Legislazione e Giurisprudenza, Identità personale -  Sarri Alessandra - 2014-07-25

OBBLIGO DEL COGNOME PATERNO: UN'OCCASIONE MANCATA - CEDU (ricorso 77/07 ) 7.1.2014 - A. SARRI

"GRANDE DELUSIONE PER LA MANCATA APPROVAZIONE DEL D.L. CHE ABOLISCE L"OBBLIGO DEL COGNOME PATERNO".

Diritti della personalità

Diritto al nome

Sentenza EDU Cusan e Fazzo C. Italia (ricorso 77/07 ) del 7.1.2014

Una coppia coniugata di cittadini italiani ha adito la Corte di Strasburgo lamentando che lo Stato Italiano non aveva concesso loro la possibilità di trasmettere il cognome della madre alla loro prima figlia, in violazione dell"art. 8 della Convenzione, solo o letto in congiunzione con l"art. 14.

Il Tribunale di Milano, al quale si era rivolta la coppia a seguito del diniego opposto dall"Ufficio di Stato Civile al momento della nascita della figlia aveva rigettato la domanda, osservando che in mancanza di una disposizione legale specifica che impone di iscrivere il figlio nato da una coppia coniugata con il cognome del padre, questa regola corrisponde a un principio radicato nella coscienza sociale e nella storia italiana.

La Corte di Appello di Milano, nel confermare il giudizio di primo grado, ha ricordato che sul punto era intervenuta a più riprese la Corte Costituzionale con due ordinanze (n. 176 del 28.1.1988 e la n. 586 dell"11.5.1988) affermando che la non previsione della possibilità per la madre di trasmettere il suo cognome ai figli legittimi non violava né l"art. 3 né l"art. 29 della Costituzione. Inoltre, nel dichiarare inammissibile la questione di costituzionalità la Corte aveva indicato la competenza del legislatore per l"introduzione di un differente sistema di attribuzione del cognome.

La Corte di Cassazione con ordinanza del 17 luglio 2004, ben conoscendo le precedenti pronunce di inammissibilità sopra citate, ha nuovamente sollevato dubbi di costituzionalità ritenendo che: "il lungo tempo trascorso, ed il maturarsi di una diversa sensibilità nella collettività e di diversi valori di riferimento, nonché gli impegni imposti da convenzioni internazionali, e le sollecitazioni provenienti dalle istituzioni comunitarie, richiedano una nuova valutazione della conformità della norma denunciata agli artt. 2, 3 e 29, secondo comma, della Costituzione".

Nell"ordinanza di rimessione la Suprema Corte ha avuto modo di precisare che la regola in causa non era consuetudinaria, come invece affermato dalla giurisprudenza di merito, ma piuttosto segnata da un"attività vincolata dell"ufficiale dello stato civile, a fonte della quale la volontà ed il convincimento dei singoli dichiaranti non trovava spazio.

La Corte Costituzionale dichiarava nuovamente inammissibile la questione di costituzionalità sollevata con sentenza n. 61 del 16.2.2006, evidenziando questa volta che: "l'attuale sistema di attribuzione del cognome è retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, la quale affonda le proprie radici nel diritto di famiglia romanistico, e di una tramontata potestà maritale, non più coerente con i principi dell'ordinamento e con il valore costituzionale dell'uguaglianza tra uomo e donna ".

A fondamento di tale convincimento la Consulta ha richiamato le raccomandazioni del Consiglio d"Europa (1271 del 1995 e 1362 del 1998) e alcune decisioni della Corte dei Diritti dell"Uomo che vanno nella direzione della eliminazione di ogni discriminazione basata sul sesso nella scelta del cognome (16 febbraio 2005, affaire Unal Teseli c. Turquie; 24 ottobre 1994, affaire Stjerna c. Finlande; 24 gennaio 1994, affaire Burghartz c. Suisse).

La Corte Costituzionale ha considerato anche i diversi progetti di modifica presentati in parlamento sulla regola per cui è causa, che evidenziavano diverse soluzioni, precisando che la scelta deve esser fatta unicamente dal legislatore e che una eventuale dichiarazione di incostituzionalità avrebbe provocato un vuoto giuridico.

