza territoriale alla luce delle modifiche procedurali di cui la L.Pinto è stato oggetto.

Se c'è stata dichiarazione di incompetenza territoriale il giudizio non è terminato, ma può essere riassunto presso il giudice competente.

Si prende in esame una recentissima sentenza della Corte di Cassazione (Sezione VI Civile sottosezione 2 numero. 17380/2015) relativa al tema della competenza della Corte d'Appello per i giudizi di cui alla legge 89/2001 (c.d. Legge Pinto).

Il fatto, in breve: con decreto del 28.5.2013 la Corte d'appello di Perugia, in persona del consigliere delegato, rigettava per incompetenza territoriale, competente essendo la Corte distrettuale di Roma, il ricorso exL. n. 89 del 2001, proposto dall'avv. S.S., in proprio, per ottenere la condanna del Ministero dell'Economia e. delle Finanze al pagamento di un equo indennizzo per la durata irragionevole di un processo amministrativo svoltosi innanzi al TAR Sardegna e, in appello, davanti al Consiglio di Stato.

Il ricorrente proponeva opposizione ex art. 5 ter legge citata, e pur aderendo alla rilevata incompetenza territoriale inderogabile, atteso l'arresto di Cass. S.U. n. 6307/10, lamentava come erronea la reiezione del ricorso, per cui chiedeva che la Corte adita, indicato il diverso giudice competente, concedesse apposito termine di riassunzione.

Tale opposizione era respinta dalla medesima Corte che evidenziava, al riguardo, che, non essendo prevista a livello normativo la possibilità di pronunce declinatorie della competenza, in analogia a quanto previsto per i procedimenti monitori, la pronuncia non poteva essere che di rigetto, data la competenza di altra Corte d'appello, nella specie quella di Roma.

Avverso tale ultimo decreto S.S. propone ricorso per cassazione, affidato a tre motivi, cui ha fatto seguito il deposito di memoria.

Resiste con controricorso il Ministero dell'Economia e delle Finanze.

Per quanto ci interessa il ricorrente, con il secondo motivo, lamenta la violazione e la falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 3, comma 4, e art. 4, art. 640 c.p.c., commi 1 e 2, artt. 38 e 50 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 4. Deduce parte ricorrente che mentre nel procedimento per decreto ingiuntivo è possibile il rigetto della domanda per ragione d'incompetenza, in quanto la domanda può essere riproposta, non altrettanto è possibile nel caso di reiezione del ricorso ex L. n. 89 del 2001, come dispone l'art. 3, comma 6, che ammette la sola opposizione ai sensi dell'art. 5 ter, e com'è confermato dall'art. 3, comma 4, che richiama i soli primi due commi, dell'art. 640 c.p.c., e non anche il terzo (relativo, appunto, alla riproponibilità, anche in via ordinaria, della domanda).

I giudici di Piazza Cavour considerano fondato il secondo motivo.

E' noto che tra le due possibili soluzioni configurabili nel caso di proposizione della domanda innanzi a un giudice incompetente, il legislatore ha optato come criterio di massima per quella che ravvisa nella competenza un presupposto processuale (che dunque deve esistere prima della domanda), piuttosto che un requisito di ammissibilità (e dunque di validità) della domanda. Lo dimostrano l'art. 50 c.p.c., art. 38 c.p.c., comma 2, artt. 44 e 45 c.p.c., e l'art. 2943 c.c., comma 3, la cui intuitiva portata generale (evidente soprattutto per le prime quattro norme anzi dette, in quanto contenute nel libro primo del codice di rito) non richiede illustrazione.

E altrettanto nota è la conseguenza che se ne trae, ossia la conservazione degli effetti processuali e sostanziali della domanda giudiziale proposta innanzi a un giudice incompetente.

Eccezionale, per contro, è la configurazione della competenza quale requisito di ammissibilità della domanda, desumibile a contrario nelle ipotesi in cui non opera il meccanismo della traslatio iudici.

