Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Gasparre Annalisa - 2016-06-16

Oltraggio dellavvocato nei confronti del giudice – Cass. pen. 20515/16 – A.G.

Invitare il Presidente del collegio giudicante a un corretto esercizio della professione si risolve in un"offesa alla capacità del giudicante; l"allusione a fatti personali non determinati ma passabili di costituire motivo di ricusazione è gravemente insinuante e idonea a generare dubbi sull"imparzialità del giudice, accusato di debolezza e indulgenza. Autore di tale condotta è un avvocato.

In particolare le espressioni dell"avvocato imputato si collocavano all"apice di un "atteggiamento aggressivo, provocatorio ed irriverente dell'imputato, connotato da un progressivo crescendo di accuse all'operato del Presidente del collegio, contestato non sul piano tecnico con argomenti tecnico-giuridici, bensì sul piano professionale e personale, addebitandogli l'incapacità di arginare il comportamento del P.m.".

Per i giudici la condotta dell"avvocato non è di mera critica. Dal punto di vista soggettivo è ravvisato il dolo integrato dalla consapevolezza dell"offensività delle espressioni utilizzate.


Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 14 aprile – 17 maggio 2016, n. 20515 Presidente Citterio/ Relatore Criscuolo

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza impugnata la Corte di appello di Lecce, in parziale riforma della sentenza emessa il 17/12/2013 dal Tribunale di Lecce, ha assolto M.F. dal reato di oltraggio commesso in danno del Pubblico ministero di udienza perché il fatto non sussiste e ha conseguentemente rideterminato la pena per l'ulteriore reato commesso nei confronti del Presidente del collegio.
La Corte ha confermato il giudizio di responsabilità dell'imputato, condividendo le valutazioni dei giudice di primo grado sulla portata offensiva delle espressioni rivolte, nel corso dell'udienza del 21 gennaio 2009, dall'avvocato M. al Presidente dei collegio, esortato ad abbandonare il dibattimento, in quanto non in grado di imporre al P.m. di rispettare il codice. In particolare, l'avvocato M. aveva accusato il Presidente dei collegio di rifiutarsi di contenere il P.m., alludendo a problemi personali, non meglio esplicitati, passibili di costituire motivo di ricusazione, ed in tal modo aveva gravemente leso l'onore ed il decoro professionale del giudicante.

2. Avverso la sentenza propone ricorso il difensore dell'imputato, che ne chiede l'annullamento per due ordini di ragioni:

- contraddittorietà ed illogicità della motivazione: si deduce che la sentenza impugnata opera una forzatura laddove fa riferimento ad imprecisati precedenti personali o professionali tra l'avvocato, il Presidente del Tribunale di Foggia e il P.m. della DDA di Bari e con salto logico, senza illustrare le ragioni da cui dette allusioni originano, perviene ad un giudizio di responsabilità. Si sostiene che le espressioni utilizzate dall'avvocato M. nel corso di quella delicata udienza esprimevano mere critiche alle decisioni dei Presidente del collegio sulle opposizioni sollevate dallo stesso difensore e non critiche alla persona del giudice;

- mancanza di motivazione in ordine all'elemento psicologico del reato, la cui sussistenza è affermata, ma non argomentata.

Considerato in diritto

1. II ricorso è manifestamente infondato.

Il ricorrente concentra le censure sulle sole espressioni riportate in sentenza, particolarmente valorizzate dai giudici di appello, che, invece, costituiscono l'epilogo di un comportamento irriguardoso ed oltraggioso.

Richiamando la sentenza di primo grado, nella quale è descritta compiutamente la condotta dell'imputato, i giudici di merito hanno tenuto conto di tutte le espressioni pronunciate dall'imputato nel corso dell'udienza e di quelle che si collocavano all'apice di un atteggiamento aggressivo, provocatorio ed irriverente dell'imputato, connotato da un progressivo crescendo di accuse all'operato del Presidente del collegio, contestato non sul piano tecnico con argomenti tecnico-giuridici, bensì sul piano professionale e personale, addebitandogli l'incapacità di arginare il comportamento del P.m.

La lettura del capo di imputazione dà conto delle ripetute contestazioni rivolte dal M. al Presidente sul modo di condurre l'udienza al punto da esortarlo ad abbandonare il dibattimento, per aver consentito eccessiva libertà al P.m., facendo illazioni e lasciando intendere che tale incapacità di arginare il P.m. potesse derivare da problemi particolari del giudicante nei confronti dei rappresentante dell'accusa.

L'esortazione ad un corretto esercizio della professione si risolve in un'offesa alla capacità del giudicante e l'allusione a problemi di indeterminata ed imprecisata natura del giudice nei confronti del P.m. risulta gravemente insinuante ed idonea a generare dubbi sull'imparzialità del giudice, accusato, dapprima di debolezza, poi di compiacente indulgenza.

E', pertanto, corretta la valutazione della Corte territoriale, che ha ravvisato in tale condotta il nucleo centrale dell'accusa, non potendosi ritenere, come prospetta il ricorrente, che l'espressione costituisse mera critica, diretta a contestare la legittimità o l'opportunità del comportamento del giudicante e non un attacco alla sua persona (Sez. 6, n.20085 del 20/05/2011, Prencipe, Rv. 250070, Sez. 6, n. 21112 del 23/03/2004, Perniciaro, Rv. 228817).

2. Anche il secondo motivo è infondato, in quanto il dolo è integrato dalla consapevolezza dell'offensività delle espressioni utilizzate, resa evidente sia dal tenore oggettivo che dalla ripetitività incalzante delle stesse nonché dalla condotta complessiva del ricorrente, addirittura trasmodata nel tentativo di istigare gli altri difensori ad abbandonare il dibattimento in segno di protesta ed a loro volta accusati di non svolgere in modo adeguato il loro compito per non aver aderito alla sua proposta.

Alla inammissibilità del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ed al pagamento di una somma in favore della cassa delle ammende, che si stima equo determinare in € 1.500,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1.500,00 in favore della cassa delle ammende.



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