La Corte di Cassazione preso atto della decisione di cui sopra ha respinto il ricorso e, a quel punto, i ricorrenti hanno deciso di adire la Corte dei Diritti dell"Uomo con ricorso depositato il 13 dicembre 2006, e ciò indipendentemente dall"autorizzazione ricevuta con decreto del 14 dicembre 2012 dal Prefetto di Milano ad aggiungere al cognome del padre quello della madre.

Secondo il Governo Italiano l"autorizzazione ottenuta dal Prefetto di Milano di poter aggiungere il cognome della madre a quello del padre fa venir meno la qualità di vittima dei ricorrenti e determina la mancanza del presupposto del "danno importante" ai sensi della"art. 35 della Convenzione quale condizione di ricevibilità del ricorso.

Secondo i richiedenti, invece, il presupposto è dato, in  assenza di una perdita finanziaria, dal danno subito per effetto del rifiuto delle autorità italiane di dare diritto alla loro domanda di trasferire il solo cognome materno alla loro figlia, in violazione dell"art. 8 della Convenzione, poiché ogni ingerenza nella tenuta del diritto alla vita privata familiare deve essere "prevista dalla legge".

La Corte respinge l"eccezione del Governo italiano evidenziando l"importanza della questione soggettiva dei richiedenti e, nel merito, stima che debba esser esaminata la violazione dell"art. 14 della Convenzione, composta con l"art. 8 della stessa.

Rileva la Corte che sebbene l"art. 8 della Convenzione non disciplini esplicitamente la materia del nome questi è comunque un mezzo di identificazione personale (Johansson c. Filandia, n. 10163/2002;  Daroczy c. Ungheria, n. 44378/2005) e di ricongiungimento ad una famiglia e, come tale, rientra nella sfera privata della persona ( vedi Guillot c. Francia, 24.10.1996).

In riferimento all"art. 14 della Convenzione combinata con l"art. 8, la Corte richiama l"orientamento in base al quale la discriminazione si ha quando vi siano trattamenti differenziati senza giustificazione obbiettiva e ragionevole e quando non vi è proporzionalità tra i mezzi impiegati e lo scopo previsto.

Ricorda la Corte che in contenziosi simili, ad esempio nel caso Unal Takeli, avente ad oggetto la regola turca in base alla quale l"uomo conserva il proprio cognome dopo il matrimonio mentre la moglie non può portare esclusivamente il suo nome da ragazza, è stata dichiarata la violazione dell"art. 14 in combinato con l"art. 8, rilevando l"importanza di una espansione verso l"uguaglianza dei sessi e dell"eliminazione di ogni discriminazione fondata sul sesso nella scelta del cognome.

Pertanto la Corte, rilevando che nella fattispecie denunziata dalla coppia italiana la determinazione del cognome ai figli legittimi è stata fatta sulla base di una discriminazione fondata sul sesso, e che la tradizione di esprimere l"unità della famiglia attraverso l"attribuzione a tutti i sui membri del cognome dello sposo non poteva giustificare una discriminazione verso le mogli, dichiara ammissibile il ricorso e stabilisce sussistere la violazione dell"art. 14 in combinato con l"art. 8.

Tale decisione è stata presa a maggioranza dei componenti del collegio, ad eccezione del Giudice Popovi che ha, invece, ritenuto fondata l"eccezione formulata dal Governo Italiano ed ha concluso per la irricevibilità  del ricorso, in applicazione dell"art. 35 della Convenzione.

Con il disegno di legge approvato tempestivamente lo scorso 10 gennaio 2014 il Governo ha accolto l"invito rivolto dalla Corte di: "adottare riforme nella legislazione e/o nella prassi italiane, al fine di rendere tale legislazione e tale prassi compatibili con le conclusioni alle quali è giunta nella presente sentenza e di garantire che siano rispettate le esigenze degli articoli 8 e 14 della Convenzione", ma l"iter legislativo, che sarebbe dovuto essere semplice e veloce, è ancora in stallo e l"esame del testo di legge alla Camera dei Deputati è stato rinviato ad altra data da definirsi.



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