Tra queste, l'art. 640 c.p.c. Sebbene riferito ai soli casi in cui la domanda monitoria sia insufficientemente "giustificata", è pacifico che tale articolo disciplini l'intera area in cui il ricorso per decreto ingiuntivo non possa essere accolto, vuoi per il difetto di presupposti processuali, vuoi per la carenza dei requisiti che condizionano nel merito l'emissione del provvedimento (non a caso, la rubrica dell'art. 633 c.p.c. parla di "condizioni di ammissibilità"). Analogamente è da ritenere allorchè il rapporto giudice/parte non sia biunivoco, come nelle ipotesi di volontaria giurisdizione c.d. gestoria. In quello come in questi casi, la riassunzione del procedimento innanzi al giudice competente prima dell'instaurazione del contraddittorio (o nella congenita assenza di qualsivoglia contraddittore) non varrebbe a conservare effetti che ad ogni modo non si sono ancora prodotti (o che neppure possono prodursi), e dunque non avrebbe senso alcuno.

Infatti, riguardo all'ipotesi del ricorso per decreto ingiuntivo, l'effetto interruttivo della prescrizione viene determinato dalla notificazione del provvedimento emesso a seguito del ricorso, e non dalla proposizione del ricorso stesso, nè dall'emanazione del provvedimento da parte del giudice. L'interruzione della prescrizione presuppone, infatti, che l'interessato alla prescrizione del diritto venga a conoscenza dell'atto iniziale del procedimento, il che si verifica solo a seguito della notificazione di copia autentica del ricorso e del decreto, notificazione che determina la pendenza della lite a norma dell'art. 643 c.p.c. (Cass. nn. 2356/73 e 933/57).

Specularmente, la non consumazione del potere processuale allenta la tensione della problematica, perchè consente alla parte di riproporre la domanda allo stesso ovvero ad un diverso giudice (v. l'art. 640 c.p.c., comma 3), non formandosi sulla pronuncia reietti va alcuna preclusione pro iudicato.

Le modifiche alla legge c.d. Pinto apportate dal D.L. n. 83 del 2012, convertito in L. n. 134 del 2012, pongono un problema parzialmente nuovo, a causa della struttura monitoria del procedimento delineato dall'art. 3 e ss., che richiama i soli primi due commi dell'art. 640 c.p.c. (L. n. 89 del 2001, art. 3, comma 4).

Problema che la Corte perugina ha risolto nel senso che, non essendo normativamente prevista la possibilità di pronunce declinatorie della competenza, la decisione nel caso sia stato adito un giudice incompetente non può che essere di rigetto.

Tale soluzione non può essere condivisa.

Vi si oppone, in primo luogo, la considerazione per cui anche nei procedimenti ex L. n. 89 del 2001, la competenza è stata costantemente configurata dalla giurisprudenza di questo S.C. quale presupposto processuale e non come condizione di ammissibilità della domanda, con conseguente applicabilità in materia della tecnica della traslatio iudici ai sensi dell'art. 50 c.p.c.. E la modifica delle forme introduttive e decisorie non pare di per sè sola sufficiente a indurre una soluzione di segno opposto, per giunta all'interno di un sistema processuale che, come innanzi premesso, si basa sul principio per cui l'incompetenza del giudice adito non condiziona la validità della domanda.

In secondo luogo, la soluzione cui è pervenuta la Corte perugina è incompatibile con il sistema processuale, determinando un unicum privo di qualsivoglia possibilità di riscontro. Atteso che la L. n. 89 del 2001, art. 3, comma 6, come modificato dal D.L. n. 83 del 2012, convertito in L. n. 134 del 2012, prevede che se il ricorso è in tutto o in parte respinto la domanda non può essere riproposta, salvo l'opposizione ai sensi del successivo art. 5 ter, la definitiva reiezione per incompetenza, resa all'esito della fase di opposizione, produrrebbe l'effetto - del tutto ignoto - di una domanda di merito irretrattabilmente preclusa, in qualunque sede, da una pronuncia in rito. Il che, tra l'altro, contrasta con l'art. 310 c.p.c., da cui si ricava che la stabilità delle statuizioni sulla competenza è compatibile con un rinnovato giudizio di merito.

Ne deriva la formulazione del seguente principio di diritto: "In materia di equa riparazione ai sensi della L. n. 89 del 2001, anche dopo le modifiche apportate dal D.L. n. 83 del 2012, convertito in L. n. 134 del 2012, la competenza del giudice adito costituisce presupposto processuale e non già requisito di ammissibilità della domanda. Pertanto, la Corte d'appello, adita con l'opposizione ai sensi dell'art. 5 ter stessa legge, ove ritenga di non essere investita della competenza a provvedere non può rigettare la domanda, ma deve declinare la competenza e, indicato il diverso giudice competente, deve fissare il termine di riassunzione del procedimento innanzi a lui, in applicazione dell'art. 50 c.p.c.".



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